Diritto & Doveri


Fisco - Annullati avvisi di accertamento per mancanza della delega di firma Stampa E-mail
Scritto da Redazione   

Con sentenze nn. 3227/18, 3228/18 e 3229/18 del 15 novembre 2018, la C.T.P. di Lecce – Sezione 1 – (Presidente Cordella Antonio - Relatore De Lecce Francesco – Giudice Vigorita Celeste) ha accolto i ricorsi presentati da una società esercente attività di commercio di olio nonché dai due soci, tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Maurizio Villani, avverso gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate. In particolare, dice Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” è utile portare all’attenzione dei contribuenti che, con l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società, l’Ufficio procedeva alla rettifica del reddito d’impresa ex art. 54 D.P.R. n. 633/1972 ed ex art. 41 bis D.P.R. n. 600/1973; conseguentemente, gli avvisi di accertamento nei confronti dei soci venivano emessi dall’Ufficio sulla base dell’avvenuta presunta distribuzione di utili. Avverso i suddetti accertamenti sia la società che i soci proponevano tempestivo ricorso innanzi alla CTP di Lecce, sollevando una serie di eccezioni sia di diritto che di merito.Tra le varie eccezioni di diritto sollevate dalla società, la contribuente contestava anche la nullità dell’avviso di accertamento in quanto non sottoscritto da abilitato funzionario dell’Ufficio, così come previsto dall’art. 42 del D.P.R. n. 600/73, ponendo in evidenza in giudizio come la delega depositata in atti dall’Agenzia delle Entrate non fosse quella richiamata nell’avviso di accertamento impugnato.Ebbene, i giudici tributari, dopo aver sottolineato come l’atto de quo risultava firmato da soggetto appartenente alla terza area funzionale, carriera direttiva dell’Ufficio, con delega del direttore provinciale, hanno accolto le tesi difensive dell’Avv. Maurizio Villani ponendo in evidenza come <>.Una volta accolto il ricorso della società, la CTP di Lecce, essendo stati emessi  gli avvisi di accertamento dei soci per maggiori redditi di partecipazione conseguenti alle liquidate imposte derivanti dal maggior reddito accertato in capo alla società, preso atto della decisione favorevole emessa nei confronti della società, hanno conseguentemente accolto anche i ricorsi dei soci.


 
Sofferenze bancarie: i poteri dei tecnici, i doveri della politica Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Lavoce.info Andrea Resti   

La vigilanza europea sul sistema bancario non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi prima di dettare regole di carattere generale, rispettando le prerogative del legislatore.

La nota Bce e le reazioni italiane

Si è discusso molto nelle ultime settimane di sofferenze bancarie e in particolare di una bozza diffusa dalla Banca centrale europea, nota come “calendar provisioning”. La proposta richiederebbe ai maggiori istituti dell’Eurozona di svalutare integralmente entro due anni le nuove sofferenze non assistite da garanzie (per quelle garantite da immobili, il termine verrebbe fissato a sette anni).
In questo modo, si dice, le banche sarebbero costrette a “ripulire” i propri bilanci, liberando risorse per concedere più credito alle aziende sane. Un maggior livello di svalutazioni renderebbe inoltre più “realistici” i valori in bilancio, favorendo quella cessione a terzi dei crediti deteriorati che oggi risulta ostica perché i compratori offrono poco rispetto a quanto contabilizzato dalle banche.
Pur di fronte a questi asseriti vantaggi, la reazione delle aziende di credito italiane e del ministero dell’Economia è stata negativa. Chi ha ragione? Ecco i principali risultati emersi in un mio recente parere al Parlamento europeo.
Svalutare del 100 per cento dopo 24 mesi è realistico? No. Le analisi condotte da Crif Group su un vasto campione di sofferenze non garantite dicono che in media quasi i due quinti dei recuperi totali avvengono dopo due anni. La scadenza proposta non tiene dunque conto dei dati empirici e svantaggia i paesi dove la giustizia civile è più lenta.
Va detto tuttavia che, se attuata in modo graduale, per esempio applicandola solo ai crediti di nuova erogazione, la proposta potrebbe tradursi in un efficace pungolo per le banche, affinché rendano più efficienti e rapidi i processi di recupero, e per il legislatore, perché rimuova i “colli di bottiglia” presenti nelle procedure giudiziarie.
Eliminando dal bilancio le sofferenze si incentiva a erogare più credito? Si tratta, a mio avviso, di un luogo comune tanto diffuso quanto indimostrato. Le banche con meno sofferenze sono spesso più dinamiche, efficienti e redditizie; ma si tratta di fenomeni contestuali, non di un legame tra causa ed effetto. È chiaro infatti che se l’economia è florida e la banca è ben gestita, le sofferenze saranno basse, i volumi in crescita e i profitti elevati. Ma inducendo le banche a svalutare integralmente le sofferenze (o a cederle a prezzi di saldo), si fanno emergere forti perdite, bruciando patrimonio e dunque indebolendo la capacità di offrire nuovi prestiti, come dimostrato da recenti studi sul mercato italiano.

Le prerogative del legislatore

C’è poi un aspetto insidioso che va oltre il merito del provvedimento oggi in discussione. Quando trasmette alle banche “linee guida” formalmente non vincolanti (ma di fatto difficilissime da evitare), la vigilanza emana regole che si sovrappongono a quelle decise da organi democraticamente eletti. Il Parlamento europeo, attraverso direttive e regolamenti, ha già stabilito un regime prudenziale in materia di sofferenze bancarie, basato su requisiti patrimoniali rafforzati. Il regime può risultare troppo blando, ma andrebbe emendato con una nuova iniziativa politica (Consiglio e Commissione si sono già mossi in tal senso), per non dare ulteriore alimento alla retorica dell’Europa “dei tecnocrati e dei banchieri”.
La vigilanza non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare con determinazione il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi saggiamente prima di dettare regole di carattere generale, percorrendo una strada oggettivamente pericolosa (e se il prossimo calendar provisioning riguardasse i Btp delle banche?). Al rispetto delle prerogative del legislatore si sono del resto richiamati gli uffici legali di Parlamento e Consiglio e lo stesso presidente di Europarlamento.

 
Via i voucher, ma erano utili Stampa E-mail
Scritto da Tortuga - tratto dalla voce.info   

I voucher, utilizzati marginalmente, sono stati aboliti. Il governo ha così evitato un referendum spinoso. Però ha anche rinunciato a uno strumento utile per sostenere i lavoratori più deboli e per riportare il lavoro occasionale alla luce del sole.

Pregi e difetti dei buoni-lavoro

L’8 febbraio il presidente dell’Inps ha presentato i dati più recenti su usi, abusi e pregi dei voucher. L’utilizzo dello strumento è cominciato nel 2008 con il governo Prodi per i lavoratori agricoli occasionali (come i tanto citati vendemmiatori) e progressivamente liberalizzato dai governi Monti e Letta. Nelle intenzioni dei legislatori, l’istituto mirava a combattere il lavoro nero e a garantire ai lavoratori occasionali (per esempio, gli steward agli eventi) una protezione assicurativa e i contributi pensionistici. Il Jobs act ha poi introdotto alcuni cambiamenti, aumentando il massimale a 7mila euro, vietandone l’uso negli appalti e introducendo la tracciabilità.
Alla luce dei dati, proviamo a comprendere quali sono le criticità e quali i benefici di una forma di lavoro che riguarda, comunque, al massimo lo 0,3 per cento del monte ore lavorativo italiano.
I voucher sono stati spesso accusati di istituzionalizzare la precarizzazione. Il grafico mostra la crescita del numero dei buoni utilizzati a partire dal 2008, fino agli oltre 130 milioni nel 2016.
I percettori non-studenti che hanno i voucher come unica fonte di reddito da un solo committente rappresentano solo il 12 per cento del totale degli utilizzatori, ma il fatto che l’utilizzo in agricoltura e servizi alla persona (pezzo forte del lavoro accessorio nelle intenzioni del legislatore) ammonti solo al 6 per cento del totale indica che sono una soluzione appetibile in molti più settori del previsto. D’altra parte, l’età media dei lavoratori pagati con i voucher è diminuita e ciò mostra come siano i giovani i più interessati da questo tipo di lavoro precario. Per loro i voucher rappresentano comunque un miglioramento rispetto al lavoro nero, che secondo Eurispes (2015) coinvolge un terzo dei giovani. Comunque molti, fra cui Simone Ferro su questa stessa testata, hanno invocato un ritorno alla limitazione dei voucher a settori ad alto contenuto di prestazioni occasionali.
I critici sostengono che i buoni lavoro sono inefficaci nel combattere il lavoro sommerso. Ciò era plausibile prima della tracciabilità introdotta dal governo Renzi, in quanto il datore di lavoro non era tenuto a dichiarare preventivamente l’orario preciso della prestazione, avendo quindi la possibilità di tenerli “in bianco”, pronti per essere mostrati in caso di controlli. Anche con la tracciabilità, tuttavia, restano spazi di abuso. E infatti l’Inps suggerisce di potenziare le ispezioni, integrando la comunicazione preventiva al ministero del Lavoro con quella contributiva all’Inps e utilizzando le banche dati dell’Istituto per indirizzare le attività di ispezione.

Alternativa al lavoro irregolare

Dai dati mensili riportati nel grafico si nota come, dopo il boom dovuto all’introduzione e alla progressiva liberalizzazione, il numero di voucher (la linea blu) sembrava destinato a stabilizzarsi, con tassi di crescita tendenziale (le colonnine nel grafico) sempre più vicini allo zero. In questi anni, inoltre, l’aumento è stato per lo più orizzontale, con un allargamento della platea degli utilizzatori ma una media costante di circa sessanta voucher a persona, corrispondenti a 450 euro netti all’anno. Tuttavia, benché si tratti di cifre contenute, i buoni lavoro restano spesso la sola alternativa al lavoro irregolare e permettono ai percettori, spesso soggetti socialmente ed economicamente vulnerabili, di accumulare contributi previdenziali. I percettori sono infatti concentrati fra lavoratrici part-time, studenti, pensionati e disoccupati, mentre solo nel 13 per cento dei casi i voucher sono il compenso per un secondo lavoro (inteso come aggiunta a un primo lavoro a tempo pieno). Sembra insomma vi sia una correlazione tra lavoro accessorio e carriere lavorative discontinue o a orario ridotto. I buoni hanno quindi integrato i redditi dei soggetti al margine, sebbene, nella maggior parte dei casi, non come ponte a contratti di lavoro più stabile.
Come ha già detto Pietro Ichino qualche giorno fa, prevedere una forma legale per lavori occasionalmente ricorrenti è una necessità ed eliminati i voucher qualcosa di simile dovrà prenderne il posto (per esempio, eliminando i limiti di età sul contratto a chiamata, come ventilato da Irene Tinagli). I margini di miglioramento erano molti, ma proprio per questo la miglior maniera di procedere sarebbe stata analizzare i problemi e gradualmente intervenire per limare lo strumento, come era stato fatto con l’introduzione della tracciabilità. Anche se finora i buoni lavoro hanno avuto effetti modesti, restano a nostro avviso uno strumento adatto a combattere il lavoro nero e a incentivare una maggiore integrazione dei lavoratori più vulnerabili. L’unica ragione per cui il governo abbia voluto disfarsene totalmente sembra essere conservare il capitale politico per battaglie di maggiore entità.

 
Milano. Verso quale trasporto pubblico locale? Il diritto sociale alla mobilità Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido Tratto da federalismi.it   

La presenza di servizi pubblici locali efficienti costituisce senza dubbio il termometro dello sviluppo di un Paese, essendo in grado di incidere significativamente sulla qualità della vita dei suoi cittadini, sulla coesione sociale, sull’occupazione, sulla crescita economica, sulle prestazioni di un numero rilevante di imprese, sui servizi della pubblica amministrazione, nonché sugli investimenti. In particolare, la mobilità delle persone, che viene soddisfatta principalmente dai servizi di trasporto pubblico locale, dai mezzi privati e dai servizi di mobilità pubblica non di linea (ma anche dalle forme nuove di mobilità, come ad esempio il c.d. car sharing) dipende in larga misura dalla qualità delle reti infrastrutturali locali e dei servizi di rete: in altre parole, dall’impiego di cospicue risorse in tali ambiti. Oramai da molto (rectius, troppo) tempo il trasporto pubblico locale italiano rappresenta una delle più grandi e insolute questioni nazionali, come dimostrano le seguenti circostanze: i servizi di trasporto pubblico locale risultano tuttora sottodimensionati e la realizzazione di molte delle infrastrutture programmate è in grave ritardo, anche a causa degli ingenti costi delle medesime; la manutenzione delle reti si presenta scarsa e la maggior parte dei mezzi di trasporto (si pensi agli autobus e ai treni regionali) ha un’età media molto elevata, con conseguenti pregiudizi per la qualità del servizio; non mancano evidenti disparità territoriali, concernenti non solo il Nord e il Sud del Paese, ma anche territori appartenenti a una stessa Regione; l’offerta di linee metropolitane e di ferrovie suburbane continua ad essere del tutto inadeguata, come dimostra il fatto che «Londra, da sola, ha un numero di linee della metropolitana maggiore del totale italiano e una lunghezza della rete più che doppia rispetto a quella italiana». A ciò si aggiunga che manca uno sviluppo dell’intermodalità, elemento questo che incide in negativo sulla pianificazione degli spostamenti da parte degli utenti. Tali inefficienze si riverberano con tutta evidenza sull’esigibilità del diritto al trasporto pubblico locale e, con specifico riguardo alla presenza di aree a più velocità, sull’effettività del principio di uguaglianza costituzionalmente garantito; ciò tanto su un piano formale, dato che l’art. 3, comma 1, Cost., impone di trattare in modo eguale i cittadini, senza distinzione – tra le altre cose – di «condizioni personali e sociali», quanto su un piano sostanziale, dato che il successivo comma 2 impegna la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» (tra i quali certamente si annoverano le diverse condizioni di sviluppo del trasporto pubblico locale) che impediscono una piena partecipazione «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Vi è dunque anzitutto il bisogno di promuovere e rendere uguale il diritto della persona alla mobilità su tutto il territorio nazionale, partendo dal presupposto che l’esigibilità di siffatta situazione giuridica soggettiva è essenziale per la crescita civile, economica e culturale del singolo, nonché della collettività nel suo complesso. Prof. Alessandro Candido (assegnista di ricerca Università Cattolica del Sacrocuore).

L'articolo per intero si può leggere su federalismi.it

 
Il panino a scuola? Una sconfitta, non un diritto Stampa E-mail
Scritto da Santa D'Innocenzo tratto da Lavoce.info   

 

Permettere ai bambini di portarsi un panino da casa, rinunciando al servizio di mensa scolastica, non è una vittoria della libertà. Perché la scuola è l’ambito più adatto a una corretta educazione alimentare. Obiettivi per cui dovrebbero battersi i genitori: rette accessibili e qualità del cibo.

Educazione alimentare all’ora di pranzo

Nel giugno scorso giugno il tribunale di Torino ha emesso una pronuncia che permette ai bambini di portare un panino da casa invece di usufruire del servizio mensa a scuola, riconoscendo alle famiglie un diritto di libertà nelle scelte nutrizionali dei minori.
Prima di parlare di diritto riconosciuto e celebrare vittoria, occorre però fare qualche considerazione per capire bene quali possano essere le conseguenze di determinate scelte operate dai genitori per i propri figli.
Con la pronuncia del giudice torinese non si è raggiunto l’obiettivo di ridurre le tariffe, come inizialmente richiesto dai genitori in giudizio, né si è riusciti a pianificare azioni per ottenere una migliore qualità del vitto scolastico.
A finire sul banco degli imputati è stato il sistema stesso di refezione scolastica, già in passato aspramente criticato e ora messo a dura prova dalle rinunce dei genitori, dimenticando che rappresenta una conquista sociale, un servizio introdotto non soltanto per far fronte alle necessità lavorative dei genitori, ma anche e soprattutto per garantire fin dalla prima infanzia un reale momento di socializzazione collegato al cibo, una possibilità di apprendimento che introduce i bambini in un percorso di conoscenza e di cultura della nutrizione.
Oltre al caro-mensa, i genitori lamentano talvolta la scarsa qualità del cibo. La questione, però, non si risolve rinunciando al servizio in sé, ma ripensando il sistema di assegnazione al massimo ribasso delle gare per la refezione scolastica, modello che sicuramente non porta a privilegiare la qualità del servizio. In sintesi, gli obiettivi dovrebbero riguardare rette più basse e accessibili a tutti, una sempre migliore qualità del pasto e soprattutto la formazione continua del personale docente, che costituisce un punto rilevante per l’educazione nutrizionale del bambino in età scolare e pre-scolare. Con l’assistenza di insegnanti adeguatamente formati, il bambino apprende concetti nutrizionali che non sarebbe possibile fargli assimilare con altrettanta efficacia in altri contesti.
L’adozione di abitudini alimentari corrette già dalla prima infanzia è unanimemente considerato un fondamento per la prevenzione di obesità, diabete e patologie cronico-degenerative in età adulta. Di conseguenza, l’accesso a una sana e corretta alimentazione costituisce un diritto dei bambini riconosciuto a livello internazionale. E per questo motivo la mensa scolastica rappresenta uno strumento prioritario per promuovere la salute ed educare a corretti stili di vita.

Diritto alla refezione e diritto alla salute

Se le prime regole nutrizionali vengono apprese in famiglia, sono l’età prescolare e scolare a risultare fondamentali per la costruzione delle scelte individuali: il bambino scopre la varietà̀ degli alimenti durante il pasto a scuola, sperimenta nuovi modelli di relazione sociale e modalità di condivisione, assume cibi diversi insieme ai compagni. Il servizio di refezione scolastica è dunque una conquista di civiltà del nostro stato sociale. Senza dimenticare che un ulteriore aspetto del consumo collettivo del pranzo come parte del processo educativo consiste proprio nel fatto che tutti i pasti siano uguali, pur nel rispetto delle esigenze dei singoli. Se ciascuno si portasse da casa il proprio, il criterio cadrebbe e le inevitabili differenze si farebbero ancora più evidenti. Probabilmente sarebbero proprio i genitori appartenenti alle fasce sociali più a rischio, con madri lavoratrici a tempo pieno e con minori informazioni nutrizionali, a riempire lo zaino di merendine di poco costo e basso valore nutritivo. Non è un caso se gli studi epidemiologici individuano nelle aree di reddito sub-urbane e più disagiate le zone a maggior rischio di insorgenza di obesità e diabete, che costituiscono oggi una indiscussa minaccia per la sostenibilità dei sistemi sanitari dei paesi più avanzati. L’unica soluzione efficace per la lotta a queste patologie, ormai considerate epidemiche, pare risiedere nella prevenzione, intesa come formazione impartita prima possibile per essere realmente efficace. Il servizio di mensa a scuola costituisce indiscutibilmente uno fra gli strumenti più adeguati a questo scopo, proprio perché è poi molto difficile riuscire a ottenere una rimodulazione dei comportamenti e delle abitudini individuali; e lo è ancora di più innescare i cambiamenti su una scala più vasta, per ampi settori della popolazione, il che è tipicamente l’obiettivo delle politiche sanitarie pubbliche. Invece di rinunciare a un diritto sociale acquisito come la mensa scolastica, si deve lottare per migliorarne l’esercizio, perché le famiglie con problemi economici possano essere aiutate, permettendo ai loro figli di nutrirsi con un pasto caldo ed equilibrato che li faccia crescere in salute.
Per questo motivo la scelta nutrizionale dei bambini in età scolare e prescolare va valutata in senso più ampio e profondo degli ambiti toccati dalla pronuncia del giudice torinese, facendone oggetto di politiche pubbliche adeguate e lungimiranti.

 
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