Massimo Fersini, il Tarantino italiano -“Totem Blue” buona la prima Stampa E-mail

Il cineasta leccese autoproduce e interpreta un road-movie di grande pathos girato nel Sud-Salento

di Francesco Greco

ROMA – L’ironia graffiante dei fratelli Coen (“Fargo”) e l’enfasi “pulp” di Tarantino (“Le Iene”, “Kill Bill”), la lucidità e il coraggio di Clint Eastwood. Quel frugare nel sottosuolo dostoevskiano dei personaggi, che sono altro da quel che appaiono. Passa da qui l’input estetico di “Totem Blue”, opera prima, e ben riuscita, del giovane cineasta pugliese Massimo Fersini (nato in Svizzera ma è di Gagliano del Capo, nel Leccese) Che se l’è scritta, recitata (interpreta Massimo), girata, prodotta (con la sua sigla “Leucasia”, aiutato da Apulia Film Commission e Salento Film Fund, “è costato 60-70 mila € invece di 6-700mila”) e montata.

 90 minuti di ritmo di una storia dove dà la sua visione del Sud, che è quella del mondo e dell’uomo. In location di luce pura che ben conosce: le scogliere adriatiche e le spiagge joniche intorno a casa sua. Fersini s’è inventato anche la troupe scoprendo talenti “absolute beginners”, tutti della sua terra: da Cosimo Melcarne (fotografia) a Franco Casi Melcarne (scenografo), da Fernando Maggio (trucco) a Rosanna Calcagnile (costumi), oltre al produttore esecutivo Ada Malagnino. Nel cast, oltre a lui Mirko Bruno, Deborah Malatesta (nel ruolo del boss) Elena Arvigo, Romina Carrisi, Anais Rean, Giuseppe Scarpitta, Tommaso Giuranno, Silvana Cucci, Anna De Bartolomeo, Michele Porsi, Daniela Cirone, Pamela Colucci e  Candelora Sergi, star a 80 anni.
   Autodidatta (“con le scuole ho sempre avuto un rapporto poco amichevole”), figlio di ex emigranti, contadini, lascia giovanissimo il Sud. Per pagarsi gli studi fa tutti i lavori che trova. Intanto segue corsi di regia e recitazione. Si avvicina al teatro, fa il suggeritore, l’aiuto-regia, il direttore di scena, l’attore. Gira corti, spot, documentari. La macchina da presa diviene un prolungamento di se stesso, “l’ho imparata studiando soprattutto per conto mio”. Si chiama “gavetta”. Si laurea in Storia e Critica del Cinema. “Totem Blue” (ha sottotitoli in inglese per farlo partecipare a festival e rassegne in tutto il mondo) i primi test hanno ottenuto un grande successo. È piaciuto anche a Giuliano Montaldo, Piero De Bernardi, Gabriele Lavia (“Ce ne fossero di film così…”). Ora sta cercando un distributore, e nel paese dei block-buster non è facile.

La famiglia contadina del film è la sua?

Non è un film autobiografico ma un autore attinge sempre alla sua natura, al mondo interiore, che rielabora. Il mondo contadino è il mio, la sua cultura mi appartiene. Ma il mio personaggio non vive in conflitto con la famiglia patriarcale, il rapporto col padre è anzi goliardico, divertente. E’ un padre che prende continuamente in giro il figlio, e viceversa, ma quando è in pericolo al mattatoio, io sono preoccupato. Massimo cerca solo il riscatto sociale”.

La tecnica con cui usa la macchina da presa è molto professionale: l’ha imparata andando sui set?

Ho fatto dei corsi, prendevo quel che c’era da prendere e andavo via. Dovevo lavorare per vivere, non potevo fare salotto. No, niente set: in questo paese ormai è difficile anche fare apprendistato gratuito. I registi ti vedono come un rompiscatole, e non sanno essere dei maestri”.

Quanto ha messo a girarlo? Dal digitale è passato alla pellicola?

Quasi 8 settimane: un tempo lunghissimo. Non avendo un budget adeguato, è stato un lavoro immane. È un film quasi tutto in esterni e cambiare location ogni giorno è stato faticoso. Ho scelto di girare in hdv/24 progressivo proprio in funzione del passaggio in pellicola. Riprende esattamente il tempo fotografico, nel passaggio non c’è alcuna perdita. Data l’esiguità dei mezzi, sono contento del lavoro fatto”. “Leucasia” è nata perché non trovava un produttore?
Produttori giovani “illuminati” in Italia non ne ho mai conosciuti. Parlano tutti allo stesso modo, stesse frasi stereotipate. Forse sono stato sfortunato. Una produttrice che mi aveva in simpatia mi chiese una commedia, portai “Totem Blue” e mi guardò sconvolta: voleva qualcosa di dolce, tipo le storie sugli adolescenti fighetti. Mi aveva preso per un pasticciere…”. 

È così difficile trovare un distributore?

Non è un bel momento per il cinema italiano. Questo governo non ha una grande considerazione per la cultura. Ma i mali vengono da lontano. Neanche i governi precedenti hanno saputo dare risposte convincenti al cinema, affrontando le problematiche sostanziali del sistema”; quando penso alla cancellazione della tassa di scopo…”.

Di lei parlano come il Quentin Tarantino italiano…

Dopo oltre un secolo di cinema, ognuno ha qualcosa di qualcun altro.  Mi sento vicino a una certa poetica del “new cinema americano”. Ma anche alla commedia all’italiana. Quel che mi piace degli Usa è la capacità di coniugare l’aspetto autoriale a quello commerciale.