Coronavirus, la morte del primo detenuto riapre il dibattito sulle carceri: “10mila ai domiciliari" Stampa E-mail
Scritto da tratto da Ilfattoquotidiano.it   

Le posizioni sono essenzialmente due. La prima: per evitare il contagio bisogna aumentare il numero dei detenuti agli arresti domiciliari e quindi fare uscire subito almeno diecimila carcerati. La seconda: nonostante l’emergenza coronavirus, non possono essere concessi gli arresti casalinghi ai detenuti in modo automatico, cioè senza valutare caso per caso il pericolo di fuga e di reiterazione del reato. E poi, in questo modo, lo Stato darebbe un segnale di resa. Soprattutto dopo le violenti proteste delle ultime settimane. La morte del primo detenuto affetto da Covid-19 riapre il dibattito sulla condizione dei detenuti al tempo dell’emergenza. Una situazione che era già al limite, visto che secondo i dati del ministero della Giustizia nel nostro Paese i posti nei penitenziari sono meno di 49mila ma ospitano più di 58mila persone. Anche per questo motivo quello delle carceri rappresenta uno dei fronti più delicati con l’esplosione dell’epidemia, come si è visto con le rivolte scoppiate in tutta Italia nei primi giorni dell’emergenza. Ma il problema esiste anche fuori dall’Italia.

L’esperimento degli Usa – Negli Usa, il paese con più contagi in assoluto (e una popolazione carceraria di 2milioni e 300mila persone) dal 23 marzo scorso alcuni Stati – tra gli altri California, New York, Ohio – hanno deciso di rilasciare i detenuti che hanno commesso reati minori, quelli più anziani e i malati. Dal 2 aprile, invece, il dipartimento di Giustizia ha ordinato ai detenuti delle carceri federali (circa 180mila) due settimane di quarantena: non potranno uscire dalle loro celle. Sono tutte misure pensate per provare a bloccare il contagio nei penitenziari: strutture sigillate e con pochi contatti con l’esterno, ma che rischiano di diventare enormi focolai nel caso di un’iniziale diffusione del virus. Anche per questo la morte del primo detenuto ha riaperto il dibattito anche in Italia.

Penitenziaria: “Virus in ascesa nelle carceri” – Quello morto a Bologna – 77 anni, in carcere con accuse di mafia e con altre patologie pregresse – era uno dei due detenuti positivi ricoverati in strutture ospedaliere. In totale – secondo i dati diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – sono 21, 17 dei quali sono in isolamento in camere singole all’interno delle stesse prigioni. Molto più numerosi i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria: sono 116, con due vittime, su quasi 38mila guardie carcerarie in totale. “Sembra che il virus si stia diffondendo in differita nelle carceri e che, mentre nel Paese pare si stia registrando il picco, nei penitenziari potrebbe essere in piena fase di sviluppo e ascesa. Per questo la gestione dell’emergenza dovrebbe essere affrontata in maniera molto più efficace e organica da molti punti di vista, sia per la parte che riguarda l’utenza detenuta, sia sotto il profilo dell’organizzazione del lavoro e delle misure a protezione degli operatori e, di rimando, per gli stessi reclusi”, dice Gennarino De Fazio, del sindacato Uilpa Polizia Penitenziaria. La pensa diversamente Donato Capece, segretario del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, secondo il quale quello di Bologna “è un episodio che non fa testo. L’uomo soffriva di numerose altre patologie ed il covid gli ha dato il colpo di grazia. Non esiste luogo più sicuro del carcere, dove i detenuti sono seguiti e curati”.

I provvedimenti del governo – Le due posizioni all’interno dei sindacati penitenziari rappresentano fedelmente gli schieramenti che si sono formati sulla questione anche all’esterno delle carceri. Dove per prevenire il contagi il governo ha previsto alcune norme ad hoc inserite nel decreto Cura Italia. Ci sono due tipi di interventi: uno economico, con lo stanziamento di 20 milioni di euro destinati alla ristrutturazione delle carceri danneggiate dalle rivolte; e poi uno normativo per diminuire l’affollamento nei penitenziari. In pratica i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potreanno farlo agli arresti domiciliari. Se però il residuo di pena è superiore a sei mesi i detenuti dovranno indossare il braccialetto elettronico, cioè quel congegno che consente il controllo a distanza.

Il problema dei braccialetti – Il provvedimento del governo si è prestato a molteplici critiche per diverse ragioni, spesso anche opposte tra loro. A livello pratico c’è la questione dei braccialetti. Il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha detto alla Camera che con il Cura Italia potranno accedere ai domiciliari fino a un massimo di seimila detenuti. I congegni elettronici messi a disposizione dal dipartimento di Pubblica sicurezza sono cinquemila, di cui solo 920 al momento della firma del decreto tra Dap e Viminale il 27 marzo. Per “sbloccare” gli altri serve tempo, visto che il procedimento d’installazione è farraginoso: in media ci vogliono tra i due e i sei giorni e occorre il personale specializzato. Secondo i calcoli del garante dei detenuti, Mauro Palma, quel provvedimento “prevede l’installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana”. In questo modo ci vorrebbe dunque troppo tempo per consentire il rilascio di tutti i detenuti che hanno ottenuto i domiciliari. E anche per questo motivo se il guardasigilli ha chiesto al commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri, di attivarsi per reperire altri congegni elettronici.

“Subito liberi 10mila detenuti” – Il provvedimento del governo divide anche sul fronte dei detenuti titolati ad accedere al beneficio dei domiciliari. Dopo la morte del carcerato a Bologna, i Radicali e il Garante sono tornati a chiedere all’esecutivo di ampliare la platea delle persone alle quali concedere i domiciliari. “Bisogna mandare agli arresti domiciliari almeno altri 10mila detenuti tra quelli che hanno un fine pena breve e coloro che soffrono di patologie o hanno età per cui un contagio potrebbe essere fatale”, dice per esempio Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Sappiamo – continua – che il 67% dei detenuti ha almeno una patologia sanitaria e che ben 5.221 persone hanno più di 60 anni. In questo momento di grande sforzo da parte del governo il carcere rischia di essere un luogo a rischio anche per gli operatori”. Chiede l’allargamento “della platea” dei beneficiari “a chi ha un residuo pena inferiore a quattro anni” l’associazione Nessuno Tocchi Caino, che però preferirebbe percorrere “la via maestra”, cioè quella dell’indulto o dell’amnistia.

Il parere del Csm – I provvedimenti del governo hanno spaccato anche il Consiglio superiore della magistratura. La settimana scorsa l’organo di autogoverno delle toghe ha approvato un parere con cui definisce “inadeguate” le misure varate dall’esecutivo. E questo anche per “l’indisponibilita‘” dei congegni elettronici. “Questo consentirà di fatto ad un ridotto numero di detenuti di poter uscire dal carcere, poichè è notoria la indisponibilità di un numero sufficiente di braccialetti”, ha detto Giuseppe Marra, presidente della sesta commissione che ha messo per iscritto il parere. Che però è stato approvato a maggioranza, e non all’unanimità. Contro hanno votato i consiglieri togati di Area, la corrente di sinistra della magistratura, che avrebbero voluto chiedere al governo “scelte drastiche“. Quali? L’applicazione dei domiciliari a tutti quelli che devono scontare fino a due anni di pena. Una misura che farebbe aprire le porte del carcere a 21mila detenuti.

“Così lo Stato dà un segno di cedimento” – Contrari al documento del Csm anche Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, per motivi però completamente opposti da quelli di Area. Durante il suo intervento a Palazzo dei maresciali, qualche giorno fa, l’ex pm di Palermo ha definito “un indulto mascherato” il provvedimento dell’esecutivo, perché tra le condazioni ostative alla concessione dei domiciliari non è incluso “il pericolo di fuga e la reiterazione del reato”. In questo modo, secondo l’ex pm di Palermo, è stato creato un “automatismo che potrebbe prescindere dalla valutazione del magistrato di sorveglianza”. I due magistrati hanno bocciato le norme sulle carceri anche per un’altra ragione: “Questi benefici sono stati concessi all’indomani del ricatto allo Stato rappresentato dalla rivolta nelle carceri, voluta e promossa da organizzazioni criminali”. Quindi anche se nei fatti “non è un cedimento dello Stato rischia di apparire tale”. Fuori dal Csm pensa allo stesso modo Nicola Gratteri: “Scarcerare i detenuti è un pessimo messaggio da parte dello Stato. Dopo aver bastonato le guardie penitenziarie vengono scarcerati: sembra un premio“.

Le indagini sulle rivolte – Dal ministero della giustizia fanno notare come la norma preveda che “il magistrato di sorveglianza possa sempre ravvisare motivi ostativi alla concessione della misura”. E sulle rivolte sottolineano che la possibilità dei domiciliari non è prevista, tra gli altri, anche per “chi ha partecipato ai disordini avvenuti nelle carceri negli scorsi giorni“. Anche su questo fronte, però, non c’è accordo tra politica e addetti ai lavori: “Le rivolte nelle carceri – dice una fonte investigativa al fattoquotidiano.it – sono state fatte dalla manovalanza ma organizzate dai boss, dai capi che spesso durante i disordini sono stati buoni nelle loro celle, consapevoli di quello che sarebbe successo dopo”.