Con la scusa del Covid-19 si nega il diritto all’aborto Stampa E-mail
Scritto da Maria Laura Di Tommaso e Caterina Muratori dalla voce.info   

Con la crisi sanitaria dovuta al Covid-19 sono diminuite le interruzioni volontarie di gravidanza. Il divieto di spostamento unito all’alto numero di medici obiettori impedisce alle donne di ricorrere all’aborto legale. Così cresceranno quelli clandestini.

Italia, paese di obiettori di coscienza

Diceva Simone de Beauvoir: “Non dimenticate mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete restare vigili durante tutto il corso della vostra vita”.

Quanto fossero vere queste parole lo si vede oggi con l’emergenza sanitaria. Le misure di segregazione sociale messe in atto per fronteggiare la diffusione del Covid-19 hanno causato un’improvvisa riduzione dell’accesso al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. Sulla base di una dichiarata conformità al decreto del 9 marzo, molti ospedali italiani hanno infatti sospeso la fornitura del servizio perché – illegittimamente – lo considerano non essenziale, nonostante la legge 194 inserisca l’interruzione volontaria di gravidanza fra le prestazioni mediche essenziali. La parziale sospensione del servizio – in un periodo in cui si potrebbe verificare un aumento delle gravidanze indesiderate per l’incremento delle violenze domestiche registrato dall’inizio del blocco – peggiora una situazione, di per sé, già drammatica.

L’Italia è uno dei paesi al mondo col più alto numero di medici obiettori di coscienza, con un tasso in crescita dall’approvazione della legge 194 (figura 1) e con una forte eterogeneità tra regioni (figura 2). In aggiunta, nel 2017 solo il 64,5 per cento degli ospedali con un reparto di ostetricia e ginecologia effettuava interruzioni di gravidanza. Gli altri di fatto rientrano in quella casistica che viene definita come “obiezione di struttura”, situazione non ammessa dalla legge 194. Nonostante gli ammonimenti dell’Unione europea, che ha definito la situazione italiana come discriminatoria e in violazione dei diritti alla salute, il ministero della Salute continua a dichiarare adeguato il livello di offerta del servizio.

Costrette a spostarsi da un luogo all’altro

Già in condizioni di normalità, questa situazione costringe le donne a muoversi da un comune all’altro e, nei casi peggiori, da una provincia o una regione all’altra, per riuscire ad abortire. L’impossibilità di movimento imposta dai decreti per fronteggiare il Covid-19 nega a molte donne la possibilità di spostarsi per riuscire a interrompere la gravidanza.

Nel 2016 più di 4 mila donne hanno avuto un aborto fuori dalla loro regione di residenza, cifra che ammonta a circa il 5 per cento del totale. Se si analizza la differenza fra regione di occorrenza dell’aborto e regione di residenza della donna, si può ricavare un indicatore del flusso netto in entrata di donne che vogliono abortire, per ciascuna regione. Le regioni per le quali il tasso di aborti per luogo di occorrenza è significativamente minore del tasso di aborti per luogo di residenza della donna, sono quelle in cui è più difficile abortire; al contrario, le regioni per cui la relazione è invertita, sono quelle che attirano donne dall’esterno.

Il confronto tra la percentuale di medici obiettori e con i flussi in uscita mostra come le regioni con più obiettori abbiano un problema di accesso all’aborto che spinge le donne a spostarsi per ricevere assistenza (figura 3). Gli autori dello studio stimano che un aumento di 10 punti percentuali nella quota di medici obiettori sia associato con un aumento di 2,1 punti percentuali nel flusso di donne in uscita.

Il ritorno dell’aborto clandestino

Ad aggravare la situazione, il 25 marzo l’associazione ProVita e Famiglia (uno dei più importanti gruppi pro-life italiani) ha avviato una petizione online indirizzata al ministero della Salute per chiedere di vietare l’aborto negli ospedali italiani. Dall’altra parte dell’oceano, in Texas e Ohio l’aborto è già stato dichiarato intervento non necessario e alle cliniche è stato revocato il diritto di praticarlo.

Dalla letteratura scientifica risulta evidente che quando l’accesso all’aborto legale non è garantito, le donne ricorrono a quello clandestino. L’Istat ha stimato circa 10 mila-13 mila aborti clandestini in Italia per gli anni 2014-2016. L’emergenza coronavirus e le sue conseguenze sull’accesso all’interruzione di gravidanza potrebbero aver fatto esplodere il fenomeno. Nonostante la vendita online di pillole abortive abbia reso la procedura meno rischiosa che in passato, abortire clandestinamente continua ad avere comunque molti rischi per la salute della donna. L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che a livello mondiale il costo annuale per il trattamento delle complicazioni derivanti dagli aborti clandestini si aggira intorno ai 553 milioni di dollari.

Il processo di costruzione di misure di contenimento per affrontare la diffusione del coronavirus necessita di uno sguardo più attento alla centralità dei corpi delle donne come fulcro delle disuguaglianze di genere all’interno del nostro paese. Dobbiamo evitare che una crisi sanitaria si trasformi in una crisi sociale e politica che costringa le donne ad arretrare nell’esercizio dei propri diritti.

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