Diritto & Doveri
Sofferenze bancarie: i poteri dei tecnici, i doveri della politica Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Lavoce.info Andrea Resti   

La vigilanza europea sul sistema bancario non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi prima di dettare regole di carattere generale, rispettando le prerogative del legislatore.

La nota Bce e le reazioni italiane

Si è discusso molto nelle ultime settimane di sofferenze bancarie e in particolare di una bozza diffusa dalla Banca centrale europea, nota come “calendar provisioning”. La proposta richiederebbe ai maggiori istituti dell’Eurozona di svalutare integralmente entro due anni le nuove sofferenze non assistite da garanzie (per quelle garantite da immobili, il termine verrebbe fissato a sette anni).
In questo modo, si dice, le banche sarebbero costrette a “ripulire” i propri bilanci, liberando risorse per concedere più credito alle aziende sane. Un maggior livello di svalutazioni renderebbe inoltre più “realistici” i valori in bilancio, favorendo quella cessione a terzi dei crediti deteriorati che oggi risulta ostica perché i compratori offrono poco rispetto a quanto contabilizzato dalle banche.
Pur di fronte a questi asseriti vantaggi, la reazione delle aziende di credito italiane e del ministero dell’Economia è stata negativa. Chi ha ragione? Ecco i principali risultati emersi in un mio recente parere al Parlamento europeo.
Svalutare del 100 per cento dopo 24 mesi è realistico? No. Le analisi condotte da Crif Group su un vasto campione di sofferenze non garantite dicono che in media quasi i due quinti dei recuperi totali avvengono dopo due anni. La scadenza proposta non tiene dunque conto dei dati empirici e svantaggia i paesi dove la giustizia civile è più lenta.
Va detto tuttavia che, se attuata in modo graduale, per esempio applicandola solo ai crediti di nuova erogazione, la proposta potrebbe tradursi in un efficace pungolo per le banche, affinché rendano più efficienti e rapidi i processi di recupero, e per il legislatore, perché rimuova i “colli di bottiglia” presenti nelle procedure giudiziarie.
Eliminando dal bilancio le sofferenze si incentiva a erogare più credito? Si tratta, a mio avviso, di un luogo comune tanto diffuso quanto indimostrato. Le banche con meno sofferenze sono spesso più dinamiche, efficienti e redditizie; ma si tratta di fenomeni contestuali, non di un legame tra causa ed effetto. È chiaro infatti che se l’economia è florida e la banca è ben gestita, le sofferenze saranno basse, i volumi in crescita e i profitti elevati. Ma inducendo le banche a svalutare integralmente le sofferenze (o a cederle a prezzi di saldo), si fanno emergere forti perdite, bruciando patrimonio e dunque indebolendo la capacità di offrire nuovi prestiti, come dimostrato da recenti studi sul mercato italiano.

Le prerogative del legislatore

C’è poi un aspetto insidioso che va oltre il merito del provvedimento oggi in discussione. Quando trasmette alle banche “linee guida” formalmente non vincolanti (ma di fatto difficilissime da evitare), la vigilanza emana regole che si sovrappongono a quelle decise da organi democraticamente eletti. Il Parlamento europeo, attraverso direttive e regolamenti, ha già stabilito un regime prudenziale in materia di sofferenze bancarie, basato su requisiti patrimoniali rafforzati. Il regime può risultare troppo blando, ma andrebbe emendato con una nuova iniziativa politica (Consiglio e Commissione si sono già mossi in tal senso), per non dare ulteriore alimento alla retorica dell’Europa “dei tecnocrati e dei banchieri”.
La vigilanza non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare con determinazione il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi saggiamente prima di dettare regole di carattere generale, percorrendo una strada oggettivamente pericolosa (e se il prossimo calendar provisioning riguardasse i Btp delle banche?). Al rispetto delle prerogative del legislatore si sono del resto richiamati gli uffici legali di Parlamento e Consiglio e lo stesso presidente di Europarlamento.

 
Via i voucher, ma erano utili Stampa E-mail
Scritto da Tortuga - tratto dalla voce.info   

I voucher, utilizzati marginalmente, sono stati aboliti. Il governo ha così evitato un referendum spinoso. Però ha anche rinunciato a uno strumento utile per sostenere i lavoratori più deboli e per riportare il lavoro occasionale alla luce del sole.

Pregi e difetti dei buoni-lavoro

L’8 febbraio il presidente dell’Inps ha presentato i dati più recenti su usi, abusi e pregi dei voucher. L’utilizzo dello strumento è cominciato nel 2008 con il governo Prodi per i lavoratori agricoli occasionali (come i tanto citati vendemmiatori) e progressivamente liberalizzato dai governi Monti e Letta. Nelle intenzioni dei legislatori, l’istituto mirava a combattere il lavoro nero e a garantire ai lavoratori occasionali (per esempio, gli steward agli eventi) una protezione assicurativa e i contributi pensionistici. Il Jobs act ha poi introdotto alcuni cambiamenti, aumentando il massimale a 7mila euro, vietandone l’uso negli appalti e introducendo la tracciabilità.
Alla luce dei dati, proviamo a comprendere quali sono le criticità e quali i benefici di una forma di lavoro che riguarda, comunque, al massimo lo 0,3 per cento del monte ore lavorativo italiano.
I voucher sono stati spesso accusati di istituzionalizzare la precarizzazione. Il grafico mostra la crescita del numero dei buoni utilizzati a partire dal 2008, fino agli oltre 130 milioni nel 2016.
I percettori non-studenti che hanno i voucher come unica fonte di reddito da un solo committente rappresentano solo il 12 per cento del totale degli utilizzatori, ma il fatto che l’utilizzo in agricoltura e servizi alla persona (pezzo forte del lavoro accessorio nelle intenzioni del legislatore) ammonti solo al 6 per cento del totale indica che sono una soluzione appetibile in molti più settori del previsto. D’altra parte, l’età media dei lavoratori pagati con i voucher è diminuita e ciò mostra come siano i giovani i più interessati da questo tipo di lavoro precario. Per loro i voucher rappresentano comunque un miglioramento rispetto al lavoro nero, che secondo Eurispes (2015) coinvolge un terzo dei giovani. Comunque molti, fra cui Simone Ferro su questa stessa testata, hanno invocato un ritorno alla limitazione dei voucher a settori ad alto contenuto di prestazioni occasionali.
I critici sostengono che i buoni lavoro sono inefficaci nel combattere il lavoro sommerso. Ciò era plausibile prima della tracciabilità introdotta dal governo Renzi, in quanto il datore di lavoro non era tenuto a dichiarare preventivamente l’orario preciso della prestazione, avendo quindi la possibilità di tenerli “in bianco”, pronti per essere mostrati in caso di controlli. Anche con la tracciabilità, tuttavia, restano spazi di abuso. E infatti l’Inps suggerisce di potenziare le ispezioni, integrando la comunicazione preventiva al ministero del Lavoro con quella contributiva all’Inps e utilizzando le banche dati dell’Istituto per indirizzare le attività di ispezione.

Alternativa al lavoro irregolare

Dai dati mensili riportati nel grafico si nota come, dopo il boom dovuto all’introduzione e alla progressiva liberalizzazione, il numero di voucher (la linea blu) sembrava destinato a stabilizzarsi, con tassi di crescita tendenziale (le colonnine nel grafico) sempre più vicini allo zero. In questi anni, inoltre, l’aumento è stato per lo più orizzontale, con un allargamento della platea degli utilizzatori ma una media costante di circa sessanta voucher a persona, corrispondenti a 450 euro netti all’anno. Tuttavia, benché si tratti di cifre contenute, i buoni lavoro restano spesso la sola alternativa al lavoro irregolare e permettono ai percettori, spesso soggetti socialmente ed economicamente vulnerabili, di accumulare contributi previdenziali. I percettori sono infatti concentrati fra lavoratrici part-time, studenti, pensionati e disoccupati, mentre solo nel 13 per cento dei casi i voucher sono il compenso per un secondo lavoro (inteso come aggiunta a un primo lavoro a tempo pieno). Sembra insomma vi sia una correlazione tra lavoro accessorio e carriere lavorative discontinue o a orario ridotto. I buoni hanno quindi integrato i redditi dei soggetti al margine, sebbene, nella maggior parte dei casi, non come ponte a contratti di lavoro più stabile.
Come ha già detto Pietro Ichino qualche giorno fa, prevedere una forma legale per lavori occasionalmente ricorrenti è una necessità ed eliminati i voucher qualcosa di simile dovrà prenderne il posto (per esempio, eliminando i limiti di età sul contratto a chiamata, come ventilato da Irene Tinagli). I margini di miglioramento erano molti, ma proprio per questo la miglior maniera di procedere sarebbe stata analizzare i problemi e gradualmente intervenire per limare lo strumento, come era stato fatto con l’introduzione della tracciabilità. Anche se finora i buoni lavoro hanno avuto effetti modesti, restano a nostro avviso uno strumento adatto a combattere il lavoro nero e a incentivare una maggiore integrazione dei lavoratori più vulnerabili. L’unica ragione per cui il governo abbia voluto disfarsene totalmente sembra essere conservare il capitale politico per battaglie di maggiore entità.

 
Milano. Verso quale trasporto pubblico locale? Il diritto sociale alla mobilità Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido Tratto da federalismi.it   

La presenza di servizi pubblici locali efficienti costituisce senza dubbio il termometro dello sviluppo di un Paese, essendo in grado di incidere significativamente sulla qualità della vita dei suoi cittadini, sulla coesione sociale, sull’occupazione, sulla crescita economica, sulle prestazioni di un numero rilevante di imprese, sui servizi della pubblica amministrazione, nonché sugli investimenti. In particolare, la mobilità delle persone, che viene soddisfatta principalmente dai servizi di trasporto pubblico locale, dai mezzi privati e dai servizi di mobilità pubblica non di linea (ma anche dalle forme nuove di mobilità, come ad esempio il c.d. car sharing) dipende in larga misura dalla qualità delle reti infrastrutturali locali e dei servizi di rete: in altre parole, dall’impiego di cospicue risorse in tali ambiti. Oramai da molto (rectius, troppo) tempo il trasporto pubblico locale italiano rappresenta una delle più grandi e insolute questioni nazionali, come dimostrano le seguenti circostanze: i servizi di trasporto pubblico locale risultano tuttora sottodimensionati e la realizzazione di molte delle infrastrutture programmate è in grave ritardo, anche a causa degli ingenti costi delle medesime; la manutenzione delle reti si presenta scarsa e la maggior parte dei mezzi di trasporto (si pensi agli autobus e ai treni regionali) ha un’età media molto elevata, con conseguenti pregiudizi per la qualità del servizio; non mancano evidenti disparità territoriali, concernenti non solo il Nord e il Sud del Paese, ma anche territori appartenenti a una stessa Regione; l’offerta di linee metropolitane e di ferrovie suburbane continua ad essere del tutto inadeguata, come dimostra il fatto che «Londra, da sola, ha un numero di linee della metropolitana maggiore del totale italiano e una lunghezza della rete più che doppia rispetto a quella italiana». A ciò si aggiunga che manca uno sviluppo dell’intermodalità, elemento questo che incide in negativo sulla pianificazione degli spostamenti da parte degli utenti. Tali inefficienze si riverberano con tutta evidenza sull’esigibilità del diritto al trasporto pubblico locale e, con specifico riguardo alla presenza di aree a più velocità, sull’effettività del principio di uguaglianza costituzionalmente garantito; ciò tanto su un piano formale, dato che l’art. 3, comma 1, Cost., impone di trattare in modo eguale i cittadini, senza distinzione – tra le altre cose – di «condizioni personali e sociali», quanto su un piano sostanziale, dato che il successivo comma 2 impegna la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» (tra i quali certamente si annoverano le diverse condizioni di sviluppo del trasporto pubblico locale) che impediscono una piena partecipazione «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Vi è dunque anzitutto il bisogno di promuovere e rendere uguale il diritto della persona alla mobilità su tutto il territorio nazionale, partendo dal presupposto che l’esigibilità di siffatta situazione giuridica soggettiva è essenziale per la crescita civile, economica e culturale del singolo, nonché della collettività nel suo complesso. Prof. Alessandro Candido (assegnista di ricerca Università Cattolica del Sacrocuore).

L'articolo per intero si può leggere su federalismi.it

 
Il panino a scuola? Una sconfitta, non un diritto Stampa E-mail
Scritto da Santa D'Innocenzo tratto da Lavoce.info   

 

Permettere ai bambini di portarsi un panino da casa, rinunciando al servizio di mensa scolastica, non è una vittoria della libertà. Perché la scuola è l’ambito più adatto a una corretta educazione alimentare. Obiettivi per cui dovrebbero battersi i genitori: rette accessibili e qualità del cibo.

Educazione alimentare all’ora di pranzo

Nel giugno scorso giugno il tribunale di Torino ha emesso una pronuncia che permette ai bambini di portare un panino da casa invece di usufruire del servizio mensa a scuola, riconoscendo alle famiglie un diritto di libertà nelle scelte nutrizionali dei minori.
Prima di parlare di diritto riconosciuto e celebrare vittoria, occorre però fare qualche considerazione per capire bene quali possano essere le conseguenze di determinate scelte operate dai genitori per i propri figli.
Con la pronuncia del giudice torinese non si è raggiunto l’obiettivo di ridurre le tariffe, come inizialmente richiesto dai genitori in giudizio, né si è riusciti a pianificare azioni per ottenere una migliore qualità del vitto scolastico.
A finire sul banco degli imputati è stato il sistema stesso di refezione scolastica, già in passato aspramente criticato e ora messo a dura prova dalle rinunce dei genitori, dimenticando che rappresenta una conquista sociale, un servizio introdotto non soltanto per far fronte alle necessità lavorative dei genitori, ma anche e soprattutto per garantire fin dalla prima infanzia un reale momento di socializzazione collegato al cibo, una possibilità di apprendimento che introduce i bambini in un percorso di conoscenza e di cultura della nutrizione.
Oltre al caro-mensa, i genitori lamentano talvolta la scarsa qualità del cibo. La questione, però, non si risolve rinunciando al servizio in sé, ma ripensando il sistema di assegnazione al massimo ribasso delle gare per la refezione scolastica, modello che sicuramente non porta a privilegiare la qualità del servizio. In sintesi, gli obiettivi dovrebbero riguardare rette più basse e accessibili a tutti, una sempre migliore qualità del pasto e soprattutto la formazione continua del personale docente, che costituisce un punto rilevante per l’educazione nutrizionale del bambino in età scolare e pre-scolare. Con l’assistenza di insegnanti adeguatamente formati, il bambino apprende concetti nutrizionali che non sarebbe possibile fargli assimilare con altrettanta efficacia in altri contesti.
L’adozione di abitudini alimentari corrette già dalla prima infanzia è unanimemente considerato un fondamento per la prevenzione di obesità, diabete e patologie cronico-degenerative in età adulta. Di conseguenza, l’accesso a una sana e corretta alimentazione costituisce un diritto dei bambini riconosciuto a livello internazionale. E per questo motivo la mensa scolastica rappresenta uno strumento prioritario per promuovere la salute ed educare a corretti stili di vita.

Diritto alla refezione e diritto alla salute

Se le prime regole nutrizionali vengono apprese in famiglia, sono l’età prescolare e scolare a risultare fondamentali per la costruzione delle scelte individuali: il bambino scopre la varietà̀ degli alimenti durante il pasto a scuola, sperimenta nuovi modelli di relazione sociale e modalità di condivisione, assume cibi diversi insieme ai compagni. Il servizio di refezione scolastica è dunque una conquista di civiltà del nostro stato sociale. Senza dimenticare che un ulteriore aspetto del consumo collettivo del pranzo come parte del processo educativo consiste proprio nel fatto che tutti i pasti siano uguali, pur nel rispetto delle esigenze dei singoli. Se ciascuno si portasse da casa il proprio, il criterio cadrebbe e le inevitabili differenze si farebbero ancora più evidenti. Probabilmente sarebbero proprio i genitori appartenenti alle fasce sociali più a rischio, con madri lavoratrici a tempo pieno e con minori informazioni nutrizionali, a riempire lo zaino di merendine di poco costo e basso valore nutritivo. Non è un caso se gli studi epidemiologici individuano nelle aree di reddito sub-urbane e più disagiate le zone a maggior rischio di insorgenza di obesità e diabete, che costituiscono oggi una indiscussa minaccia per la sostenibilità dei sistemi sanitari dei paesi più avanzati. L’unica soluzione efficace per la lotta a queste patologie, ormai considerate epidemiche, pare risiedere nella prevenzione, intesa come formazione impartita prima possibile per essere realmente efficace. Il servizio di mensa a scuola costituisce indiscutibilmente uno fra gli strumenti più adeguati a questo scopo, proprio perché è poi molto difficile riuscire a ottenere una rimodulazione dei comportamenti e delle abitudini individuali; e lo è ancora di più innescare i cambiamenti su una scala più vasta, per ampi settori della popolazione, il che è tipicamente l’obiettivo delle politiche sanitarie pubbliche. Invece di rinunciare a un diritto sociale acquisito come la mensa scolastica, si deve lottare per migliorarne l’esercizio, perché le famiglie con problemi economici possano essere aiutate, permettendo ai loro figli di nutrirsi con un pasto caldo ed equilibrato che li faccia crescere in salute.
Per questo motivo la scelta nutrizionale dei bambini in età scolare e prescolare va valutata in senso più ampio e profondo degli ambiti toccati dalla pronuncia del giudice torinese, facendone oggetto di politiche pubbliche adeguate e lungimiranti.

 
Referendum costituzionale, la “legge oscura” che può diventare la nuova Carta Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Ilfattoquotidiano.it   

Referendum costituzionale, la “legge oscura” che può diventare la nuova Carta: rigonfia di parole e di frasi infinite

Referendum costituzionale, la “legge oscura” che può diventare la nuova Carta: rigonfia di parole e di frasi infinite

Politica

La Costituente, prima di approvare il testo, lo fece rileggere a scrittori e letterati per renderlo più semplice e chiaro a tutti, con periodi lunghi in media 20 parole. Per De Mauro è l'unico testo comprensibile alla stragrande maggioranza degli italiani. Il testo della riforma Renzi-Boschi ha articoli di oltre 300 e 400 parole. In un caso si è passati da 9 a 439 e il punto arriva dopo oltre 170 vocaboli

Nel 2011 – molto prima che Matteo Renzi diventasse presidente del Consiglio e molto dopo la bocciatura delle riforme di Berlusconi – il presidente emerito della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, suggerì che i primi due articoli di ogni legge costituzionale dovrebbero essere sempre: “Articolo 1: ogni norma legislativa deve essere formulata in maniera completa, comprensibile e senza rimandi. Articolo 2: l’inosservanza dell’articolo precedente comporta la incostituzionalità della norma”. Ancora prima, nel 2008, il linguista Tullio De Mauro – invitato al Senato a parlare della Costituzione più bella – spiegò che “l’ideale sarebbe scrivere frasi con meno di 25 parole, se si vuole essere capiti”. Secondo De Mauro la Costituzione vigente ha “una media esemplare di un po’ meno di 20 parole per frase”. Per il 93 per cento è scritta con un vocabolario di base, “che già nelle scuole elementari, per chi le fa, può essere noto”. I costituenti “non solo scelgono le parole più trasparenti, per il possibile, ma scelgono di scrivere frasi esemplarmente brevi”. La Costituzione è uno dei pochissimi testi italiani, secondo De Mauro, comprensibile dalla stragrande maggioranza della popolazione. Come la Costituzione, forse, c’è solo Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Poi se “uno vuole abbandonarsi all’estro dell’arte fa quello che vuole come Joyce”.

Come fosse il Monologo di Molly Bloom, la parte della Costituzione che aspetta di essere confermata o bocciata nel referendum di autunno, ha articoli di 323, 438, 439 parole. Quasi l’equivalente dell’intero testo della Carta attuale, che contiene 1357 vocaboli. L’articolo 70 – che parla del funzionamento del Parlamento ed è l’applicazione dell’abolizione del bicameralismo perfetto – oggi è composto da 9 parole: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. La riforma istituzionale che porta il nome del ministro Maria Elena Boschi ne aggiunge 430. Quell’articolo riesce a citare, tutti in fila, 9 tra commi di altri articoli della Carta, senza dire di cosa parlano. In un caso non si trova un solo punto per la lunghezza di 173 parole. Per leggere la possibile nuova Costituzione, insomma, non basterebbe un professore di diritto: servirebbe anche uno pneumologo per leggerla fino in fondo. “Di solito chi ha idee chiare le esprime in maniera chiara” ha già spiegato nei mesi scorsi Ainis, consigliando ai riformatori di rileggere i classici. Dell’articolo 70, messa da parte la complessità formale, a un certo punto sfugge il senso per colpa dell’italiano.

Renzi dona Costituzione ad alunni, datemi una manoQuella sottoposta a referendum – a prescindere dal merito – è una Carta rimpinzata di roba. L’articolo 55 – che parla della composizione del Parlamento – attualmente si sviluppa in due frasi per un totale di 31 parole, soggetto-verbo-complemento, soggetto-verbo-complemento. Quello nuovo ha 5 commi per un totale di 8 frasi e 187 vocaboli. L’articolo 57 – che si occupa del Senato – dovrebbe essere uno dei passaggi-chiave, perché è alla base del superamento del bicameralismo perfetto. Ma al taglio di un ramo del Parlamento corrisponde una moltiplicazione di parole. Un’aggiunta all’articolo 85 – che regola elezioni, mandato e poteri del presidente della Repubblica – complica tutto: “Quando il presidente della Camera esercita le funzioni del presidente della Repubblica nel caso in cui questi non possa adempierle, il presidente del Senato convoca e presiede il Parlamento in seduta comune”.

L’espansione della Carta è dovuta anche al fatto che – forse per paura di poca chiarezza – ripete due volte le stesse cose. Il giudizio preventivo della Corte costituzionali sulle leggi elettorali compare sia all’articolo 73 sui poteri di promulgazione del presidente della Repubblica (per il momento spiegato con tre frasi) sia all’articolo 134 dedicato alla Consulta. L’articolo 70 – sulla formazione delle leggi – non solo si espande, ma si intreccia:

Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione

Lo Statuto Albertino, 1848, 168 anni fa, regolava la legislazione così: “Ogni proposta di legge debb’essere dapprima esaminata dalle Giunte che saranno da ciascuna Camera nominate per i lavori preparatorii. Discussa ed approvata da una Camera, la proposta sarà trasmessa all’altra per la discussione ed approvazione; e poi presentata alla sanzione del Re. Le discussioni si faranno articolo per articolo”.

Joyce non c’entra, dunque. I partiti che si propongono di riformare le istituzioni hanno scritto la nuova Costituzione come se fosse una legge come le altre. E le altre leggi, tendenzialmente, sono scritte male. Zagrebelsky non si stanca mai di ricordare l’articolo 111, riformato nel 1999, cosiddetto del “giusto processo”. Lì ci sono “retorica, linguaggi cifrati e il contemporaneo svuotamento dei contenuti normativi”. Ma anche un vero e proprio errore lessicale. Il 111 dice che “La giurisdizione si attua attraverso il giusto processo”. “Ma la giurisdizione si esercita, non si attua – dice l’ex presidente della Consulta – Perché altrimenti diventa un concetto metafisico. Di sicuro, però, gli artefici non pensavano ad Aristotele o a San Tommaso. Pensavano forse a qualche amico degli amici”.

La linguista Bice Mortara Garavelli, parlando di testi di giustizia, l’ha definita “complicazione indiscreta”: “Indebita complessità sintattica e profonda oscurità semantica”. Il referendum, per Zagrebelsky, è su “un testo scritto malissimo. In certe parti contraddittorio e incomprensibile. La chiarezza, per una Costituzione, è anche un fatto di democrazia”.

Costituzione: Landini, si dovrà rispondere a questa piazzaLa legge oscura è un libro dello stesso Ainis in cui si elencavano tutte le mostruosità dei testi di legge. Anzi il giurista ritiene incostituzionali le disposizioni “oscure” perché violano vari articoli tra cui il 54 che prevede il dovere dei cittadini di osservare le leggi, cosa impossibile quando le leggi sono incomprensibili. “Leggi oscuramente scritte – ha scritto Gianrico Carofiglio, magistrato ed ex senatore, in Con parole precise – non solo richiedono l’intermediazione sapienziale degli esperti, ma consentono anche a quegli esperti una più ampia – e soggettiva – interpretazione”. L’ex presidente del Consiglio e ora giudice costituzionale Giuliano Amato è solito fare l’esempio di Vincenzo Scotti, ministro del Lavoro di un governo Fanfani: “Il lodo Scotti non si riuscì mai a capire se aveva abolito o prorogato la “scala mobile”, ma il suo scopo era quello di ottenere su di esso il consenso sia degli uni che degli altri. Scotti era bravissimo nell’ottenere questo risultato”. “Se tu arrivi ad una efficace e concisa messa a fuoco di ciò che hai nella testa – spiegava l’ex capo del governo – trovi le parole che corrispondono a questa messa a fuoco”, mentre il legislatore non chiaro è il legislatore “che vuole nascondere un difficile compromesso che ha raggiunto tra le varie parti politiche e questo compromesso può esprimersi solo con nozioni che si prestano a più letture. È dunque un lessico che sta tra l’oscuro e l’ambivalente”.

Un linguaggio che ha bisogno dell’interprete, qualcuno che sciolga il dubbio. “La parola formulare e magica del giurista sacerdote e stregone dell’antico diritto romano sopravvive ancora oggi – scriveva sempre Carofiglio – E’ lo strumento attraverso il quale i giuristi poco consapevoli della responsabilità democratica del loro lavoro (o troppo consapevoli del loro potere e dell’aspirazione a conservarlo) s’identificano in casta“. E le leggi da interpretare sono sempre pericolose: “Le nostre leggi oscure – aveva anticipato tutti Cesare Beccaria oltre tre secoli fa – finiscono con l’essere benevolmente interpretate se alla porta bussa un amico e viceversa applicate in modo rigido ai nemici e ai forestieri”. Perché le leggi scritte “in una lingua straniera al popolo” lo pongono “nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà”. La differenza tra cittadini e sudditi.

Anche per questo i costituenti – classe dirigente e non casta – non accettarono tutte le modifica del professor Pancrazi. All’articolo 3 (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”) sostituì “compito” con “ufficio”. I 556 ringraziarono e lasciarono che quell’articolo, quello sull’uguaglianza dei cittadini, fosse il più chiaro possibile a tutti.

 
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