Diritto & Doveri
Perché Internet ha bisogno di nuove regole Stampa E-mail
Scritto da Stefano Rodotà da Repubblica del 27 novembre   

Perché si è tornati a discutere intensamente di nuove regole per Internet, addirittura di una sua “costituzione”? La spiegazione si trova nel congiungersi di una serie di fattori tecnologici, politici e istituzionali, che hanno modificato un contesto considerato ormai stabile, spingendo più d’uno a sottolineare che siamo di fronte a una possibile svolta storica.
Era sembrato che si fosse consolidata una impostazione che lasciava poco spazio ai diritti. Dalla brutale affermazione del 1999 di Scott McNealy — «Avete zero privacy. Rassegnatevi» — fino alla sbrigativa conclusione di Mark Zuckerberg sulla fine della privacy come “regola sociale”, era emersa una linea caratterizzata dal congiungersi di due elementi: l’irresistibilità tecnologica e la preminenza della logica economica. Da una parte, infatti, si sottolineava come le innovazioni tecnologiche e le nuove pratiche sociali avessero reso sempre più difficile la tutela della sfera privata e dello spazio pubblico, legittimando raccolte di dati sempre più imponenti, soprattutto con la giustificazione della sicurezza; dall’altra, l’affermata “morte della privacy” diveniva l’argomento per affermare che i dati personali erano ormai divenuti proprietà assoluta di chi li aveva raccolti. Gli interessi della sicurezza e del mercato occupavano sempre di più l’orizzonte di Internet.
Queste certezze sono state sfidate dalla forza delle cose. Il cosiddetto Datagate, le rivelazioni di Edward Snowden sulle schedature planetarie operate dalla National Security Agency, ha determinato una reazione diffusa, mettendo in discussione la legittimità di una sorveglianza di massa che non viola soltanto i diritti individuali, ma spinge verso una società del controllo. In questa stessa direzione si è mossa la Corte di Giustizia dell’Unione europea che, con una sentenza dell’8 aprile, ha cancellato una direttiva Ue sulla conservazione dei dati personali che, giustificata appunto con esigenze di sicurezza, violava la Carta europea dei diritti fondamentali sulla tutela dei dati personali. E poche settimane dopo, il 13 maggio, sempre la Corte di Giustizia ha pronunciato una sentenza, riguardante Google, nella quale si legge che i diritti fondamentali riconosciuti dagli articoli 7 e 8 della Carta, che sono norme vincolanti, «prevalgono sull’interesse economico degli operatori dei motori di ricerca».
L’impostazione finora seguita appare capovolta. I diritti fondamentali, sacrificati in nome degli interessi della sicurezza e dell’economia, assumono valore prioritario, e così viene indicata una precisa gerarchia da rispettare quando si opera un bilanciamento tra quei diritti e interessi di altra natura. Viene così definito uno spazio costituzionale, riconoscendo alla Carta dei diritti fondamentali il ruolo che le compete, avendo lo stesso valore giuridico dei trattati. E questo cambio di passo è stato registrato dalla nuova Commissione europea, che ha attribuito al suo primo vicepresidente, Frans Timmermans, una esplicita competenza per l’attuazione della Carta.
È questo il contesto mutato che spiega l’attenzione rinnovata per un “Internet Bill of Rights”. Il “padre” della Rete, Tim Berners-Lee, sta lavorando proprio intorno a una Magna Carta per Internet. E una commissione istituita dalla Presidente della Camera dei deputati ha elaborato una Dichiarazione dei diritti di Internet, per la quale è aperta una consultazione, e che ha una caratteristica che la differenzia da tutte le altre iniziative in materia (il Berkman Center di Harvard ne aveva contate 87): siamo di fronte a un testo nato in una sede istituzionale e che, proprio per questa sua natura, sta destando grande interesse al di là dei nostri confini.
Uno spazio costituzionale, dunque, si è aperto. Come riempirlo? Qui la partita si fa difficile e chiama in causa in primo luogo l’Unione europea, che da due anni discute un regolamento che vuole rinnovare la disciplina sulla tutela dei dati personali. Riusciranno le istituzioni europee a liberarsi da timidezze e pressioni e ad approdare a un regolamento pienamente coerente con i principi e i diritti che esse stesse hanno messo al centro dell’attenzione? La questione è essenziale, perché l’innovazione costituzionale è destinata ad incontrarsi sempre più direttamente con le incessanti innovazioni rese possibili dalla tecnologia.
Ci si interroga intorno agli effetti dei “Big Data”, espressione che non descrive soltanto la crescita quantitativa delle informazioni raccolte, ma nuove modalità della loro gestione, con effetti nelle più diverse dimensioni della vita sociale. Se non si vuole che qui si riproducano, persino ingigantiti, i rischi di concentrazioni incontrollabili di potere, di controlli sempre più capillari e diffusi, è indispensabile disporre dell’attrezzatura istituzionale necessaria che ribadisca la necessità che i Big Data vengano utilizzati in un ambiente che non perde il suo fondamento nelle libertà e nei diritti.
Questa consapevolezza deve farsi sempre più acuta quando si considera il passaggio, ormai in atto, verso l’”Internet delle cose”, che nasce dal fatto che un numero sempre più ampio di cose viene costruito in modo da poter comunicare e ricevere informazioni. Gli esempi si moltiplicano, sono tratti dalla vita quotidiana, dalla possibilità che il frigorifero venga connesso con il supermercato per segnalare la necessità di rifornirmi di ciò che si sta esaurendo. Il mondo materiale viene connesso a Internet. Una possibilità che può essere estesa alle persone e ai loro corpi, tanto che si parla di un Internet “di ogni cosa”, per annunciare l’avvento di una società che si presenta come una rete globale integrata.
Questa descrizione sommaria rinvia a una situazione nella quale i dati, per il modo in cui sono raccolti e possono essere utilizzati, consegnano sempre di più le persone alla concreta possibilità che la loro identità sia costruita da altri. E il vero problema nasce dal fatto che le informazioni raccolte servono non solo a costruire profili che rendono la persona sempre più trasparente e vulnerabile, ma vengono affidate ad algoritmi, trattate con tecniche probabilistiche che costruiscono una identità “al futuro”, ipotetica e persino distorcente, che tuttavia può divenire strumento di conoscenza e valutazione. Di fronte a questa espropriazione, solo il riferimento forte ai diritti indica la via per restituire a ciascuno la sovranità su se stesso.
Si compone così il quadro costituzionale definito dall’intreccio tra dimensione delle regole e dimensione dell’innovazione e che richiede massima attenzione ai principi di riferimento. Lo ha compreso Obama sottolineando l’importanza della neutralità della Rete, riferimento indispensabile per garantire l’eguaglianza e la “generatività” della Rete, cioè la sua capacità di innovazione, altrimenti sequestrata dai soggetti maggiori con evidenti distorsioni delle stesse dinamiche economiche. E nel suo intervento si coglie un riferimento al fatto che soggetti come Google svolgono ormai una funzione di servizio pubblico, che esige un nuovo quadro istituzionale.
A queste dinamiche si torna ad opporre l’affermazione che vuole la Rete come luogo di una libertà “naturale”, messa in pericolo da qualsiasi regola. Ma la realtà è lontanissima da questa rappresentazione. La Rete è tutt’altro che uno spazio vuoto di diritto. È l’oggetto del desiderio d’ogni potere totalitario che impone norme volte a limitare l’accesso, a introdurre discriminazioni e censure, dalla Cina alla Turchia, all’Ungheria. Ma soprattutto la Rete è ferreamente disciplinata dai grandi soggetti transnazionali che la governano, gli “Over the Top”, che con i loro “terms of service”, le condizioni contrattuali, definiscono in maniera unilaterale e incontrollabile la condizione di tutti coloro che stanno in Rete, incidono sulla conoscenza, sull’idea stessa di lavoro. Il governo non solo dei tre miliardi di persone già presenti su Internet, ma dell’intero spazio planetario da esso creato, deve essere ricondotto a una logica costituzionale che comincia ad essere costruita.

 
Autovelox Alimini (Litoranea Otranto – San Cataldo) riattivati dalla Provincia. Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'Agata   

Stentiamo a credere dopo aver appreso la notizia della riattivazione dei famigerati autovelox sulla litoranea a competenza provinciale Otranto – San Cataldo, che arriva dopo che lo stesso ente aveva deciso di “spegnerli” verso la metà di giugno dando in certo qual modo seguito alle numerose polemiche scatenate dopo che migliaia di cittadini tra cui centinaia di turisti erano già caduti in quella che è una vera e propria “trappola” posta su un tratto a bassissima incidentalità dove il limite è fissato a 50 km/h.Tutto di un colpo, per la provincia appare come se nulla fosse accaduto, come se centinaia di ricorsi innanzi al giudice di pace di Lecce non siano stati accolti per una serie di motivazioni tra cui la scarsa avvistabilità, mentre ne pendono alcune migliaia innanzi al prefetto dopo che lo stesso comune di Otranto aveva avviato un procedimento per diffidare la provincia alla rimozione degli apparecchi o addirittura a rimuoverli coattivamente nel caso in cui l’ente non avesse ottemperato, stanti i deficit autorizzativi per la sussistenza di vincoli paesaggistici nell’area indicata.Evidentemente, per l’amministrazione provinciale - che ha visto di recente riconfermare il presidente Antonio Gabellone, di questi aspetti di legittimità e soprattutto del gravissimo danno all’immagine nei confronti del Salento ed in particolare del territorio comunale di Otranto dopo che centinaia di turisti si sono lamentati per aver subito delle sanzioni amministrative esosissime che ai più sono apparse ingiuste per le ragioni sopra evidenziate – poco importa.Ecco lo “Sportello dei Diritti”, si trova costretto nuovamente ad accusare questa politica che con la scusa di una fantomatica perseverazione della sicurezza stradale vuol “far cassa” sulle tasche dei cittadini, preannunciando che si continuerà come è stato fatto a partire dalla scorsa primavera a difendere i cittadini contro queste iniquità, predisponendo gratuitamente i ricorsi, anche se confidiamo nell’intervento, che questa volta speriamo risolutore, dell’amministrazione comunale di Otranto e degli illustri esponenti politici otrantini, alcuni dei quali condividono la stessa esperienza politica del presidente della provincia.

 
Lotta alla povertà: dalla Slovacchia l'idea di una nuova legge per detrarre l'iva sul cibo donato Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'Agata   

Milioni di cittadini in Europa non riescono a sbarcare il lunario, mentre migliaia e migliaia sono costretti a vivere di elemosine e a mangiare alle mense offerte da associazioni di volontariato o dalle confessioni religiose e così dalla Slovacchia parte un'idea che ha del clamoroso per la portata innovativa nella lotta alla povertà.Risulta, infatti, in discussione presso il Parlamento del paese dell'Europa centrale, un nuovo emendamento alla legge relativa alle imposte sul reddito che incentiverebbe i dettaglianti alimentari a donare ai bisognosi il cibo che è vicino alla scadenza che comporterebbe un beneficio in termini di detrazione dell’Iva sugli alimenti donati. Unico vincolo: il commerciante deve dimostrare di aver prima offerto nei loro negozi a prezzo scontato i beni donati.In Slovacchia da tempo agli operatori del settore alimentare è consentito donare i prodotti al Banco Alimentare della Slovacchia (PBS-Potravinova Banka Slovenska, o.z.), una associazione non profit che fa capo alla rete internazionale “Banco alimentare” e che distribuisce le derrate agli enti di beneficenza. A tale prassi di liberalità non corrisponde però alcun beneficio se non quello di aver fatto un atto di magnanimità, e l’odiosa imposta sul valore aggiunto – che in Slovacchia si attesta all’incredibile percentuale del 20% anche sui prodotti alimentari – rimane tutta carico delle aziende con gravissime ricadute sui costi specie per gli esercizi più piccoli.La notizia che ha avuto ampio risalto ed è stata riportata sul quotidiano Pravda, che ha dettagliato dell'iniziativa con le parole del Segretario di Stato del Ministero delle Finanze Radko Kuruc il quale ha spiegato che si tratta di una situazione "win-win": i negozianti donano ai poveri il cibo che verrebbe comunque buttato, e si avvantaggiano con lo sconto dell’Iva. Questo permette di non sprecare inutilmente del cibo prezioso, e allo stesso tempo consentirebbe ai cittadini in difficoltà di ricevere un contributo importante per andare avanti.La scelta del governo, ovviamente è stata accolta con grande favore dalle grandi catene della distribuzione associate nell’Alleanza slovacca del commercio moderno (Samo), cui aderiscono le note Billa, Kaufland, Tesco e Metro, nonostante non siano ancora disponibili cifre ufficiali sull'entità complessiva delle detrazione Iva anche se sono previste stime di tutto rispetto.Anche il Banco Alimentare ha plaudito all'iniziativa che certamente incentiverà le donazioni nel prossimo futuro, quando tuttora l’organizzazione non riesce a soddisfare la richiesta globale di cibo da parte delle fasce più povere della popolazione locale.Insomma, si tratta di una scelta politica coraggiosa da parte delle istituzioni slovacche che correttamente dimostrano di prendere atto della grave situazione economica in cui versa il proprio paese e che dovrebbe essere presa in seria considerazione anche in Italia, dove è ormai sotto gli occhi di tutti l'aumento crescente del numero di cittadini che non riescono più a sbarcare il lunario e sono costretti a rivolgersi ad associazioni umanitarie ed enti religiosi per affrontare la quotidianità.




 
Un altro phothored a Lecce. Le multe per raddrizzare le finanze. Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'agata   

Nella città delle multe facili non passa mese che non si scopra un'altra trovata dell'amministrazione cittadina per rimpinguare le proprie "casse" a suon di verbali seriali ai malcapitati che vi transitano.E così scopriamo che è già posizionato un nuovo photored su uno dei viali più trafficati del centro urbano di Lecce, viale U. Foscolo, già oggetto del famigerato altro apparecchio, pietra dello scandalo delle multe mai notificate dalla Lupiae Servizi.E'lecito dubitare della necessità di tale "selva" di strumenti a fini di sicurezza stradale perché questa pratica, come denunciamo da anni, è all'ordine del giorno in quasi tutti i comuni, anche se talune amministrazioni la ritengono un sistema corretto per tentare il proprio "risanamento" preventivando già nei propri bilanci l'aumento degli introiti rivenienti dagli apparecchi, spesso posizionati in luoghi strategici, come delle vere e proprie "trappole" per automobilisti.Ed allora, se è vero che è un comportamento che sfiora la "criminalità" attraversare l'incrocio con il semaforo che proietta luce "rossa" per i rischi connessi alla sicurezza stradale, è anche vero che vessare i cittadini con multe scientificamente elevate a raffica, molte illegittime perchè in gran parte dei casi non si tiene conto della reale situazione venutasi a creare nel traffico cittadino, ad esempio per la formazione di code all'intersezione "incriminata", non ci resta che avvisare tutti i cittadini che percorreranno viale Ugo Foscolo, di prestare la massima attenzione e di ricorrere ai verbali contestati, ogni qual volta si riterrà illegittima la procedura di rilevazione.

 
Corte Ue e Internet. Diritto a oblio anche sul web. Lo sanciscono i giudici della Corte Europea di G Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'agata   

Il gestore di un motore di ricerca è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi”. Così si sono espressi i giudici della Corte Ue che si sono pronunciati su una causa contro Google. La causa era stata introdotta da un cittadino spagnolo contro Google. Per semplificare, nel caso in cui, in seguito di una ricerca effettuata a partire da un nome, l'elenco dei risultati mostri un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente Il portavoce di Google commettando ha dichiarato.“Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall'opinione espressa dall'Advocate General Ue e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni”.

 
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