Diritto & Doveri
Consiglio di Stato: il problema della compartecipazione alla spesa sociosanitaria. Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

 

 

A pochi giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di una nuova ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale sul tema della compartecipazione alla spesa sociosanitaria e a quasi un anno dalle sentenze del giudice delle leggi nn. 296-297/2012, il Consiglio di Stato torna a pronunciarsi sulla questione relativa del pagamento delle rette nelle strutture assistenziali. La decisione n. 5355 del 8.11.2013 origina da un ricorso presentato innanzi al Tar lombardo da due amministratrici di sostegno di due persone gravemente disabili. Il problema giuridico è se l’ISEE dell’assistito (disabile grave o anziano non autosufficiente) debba essere calcolato in base alla sua situazione economica personale, ovvero anche guardando a quella della sua famiglia. A tale riguardo, il regolamento del Comune di Lonate Ceppino stabiliva che per le prestazioni di assistenza residenziale o semiresidenziale delle persone con grave disabilità si dovesse guardare all’ISEE familiare. Il Tar Lombardia con sent. n. 3056/2012 annullava il predetto atto normativo, sulla base della tesi – che chi scrive condivide – secondo cui l’art. 3, co. 2-ter del d.lgs. n. 109 del 1998 (che tuttora regola l’ISEE, in attesa del nuovo indicatore della situazione economica equivalente, in fase di approvazione), pur in assenza del previsto d.p.c.m. attuativo, pone il principio guida in materia di compartecipazione al pagamento delle rette sui servizi de quibus: quello secondo cui, in relazione alle modalità di contribuzione al costo delle prestazioni relative ai soggetti ultrasessantacinquenni non autosufficienti e alle persone con handicap permanente grave, si deve tenere conto della situazione economica dei soli assistiti. A due giorni dal deposito della predetta pronuncia del Tar Lombardia (avvenuto il 17.12.2012) e, precisamente, in data 19.12.2012, interveniva la sentenza 296 del 2012 della Corte costituzionale, con la quale – sconfessando un orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa – si stabiliva il principio secondo cui, in attesa della determinazione dei LIVEAS da parte dello Stato, le Regioni avrebbero potuto legiferare in materia nel modo ritenuto più opportuno: ad esempio, come aveva fatto in quel caso la Regione Toscana (con l’art. 14, l.reg. 28 dicembre 2008, n. 66), ammettendo che la quota di compartecipazione al pagamento delle rette per il ricovero in RSA venisse determinata non solo guardando alla posizione reddituale e patrimoniale dell’assistito, ma anche facendo riferimento a quella del coniuge e dei parenti entro il primo grado. Per la prima volta dopo la menzionata decisione n. 296, qualche giorno fa il Consiglio di Stato è tornato a pronunciarsi sulla questione controversa. E lo ha fatto consapevole che “la prima questione da risolvere è quella della esatta interpretazione dell’art. 3, comma 2-ter, del decreto legislativo n. 109/1998” (Cons. St., n. 5355/2013). Ancora una volta, nonostante la pronuncia del giudice delle leggi, Palazzo Spada ritiene “pacifico” che, con l’art. 3, co. 2-ter, del d.lgs. n. 109/1998, “il legislatore abbia inteso introdurre una deroga al principio generale (che è quello dell’I.S.E.E. familiare) prevedendo per le prestazioni in discorso il riferimento all’I.S.E.E. personale. Peraltro le modalità applicative di tale deroga dovrebbero essere dettate con un atto normativo secondario (un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che però non risulta (ancora) emanato” (ibid.). Il Collegio smentisce il giudice delle leggi e ritiene (ad avviso di chi scrive, correttamente) che “non si può ora che confermare quanto ripetutamente deciso da questa Sezione (da ultimo con sent. 21 dicembre 2012, n. 6674): e cioè che l’art. 3, comma 2-ter, del d.lgs. n. 109/1998, esprime il principio che per la prestazioni ivi considerate si deve avere riguardo alla situazione economica del solo assistito e non a quella della famiglia; e che tale principio è direttamente applicabile anche in mancanza del decreto attuativo” (ibid.). Per quanto il Consiglio di Stato non intenda ammetterlo, questa decisione pare collocarsi agli antipodi rispetto alla sentenza n. 296 del 2012 della Corte costituzionale. Secondo i giudici di Palazzo Spada, infatti, “la Corte non ha smentito quanto detto dal Consiglio di Stato riguardo all’interpretazione dell’art. 3, comma 2-ter, ed alla sua immediata applicabilità. Non ne ha neppure dichiarata l’incostituzionalità (ad esempio per violazione della competenza legislativa delle regioni” (ibid.). In verità, come si ricorderà, il giudice delle leggi con la citata decisione aveva affermato che “deve escludersi che la norma di cui all’art. 3, comma 2-ter, del decreto legislativo n. 109 del 1998, costituisca un livello essenziale delle prestazioni concernente i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, idoneo a vincolare le Regioni ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera m), Cost., nella materia di competenza legislativa residuale relativa ai servizi sociali” (Corte cost., n. 296/2012, n. 2.4 Considerato in diritto). Viceversa, secondo il Consiglio di Stato, sia il legislatore regionale sia i regolamenti comunali avrebbero dovuto attenersi al principio di cui all’art. 3, co. 2-ter, idoneo a costituire uno dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, mirando proprio a una facilitazione dell’accesso ai servizi sociali per le persone più bisognose” (ex plurimis, Cons. Stato, n. 5185/2011). Rebus sic stantibus, il contrasto tra le due interpretazioni giurisprudenziali – quantomeno sul valore o meno di livello essenziale da attribuire all’art. 3, co. 2-ter – pare a chi scrive evidente. I Giudici di Palazzo Spada proseguono ritenendo che la Corte “[h]a soltanto affermato che una legge regionale che eventualmente disponga in senso contrario prevale sulla norma statale, derogandola” (Cons. St., n. 5355/2013 cit.). In verità, il giudice delle leggi non ha mai parlato della possibilità che la legge regionale deroghi a quella statale, avendo considerato la questione non sul piano della prevalenza di una normativa rispetto ad un’altra, bensì giustificando l’applicabilità della norma regionale solo in ragione della non immediata intelligibilità dell’art. 3, co. 2-ter e a fronte dell’inesistenza del decreto attuativo previsto dalla medesima norma.

Svolte tali argomentazioni, secondo il Consiglio di Stato il problema concreto deve in ogni caso essere affrontato sul piano del rapporto tra regolamento comunale e normativa regionale, ritenendo “superfluo approfondire ulteriormente la tematica dell’applicabilità immediata (o meno) dell’art. 3, comma 2-ter, del d.lgs. n. 109/1998; nonché quella della prevalenza della legge statale su quella regionale, o viceversa” (Cons. St., n. 5355/2013 cit.). Ciò in ragione del fatto che la l. reg. Lombardia 18 marzo 2008, n. 3, dispone all’art. 8 che “nel rispetto dei principi della normativa statale in materia di indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), la quota di compartecipazione al costo delle prestazioni sociali e la quota a valenza sociale delle prestazioni sociosanitarie sono stabilite dai comuni secondo modalità definite con deliberazione della Giunta regionale in base ai seguenti criteri: […] h) valutazione della situazione reddituale e patrimoniale solo della persona assistita nel caso di accesso ad unità d’offerta residenziali o semiresidenziali per disabili gravi”.

Dunque, in Lombardia la legge regionale impone già di per sé di guardare alla posizione del solo assistito nei casi in cui venga in rilievo un soggetto disabile grave. Da ciò consegue l’illegittimità del regolamento del Comune di Lonate Ceppino. A prescindere dalla questione concreta, la pronuncia in commento rappresenta un ulteriore esempio, se ancora ve ne fosse il bisogno, dell’assenza di omogeneità sul piano normativo (dovuta all’assenza di un livello essenziale nazionale che regoli la compartecipazione alla spesa sociosanitaria), che si riverbera poi su quello giurisprudenziale e che genera notevole confusione presso le diverse amministrazioni locali. Sì che la compartecipazione al costo delle prestazioni sociosanitarie finisce con l’essere regolata caso per caso. Tutto questo mentre si attende il nuovo ISEE (che, pare, dovrebbe essere operativo entro il mese di febbraio 2014), nella speranza di fare una volta per tutte chiarezza sull’annosa questione, ad oggi irrisolta, relativa ai soggetti chiamati a sopportare i costi della non autosufficienza.

Alessandro Candido

(Università Cattolica di Piacenza)

 

 
L’insostenibile pesantezza del welfare. La compartecipazione alla spesa socio-sanitaria Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

 

                

                                                                                                                La materia della compartecipazione alla spesa sociosanitaria continua a dividere la giurisprudenza. Non deve stupire se la problematica è oggi più che mai attuale, tenuto conto che: da un lato, a fronte di una netta diminuzione delle nascite, negli ultimi decenni si sta assistendo a un aumento della vita media, ma anche a una crescita esponenziale del numero dei soggetti anziani e, soprattutto, del numero degli anziani non autosufficienti (sui problemi concernenti le nozioni di non autosufficienza e disabilità, cfr. E. Lamarque, M. Massa, Fundamental rights of persons with intellectual disabilities and persons with mental health problems, 2012, p. 5); dall’altro, le risorse pubbliche sono diventate sempre più scarse, in particolar modo in un periodo di grave crisi economico-finanziaria dal quale l’Italia non sembra essere ancora uscita.

Tali questioni sono note a tutti e si scontrano con l’esigenza, legata al principio di solidarietà economica e sociale (art. 2 Cost.), nonché al diritto all’assistenza (art. 38 Cost.), che la Repubblica fornisca una risposta concreta alle esigenze dei soggetti più deboli e svantaggiati: risposta che passa anche dall’erogazione di prestazioni molto onerose – e, dunque, fonti di disuguaglianze – quali le prestazioni socio-sanitarie (su questi temi).

 

È questo il contesto nel quale si colloca la recente ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale n. 207 del 25 giugno 2013 (pubblicata nella G.U. n. 41 del 9.10.2013), con la quale il Tribunale di Trento ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 18 della l. prov. 27.07.2007, n. 13[1] (rubricata Politiche sociali nella provincia di Trento), invocando il contrasto con l’art. 38 della Costituzione e con l’art. 4 del d.P.R. 31.08.1972, n. 670 (vale a dire, il Testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige).

 

L’atto di promovimento origina dal ricorso presentato da una disabile grave (per essere stata la signora dichiarata invalida con totale e permanente inabilità lavorativa e con necessità di assistenza continua e non essendo la medesima in grado di compiere gli atti quotidiani della vita) che, avendo come unica fonte di reddito la complessiva somma mensile di €. 822,99, non è in grado di pagare la retta dovuta alla Casa di riposo presso la quale si trova ricoverata (retta il cui importo ammonta a €. 1.275,00). L’assistita domanda in sede giudiziale che, in virtù dell’art. 3, co. 2-ter, del d.lgs. n. 109 del 1998 (nel blog http://www.dirittiregionali.org si è in più occasioni discusso di tale norma: ad es., cfr. qui, qui, qui, e qui), venga accertato l’obbligo, in capo all’amministrazione comunale, di provvedere al versamento – in favore della RSA – della somma risultante dalla differenza tra la retta e il reddito mensile percepito dalla ricorrente (dedotta altresì una piccola somma per le esigenze personali di quest’ultima). Al contrario, il Comune, richiamando la normativa della Provincia autonoma di Trento, sostiene che debbano essere i familiari tenuti agli alimenti (ex art. 433 cod. civ.) a provvedere al predetto versamento.

 

In particolare, come anticipato, la norma che viene in rilievo è l’art. 18, della l. prov. Trento 27.07.2007, n. 13, che così dispone: “[i] soggetti che fruiscono di prestazioni consistenti nell'erogazione di un servizio compartecipano alla spesa in relazione alla condizione economico-patrimoniale del nucleo familiare di appartenenza […], nonché in relazione alla tipologia della prestazione erogata”.

 

Il giudicante compie un percorso interpretativo poco convincente nella parte in cui ritiene che operare una comparazione tra norme nazionali e norme provinciali sia nel caso di specie “irrilevante”. A dire del Tribunale remittente, poco importa se l’art. 5 del c.d. decreto “salva Italia” (d.l. 6.12.2011, n. 201, conv. con mod. in l. 22.12.2011, n. 214) abbia previsto che, nell’emanando d.p.c.m. di revisione dell’Isee, debba tenersi conto non solo della posizione personale della persona interessata alle prestazioni, ma anche del reddito del nucleo familiare di quest’ultima (non essendo ancora stato emanato il tanto atteso regolamento Isee, sarebbe stato più corretto riferirsi al tuttora vigente d.lgs. n. 109 del 1998, la cui abrogazione è stata per legge subordinata all’entrata in vigore del predetto regolamento).

La ragione dell’irrilevanza della normativa nazionale si spiegherebbe, secondo il Giudice promotore, in ragione degli artt. 4 e 8 del d.P.R. 31.08.1972, n. 670 (come si diceva, il Testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige). In particolare, l’art. 4 subordina la legislazione esclusiva regionale in alcune materie al rispetto di numerosi limiti, quali: l’armonia con la Costituzione, i principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica, gli obblighi internazionali, gli interessi nazionali, le norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica. L’art. 8, invece, annovera l’“assistenza” tra le materie di competenza delle Province autonome, le quali esercitano le proprie attribuzioni dei limiti di cui al predetto art. 4.

 

Invero, tale inquadramento pare errato, posto che, in applicazione della c.d. clausola di maggior favore di cui all’art. 10 della l. cost. n. 3 del 2001, dovrebbe estendersi alle Regioni a Statuto speciale e alle Province autonome la competenza legislativa attribuita dal nuovo art. 117 della Costituzione alle Regioni ordinarie: ovviamente, per le parti in cui gli spazi di autonomia riconosciuti a queste ultime siano maggiori rispetto a quelli contemplati dai vari Statuti speciali. Ebbene, nel caso di specie, è indubbio che lo Statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige contenga un insieme di limiti – tipici del vecchio Titolo V della Costituzione – ben più gravosi di quelli individuati dal nuovo Titolo V: tra tutti, basti solo pensare al limite degli interessi nazionali, o al rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica (sui problemi connessi al rapporto tra norme statutarie speciali e nuovo Titolo V della Costituzione, si rinvia a R. Bin, Lavori pubblici: quanto «intangibili» sono le materie enumerate negli Statuti speciali?, in Le Regioni 2010, consultabile anche qui).

 

Dunque, la materia “assistenza” deve farsi rientrare nella competenza della Provincia autonoma di Trento in virtù – non già degli artt. 4-8 del d.P.R. n. 670/1972, ma – dell’art. 117, co. 4, Cost., con i noti limiti indicati dall’art. 117, co. 1, Cost. (Costituzione, obblighi internazionali e vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario) e con quelli di cui alle c.d. materie trasversali statali (tra tutte, la competenza, di cui all’art. 117, co. 2, lett. m, Cost., in tema di livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che il Tribunale remittente, erroneamente, reputa inconferente rispetto al caso affrontato).

 

Ciò premesso, corretto (e condivisibile) appare invece il richiamo alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, stipulata a New York il 13.12.2006 e ratificata dall’Italia con la l. 3.03.2009, n. 18, dalla quale emerge la necessità di valorizzare il disabile come persona dotata di autonomia e indipendenza, da garantire a prescindere dai rapporti familiari e, a maggior ragione, in presenza di una situazione economica precaria (sull’argomento, sia consentito un rinvio ad A. Candido, LIVEAS o non LIVEAS. Il diritto all’assistenza e la riforma dell’Isee in due pronunce discordanti, in Rivista Aic 2013).

Pertanto, si afferma nell’ordinanza di rimessione, “non appare conforme alla Convenzione una normativa interna che imponga di prendere in considerazione la situazione economica dei familiari del soggetto portatore di handicap”, perché siffatta normativa priverebbe i soggetti disabili della propria indipendenza, essendo questi ultimi obbligati a rivolgersi ai propri familiari per il pagamento delle rette da sostenere per il ricovero nelle case di cura.

 

Insomma, prosegue il Giudice remittente attraverso un’apprezzabile sforzo interpretativo delle norme de quibus, la ratio della Convenzione è quella di evitare che il disabile “sia costretto ad attendersi da altre persone quanto è necessario per la sua esistenza dignitosa”.  Del resto, non è casuale che il trattato ripeta più volte l’espressione “individuale”. Ciò significa “che la persona disabile deve essere tutelata nella sua individualità, vale a dire a prescindere da ogni altro eventuale rapporto che egli possa avere con i terzi”.

 

Al contrario, secondo il giudice trentino, “una legislazione nazionale che imponga al disabile di riversare tale obbligo sui propri familiari, equivale ad abrogare la Convenzione”.

In realtà, la categoria dell’abrogazione, per quanto sia utile per segnalare l’antinomia normativa esistente, è richiamata in modo non del tutto appropriato. Giova infatti ricordare che la Convenzione in esame “entra” nell’ordinamento interno in qualità di norma interposta rispetto all’art. 117, co. 1, della Costituzione (o, ugualmente, rispetto all’art. 4 dello Statuto speciale del Trentino-Alto Adige, che richiama il limite degli obblighi internazionali). Sarebbe stato allora più corretto limitarsi ad affermare che una legislazione nazionale che violi con il patto internazionale in questione sarebbe costituzionalmente illegittima per contrasto con il vincolo degli obblighi internazionali di cui all’art. 117, co. 1, della Costituzione (ovvero, come anche il giudice remittente ha fatto, per contrasto con il limite degli obblighi internazionali contenuto nell’art. 4 dello Statuto del Trentino-Alto Adige), a meno che si rinvenga nell’ordinamento interno un qualche principio costituzionale antagonista (così come, ad es., è accaduto con la sentenza della Corte cost., n. 264/2012; ex plurimis, cfr. A. Ruggeri, La Consulta rimette abilmente a punto la strategia dei suoi rapporti con la Corte EDU e, indossando la maschera della consonanza, cela il volto di un sostanziale, perdurante dissenso nei riguardi della giurisprudenza convenzionale («a prima lettura» di Corte Cost. n. 264 del 2012), in Consulta Online 2012; M. Massa, La sentenza n. 264 del 2012 della Corte costituzionale: dissonanze tra le corti sul tema della retroattività, in Quad. cost. 2012, p. 137 ss).

 

Da ultimo, il Tribunale di Trento afferma la lesione, da parte della richiamata legge provinciale, dell’art. 38 della Costituzione che, com’è noto, così dispone: “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Secondo il Giudice remittente, anche da tale norma dovrebbe desumersi che “la persona inabile assume rilievo di per se stessa, senza alcun riferimento al suo nucleo familiare”. E qui la questione fuoriesce dai rapporti tra Stato e Regioni, toccando uno degli aspetti più problematici del diritto costituzionale contemporaneo: vale a dire, quello inerente il rapporto tra dignità umana, solidarietà e crisi economica.

 

Come appare evidente, in attesa che la Corte costituzionale si pronunci, le questioni sul tappeto sono numerose e di non facile soluzione. Inoltre, i tagli alla sanità di cui si insistentemente si parla in questi giorni contribuiscono a rendere ulteriormente intricato il quadro complessivo.

Mentre lo Stato sociale conosce uno dei punti più alti della sua crisi, rimane immutata l’esigenza di operare un’ampia revisione nel settore delle politiche socio-assistenziali, al fine di fornire delle risposte adeguate alle problematiche connesse alla terza e della quarta età che, nella maggior parte dei casi, riguardano la popolazione non autosufficiente (e i loro familiari). Indubbiamente, si tratta di obiettivi ambiziosi, che tuttavia la Repubblica non può omettere di perseguire invocando il periodo di crisi. Anzi, è proprio questo il momento in cui la garanzia costituzionale dei diritti – specie in tema di solidarietà, uguaglianza e uniformità nel godimento all’assistenza – dovrebbe non essere frustrata, bensì rinforzata (tra gli interventi più recenti su questo tema, si segnala C. Salazar, Crisi economica e diritti fondamentali — Relazione al XXVIII convegno annuale dell’Aic, in Rivista Aic 2013). Bisogna allora sperare che, nell’intento di ridurre le disuguaglianze esistenti, il legislatore faccia attenzione nel decidere discrezionalmente come ripartire le risorse pubbliche, ben sapendo, tuttavia, “che, realisticamente, saranno risorse decrescenti” (v. A. Mangia, I diritti sociali tra esigibilità e provvista finanziaria, Gruppo di Pisa, 2012, p. 15; cfr. anche le relazioni al Gruppo di Pisa di D. Tega, L. Trucco ed E. Vivaldi).

 

                                                                                                       Alessandro Candido

                                                                                                  (Università Cattolica di Piacenza)



* Intervento pubblicato su dirittiregionali.org.

[1] Erroneamente, nel testo ufficiale pubblicato in G.U., anziché menzionare la l. prov. n. 13, si fa riferimento alla l. prov. n. 12.

 
Scandalo Assicurazioni: Violata la privacy di migliaia di cittadini con la banca dati dei sinistri. Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'Agata   

 

L’ennesimo scandalo italiano perpetrato a danno d’inconsapevoli cittadini si sta perpetrando da quando è stata ulteriormente implementata la banca dati sinistri dell’IVASS (l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni che ha sostituito l’ISVAP) con le due banche dati denominate «anagrafe testimoni» e «anagrafe danneggiati», in cui confluiscono i dati di centinaia di migliaia di persone “colpevoli” per esempio, di aver assistito ad un sinistro stradale. Perché forse non tutti sanno che non solo chi ha subìto o cagionato un sinistro, ma per il solo fatto di aver rilasciato una dichiarazione testimoniale a seguito di un incidente stradale, si può venire letteralmente schedati senza alcuna preventiva comunicazione.Tale gravissima circostanza è passata nel più totale silenzio mascherata da lamentate e non giustificate esigenze antifrode che però vanno a ledere un diritto fondamentale dei cittadini: quello alla propria riservatezza. Ed è così che oggi le compagnie assicurative, di fatto, si ritrovano in possesso dei dati personali di centinaia di migliaia di cittadini senza che sino ad oggi nessuno abbia battuto un colpo. Vale la pena ricordare, infatti, che la costituzione di una banca dati contenente dati personali di soggetti (definiti dal Codice Privacy quali “interessati al trattamento”) necessiti di una serie di cautele e adempimenti organizzativi finalizzati alla trasparenza, in primis, e alla rigida applicazione di misure di sicurezza.Un principio cardine alla base dell’attuale normativa in materia di corretto trattamento dei dati personali prevede che qualunque trattamento di dati personali (e in questa definizione vi ricade certamente la raccolta, l’archiviazione, la conservazione e la condivisione di dati personali in banche dati gestite da privati quali le compagnie di assicurazioni) deve essere preceduto da un’attenta politica di trasparenza nei confronti degli interessati. Ciò vuol dire che è necessario fornire agli interessati una completa informativa ex art. 13 d.lgs.196/2003 (c.d. Codice Privacy) contenente tutti gli elementi utili a spiegare le finalità e modalità del trattamento, l’origine del dato raccolto, le misure di sicurezza applicate e i soggetti ai quali rivolgersi per esercitare i diritti di accesso ex art. 7 del Codice (principio irrinunciabile e costituzionalmente garantito). Oltre ai principi di necessità, proporzionalità, pertinenza e non eccedenza nella raccolta e nel trattamento del dato che devono essere rispettati (e su questi punti già sembra vi siano molte ombre nella costituzione di tale banca dati), poi, è necessario garantire il principio di correttezza che vuol dire che “il trattamento (e la raccolta) dei dati deve avvenire presso l’interessato in maniera trasparente”. Evidentemente il costituire una banca dati a totale insaputa degli interessati, senza informativa e senza indicazione dei soggetti che a vario titolo potranno accedere a tutte le informazione archiviate dalle compagnie assicurative pare configurare una condotta assolutamente illegittima che secondo l’autorevole parere dell’esperto del settore avvocato Graziano Garrisi – portata innanzi all’Autorità Garante – potrebbe portare quantomeno al blocco e all’inutilizzabilità del dato, sino a configurare un vero e proprio illecito penale sanzionabile ai sensi dell’art. 167, comma 2, del Codice per violazione dell’art. 11 dello stesso Codice (che detta le regole per il corretto trattamento dei dati). Per di più tali dati, a quanto pare, vengono raccolti dalle compagnie assicurative attraverso terzi soggetti (avvocati, ispettorati sinistri, agenzia di assicurazione e direttamente i danneggiati) e in assenza totale degli adempimenti generali e obbligatori sopra indicati e previsti dal Codice Privacy. Pare opportuno sottolineare, pertanto, che il punto da cui partire è salvaguardare il diritto all’autodeterminazione informativa dei cittadini (interessati al trattamento) in base al quale ciascuno è libero di determinare l’ambito di comunicazione dei dati che lo riguardano. Ognuno, infatti, dovrebbe avere la possibilità di verificare l’avvenuto inserimento in banca dati, la presenza o la rimozione dei dati, a tutela della propria dignità e riservatezza in quanto soggetto interessato al trattamento. Dopo le scatole nere (già oggetto di un provvedimento da parte del Garante Privacy), quindi, pare si stia per perpetrare l’ennesimo colpo basso in danno dei cittadini e dei consumatori.

 

 
RIORDINO ISTITUZ. TERRITORIALE, MERCOLEDI' 4 AL VIA TAVOLO MINISTERIALE. PARTECIPA L’AVV. A.CANDIDO Stampa E-mail
Scritto da Redazione   

 

Mercoledì 4 settembre alle ore 11.30, presso la sede del Ministero agli Affari Regionali e Autonomie a Roma, si terrà l’incontro del tavolo ministeriale per il Riordino Istituzionale territoriale. Parteciperanno, il sottosegretario Walter Ferrazza ed il consigliere Paolo Pagliaro, il presidente della Società Geografica Italiana, Sergio Conti ed il già presidente della Sgi Franco Salvatori, il coordinatore nazionale di Mir, Gerardo Meridio, i docenti universitari Federico Pirro e Pierluigi Portaluri, il costituzionalista Alessandro Candido, l’urbanista Roberto Telesforo, il paesologo Franco Arminio, lo storico Giordano Bruni Guerri, l’economista Umberto Fanuzzi, ed altri esperti e studiosi che daranno il loro contributo alla ridefinizione istituzionale ed alla costituzione delle 36 nuove piattaforme regionali.

 

 
Ricongiungimento familiare: Per la Corte Costituz. bastano requisiti previsti e parenti in Italia Stampa E-mail
Scritto da Giovanni D'Agata   

 

L’immigrato ha diritto al “ricongiungimento familiare” anche se non ha presentato l’apposita istanza. Per la Corte Costituzionale basta il possesso dei requisiti previsti dalla legge e la presenza dei parenti in Italia. Ciò anche se lo straniero è stato condannato.

Una decisione importante che rende giustizia a migliaia di cittadini immigrati che sono in attesa di un permesso di soggiorno in Italia anche se hanno parenti regolarmente soggiornanti. La sentenza della Corte Costituzionale numero 202 del 18 luglio 2013, ha stabilito il principio secondo cui il ricongiungimento familiare può essere concesso all’immigrato anche se non ha presentato l’apposita istanza e non ha quindi azionato il suo diritto. Con la statuizione della Consulta, per ottenere il ricongiungimento, basterà d’ora innanzi e senza possibili interpretazioni divergenti da parte delle Questure d’Italia, il possesso dei requisiti previsti dalla legge. Con la sentenza in questione, infatti, i giudici di Palazzo della Consulta hanno dichiarato l’illegittimità parziale dell’art. 5, comma 5, del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 (Disposizioni sull’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato), nella parte in cui prevede che la valutazione discrezionale in esso stabilita si applichi solo allo straniero che «ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare» o al «familiare ricongiunto», e non anche allo straniero «che abbia legami familiari nel territorio dello Stato». I giudici costituzionali, hanno ritenuto parzialmente fondato il ricorso presentato dal Tar del Veneto nell'ambito di un procedimento amministrativo inerente il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno di un extracomunitario condannato in via non definitiva per reati in materia di stupefacenti. Lo straniero, aveva evidenziato il tribunale amministrativo nel sollevare la questione, si trovava nelle condizioni «sostanziali» per ottenere sia il ricongiungimento familiare (padre di tre figli minori residenti in Italia, di cui uno di madre italiana e gli altri di una straniera con permesso di lungo soggiorno), sia il permesso CE di lungo soggiorno, ma non ne aveva mai fatto richiesta e per questo non rientrava nelle «eccezioni» previste dal legislatore per i casi di «automatismo ostativo» del rinnovo del permesso di soggiorno. La Corte Costituzionale, nel dichiarare l’illegittimità parziale della norma, ha sostenuto esplicitamente che «la disposizione impugnata delimita l'ambito di applicazione della tutela rafforzata, che permette di superare l'automatismo solo nei confronti dei soggetti che hanno fatto ingresso nel territorio in virtù di un formale provvedimento di ricongiungimento familiare, determinando così una irragionevole disparità di trattamento rispetto a chi, pur versando nelle condizioni sostanziali per ottenerlo, non abbia formulato istanza in tal senso». Una «simile restrizione - si legge in motivazione - viola l'articolo 3 della Costituzione e reca un irragionevole pregiudizio ai rapporti familiari, che dovrebbero ricevere una protezione privilegiata ai sensi degli articolo 29, 30 e 31 della Costituzione e che la Repubblica è vincolata a sostenere, anche con specifiche agevolazioni e provvidenze, in base alle suddette previsioni costituzionali». E ancora, «la tutela della famiglia e dei minori assicurata dalla Costituzione implica che ogni decisione sul rilascio o sul rinnovo del permesso di soggiorno di chi abbia legami familiari in Italia debba fondarsi su un'attenta ponderazione della pericolosità concreta e attuale dello straniero condannato, senza che il permesso di soggiorno possa essere negato automaticamente, in forza del solo rilievo della subita condanna per determinati reati».

 

 
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