Diritto & Doveri
Che fine faranno le Province? Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

 

Da qualche anno a questa parte la grave crisi economico-finanziaria che ha colpito più o meno tutti gli Stati moderni ha fatto scoppiare come un bubbone la questione del riordino territoriale del Paese. In particolare, il taglio indiscriminato delle risorse pubbliche ha sollevato l’esigenza, non più procrastinabile, di riorganizzare il Paese, con la connessa questione dell’idoneità delle autonomie e degli enti locali, in quanto enti costituivi della Repubblica, a svolgere adeguatamente le funzioni e i compiti di cui sono titolari.

A ciò si aggiunga che la collettività reputa oramai intollerabili i costi della politica e, allo stesso tempo, come dimostra l’abuso di denaro pubblico che sta imperversando in alcune Regioni italiane, è la medesima classe politica a essere dai più considerata incapace di favorire lo sviluppo economico e il benessere della società.

L’esigenza di ripensare l’organizzazione del territorio repubblicano si è prospettata per i Comuni (e, soprattutto, con riguardo ai c.d. piccoli Comuni), le Regioni e le Province.

A quest’ultimo proposito, è a tutti nota l’annosa questione legata ai costi di funzionamento degli enti provinciali (tra l’altro, il numero delle Province è negli anni costantemente aumentato, se si pensa che dal 1992 ad oggi sono state istituite ben quindici Province), sulla quale è intervenuto l’art. 23 del d.l. “salva Italia” n. 201 del 6 dicembre 2011 (convertito con modificazioni dalla l. 22 dicembre 2011, n. 214), nonché, più recentemente, l’art. 17 del d.l. sulla “spending review” n. 95 del 6 luglio 2012 (convertito con modificazioni dalla l. 7 agosto 2012, n. 135): tali norme, come appariva scontato, sono state impugnate dinanzi alla Corte costituzionale.

Giova sin da subito precisare che la manovra “salva Italia” non ha soppresso le province, le quali conservano la loro natura di enti territoriali. Ciò che invece il decreto Monti ha realizzato è il sostanziale svuotamento delle funzioni provinciali, oltre a un pesante – e opportuno, per quanto di dubbia costituzionalità – intervento sugli organi delle Province, facendo leva sull’art. 117, co. 2, lett. p), della Costituzione, che attribuisce alla competenza legislativa esclusiva statale la materia “legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province, Città Metropolitane”.

Stando alle previsioni contenute nel d.l. n. 201 del 2011, la Provincia conserva esclusivamente funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nei limiti legislativamente imposti. In secondo luogo, vengono meno le giunte provinciali, mentre permangono il Presidente della Provincia e il Consiglio provinciale, quest’ultimo composto al massimo da dieci Consiglieri, eletti non più dal corpo elettorale, bensì dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Lo stesso Consiglio elegge tra i suoi componenti il Presidente della Provincia.

Entro il 31 dicembre 2012, lo Stato e le Regioni avrebbero dovuto con legge provvedere a trasferire ai Comuni le funzioni, nonché le risorse (umane, finanziarie e strumentali) attualmente conferite alle Province, fatta salva la possibilità di demandarle alle Regioni, in presenza di esigenze di esercizio unitario e nel rispetto dei principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione.

Contrariamente alla prima formulazione del decreto legge in oggetto, ove si disponeva che gli organi in carica sarebbero decaduti il 30 aprile 2012, il testo poi approvato dal Parlamento ha stabilito che avrebbe dovuto essere la legge statale, entro il 31 dicembre 2012, a determinare le modalità di elezione degli organi provinciali.

Come si anticipava, il recente decreto sulla “spending review” ha compiuto un ulteriore passo in avanti al fine di ridurre il numero degli enti provinciali (nella rubrica dell’art. 17 del d.l. n. 95 del 2012, dopo la conversione in l., si parla di “riordino”).

Tra i criteri di riordino definiti dal Consiglio dei ministri con deliberazione del 20 luglio 2012, si segnala che le Province dovranno necessariamente estendersi su una superficie territoriale non minore di 2500 chilometri quadrati (criterio della “dimensione territoriale”) e avere almeno 350 mila abitanti (criterio della “popolazione residente”).

Contestualmente, in virtù dell’art. 18 del decreto in oggetto, verranno soppresse le Province di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, che saranno sostituite – entro il 1 gennaio 2014 – dalle Città metropolitane.

Se queste sono le premesse giuridiche, la recente crisi di governo causata dalle dichiarazioni di Angelino Alfano ha affossato il decreto sul riordino delle Province che, com’è noto, non diventerà legge. Pertanto, al fine di non rendere vano il lavoro sinora svolto, il governo, attraverso un emendamento inserito nella legge di stabilità (prossima ad essere approvata), ha previsto di prorogare di ulteriori 12 mesi (con termine dunque al 31 dicembre 2013 e non più al 31 dicembre 2012, come in origine previsto) l’entrata in vigore delle disposizioni del decreto “salva Italia”.

Ciò premesso, chi scrive da tempo sostiene la necessità di abolire totalmente dall’assetto istituzionale italiano gli inutili enti provinciali, che da troppo tempo appesantiscono la macchina burocratica e i cui costi gravano pesantemente sulle tasche – oramai vuote – dei cittadini. Quando sarà la volta buona?

 

 

 
L’accesso dei non autosufficienti all’assistenza rientra nei livelli essenziali Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

Con le recenti sentenze nn. 4071, 4077 e 4085 del 10 luglio 2012, il Consiglio di Stato si è pronunciato nuovamente sulla questione della compartecipazione al pagamento delle rette per i ricoveri nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (per approfondire il quadro normativo e giurisprudenziale in materia, sia consentito un rinvio ad A. CANDIDO, Il costo della non autosufficienza. Profili di incostituzionalità della recente legge lombarda n. 2/2012 sulle rette per le Residenze Sanitarie Assistenziali, nel Forum di Quad. cost. 2012).
Nel primo caso (sent. n. 4071/2012), viene in rilievo un regolamento del Comune di Brescia che aveva imposto di calcolare la misura del contributo dovuto dai familiari del disabile al pagamento della retta di degenza anche sulla base dell’ISEE dei parenti non facenti parte del nucleo familiare anagrafico di provenienza del disabile medesimo (in quanto soggetti civilmente obbligati agli alimenti ex art. 433 cod. civ.).

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La Corte boccia l’acquedotto “pubblico” pugliese Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

Ma la sentenza non è condivisibile.

Con sentenza n. 62 del 2012 la Corte costituzionale si è pronunciata sulla legge reg. Puglia n. 11 del 20 giugno 2011 (rubricata “Gestione del servizio idrico integrato. Costituzione dell’Azienda pubblica regionale Acquedotto pugliese – AQP”), attraverso la quale è stata istituita l’Autorità idrica pugliese, prevedendo l’attribuzione da parte di quest’ultima della gestione del Servizio Idrico Integrato a un’azienda pubblica regionale, denominata “Acquedotto pugliese – AQP”.

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Convertito in legge il c.d. “decreto liberalizzazioni” Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

Ecco, punto per punto, le novità più importanti.

Dopo diversi mesi di scioperi e discussioni, finalmente è arrivato l’ok definitivo della Camera (con 361 consensi, 61 voti contrari e 6 astensioni) e il decreto rubricato Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività, meglio noto come “decreto liberalizzazioni”, è stato finalmente convertito in legge (trattasi della legge 24 marzo 2012, n. 27).
Volendo in questa sede considerare solo le principali novità del testo normativo in questione, va detto che è stata prevista l’apertura di cinquemila nuove farmacie (in media, una ogni 3300 abitanti), i cui titolari non dovranno superare i 65 anni di età; inoltre, dall’anno prossimo vi sarà l’obbligo di fornire medicinali monodose (con specifica prescrizione da parte del medico di base) e anche le parafarmacie potranno vendere i c.d. farmaci di fascia C. Le farmacie, inoltre, avranno la possibilità di svolgere la propria attività e di erogare servizi medici aggiuntivi anche oltre gli orari e i turni di apertura, potendo infine praticare sconti sui farmaci e sui prodotti venduti.

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Rette delle RSA: si guarda esclusivamente alla posizione economica del degente Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

È atteso in materia un intervento della Corte costituzionale.

La materia che in questa sede si affronta è quella della compartecipazione al costo delle prestazioni sociali e sociosanitarie in favore di soggetti anziani e disabili, con particolare riferimento al pagamento delle rette nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA).
Il problema giuridico, che lo scrivente si è già posto in ulteriori occasioni (cfr. A. Candido, Residenze Sanitarie Assistenziali e rette dei degenti: tra livelli essenziali e diritto alla tutela della salute, in Quaderni regionali, n. 3/2010, p. 905 ss.; M. Campagna – A. Candido, Le Residenze sanitarie assistenziali: natura e finanziamento di un modello di integrazione socio-sanitaria, in Sanità pubblica e privata, n. 6/2009, p. 13 ss.), è se sia o meno legittimo che le Regioni (e i Comuni) basino la compartecipazione al pagamento delle rette per il ricovero in RSA non solo sulla situazione economica dell’assistito, ma anche sul reddito dei suoi familiari: in altri termini, ci si chiede se operi o meno il divieto di coinvolgimento dei parenti per il pagamento delle suddette rette.

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