Diritto & Doveri
La norma sull’abolizione delle tariffe forensi Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

Una scelta poco condivisibile

Sino a poco tempo fa risultava pacifico il principio in più occasioni espresso dalla Corte di Cassazione, secondo cui gli onorari per le prestazioni professionali dell’avvocato avrebbero dovuto essere liquidati secondo le tabelle vigenti al momento dell’esaurimento delle prestazioni medesime (ex plurimis, cfr. Cass., sez. III, 10 giugno 1991, n. 6557).
Il quadro è mutato in modo radicale con l’art. 9 del D.l. 20 gennaio 2012, n. 1, che ha abrogato le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico, stabilendo che, nei casi in cui la liquidazione avvenga da parte di un organo giurisdizionale, “il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante”.

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Province in via d’estinzione? Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

L’art. 23 della manovra "Salva Italia".

L’art. 23 del decreto legge “Salva Italia” n. 201/2011, convertito con modificazioni con legge n. 214/2011, affronta – tra le altre cose – l’annosa questione legata ai costi di funzionamento degli enti provinciali.
Giova sin da subito precisare che la manovra non sopprime le Province, che conservano la loro natura di enti territoriali componenti la Repubblica: del resto, com’è ovvio, un tale risultato potrebbe essere conseguito soltanto attraverso una legge di rango costituzionale.
Ciò che invece il decreto Monti ha realizzato è il sostanziale svuotamento delle funzioni provinciali, oltre a un pesante – e, per quanto di dubbia costituzionalità, opportuno – intervento sugli organi delle Province, facendo leva sull’art. 117, co. 2, lett. p), della Costituzione, che attribuisce alla competenza legislativa esclusiva statale la materia “legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province, Città Metropolitane”.

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Un regionalismo in cerca d’autore. Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

A dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione: un bilancio fallimentare.

Perché oggi le Regioni sembrerebbero aver perso quell’appeal e quel livello di fiducia da parte dei cittadini che aveva stimolato l’intenso dibattito filo-regionalista negli anni 80-90?
Per rispondere a questa domanda, ritengo imprescindibile muovere da un dato storico che rappresenta la base di tutti i possibili discorsi sul regionalismo, ma che troppo spesso suole passare in secondo piano: mi riferisco alla pietra miliare delle autonomie, l’art. 5 della Costituzione, attraverso il quale i Costituenti hanno inteso collocare il pluralismo istituzionale tra i principi più alti della Carta costituzionale.
Indubbiamente, il teorico di tale impianto è Don Luigi Sturzo (prima ancora che Gaspare Ambrosini), probabilmente il primo ad avere considerato la Regione quale strumento indispensabile per incrementare il livello di libertà dei cittadini, nonché quale mezzo di democratizzazione delle istituzioni.

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La Corte costituzionale boccia il “Principato di Salerno” Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   

La discutibile sentenza impedisce di fatto la creazione di nuove Regioni

Con la recente sentenza n. 278 del 2011, la Corte costituzionale sembra aver posto la parola fine con riguardo alla possibilità di creare nuove Regioni seguendo il procedimento di cui all’art. 132, co. 1, Cost.
Nella vicenda in oggetto, diversi Consigli comunali della Provincia di Salerno, unitamente al Consiglio provinciale salernitano chiedevano, avvalendosi della procedura di cui all’art. 132, co. 1, della Costituzione, il distacco dalla Regione Campania per l’istituzione di una nuova Regione: il “Principato di Salerno”.
Con ordinanza del 2 febbraio 2011, l’Ufficio Centrale per il referendum sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 42, co. 2, della legge 25 maggio 1970, n. 352, affermando che detta disposizione avrebbe aggiunto una serie di presupposti (vale a dire, le deliberazioni di tutti i Consigli provinciali e comunali delle Province e dei Comuni di cui si chiede il distacco) non previsti dall’art. 132, co. 1 della Costituzione. Quest’ultima norma, infatti, si limiterebbe a statuire che la richiesta di referendum deve provenire esclusivamente da «tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate».

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Libertà di riunione e libertà di associazione nella Costituzione. Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Candido   
di Alessandro Candido

Nell’ambito dei rapporti civili (artt. 13-28 Cost.), assumono particolare rilievo le libertà di cui agli artt. 17 e 18 della Costituzione: vale a dire, la libertà di riunione e quella di associazione.
Quando si parla di riunione (art. 17 Cost.), si intende la compresenza volontaria di più persone nello stesso luogo in vista di uno scopo comune (per esempio un comizio o un corteo), mancando il quale dovrebbe parlarsi di un semplice assembramento o agglomerato.
La condizione che la Carta costituzionale pone per il diritto di riunione è che essa si svolga “pacificamente e senz’armi”. È chiaro che la norma mira a tutelare l’ordine pubblico in senso materiale, ossia la sicurezza e l’incolumità delle persone e delle cose. La riunione perderebbe invece il suo carattere pacifico nel caso in cui trascendesse in disordini o violenze e, in tali ipotesi, la forza pubblica sarebbe chiamata a intervenire e a ordinarne lo scioglimento.
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