Politica
Roma. Assemblea Pd, Katia Tarasconi: “Applausi solo dai ‘delegati di serie B’ come me. Stampa E-mail
Scritto da Tratto da ilfattoquotidiano.it   

L'intervento critico della consigliera dell'Emilia Romagna è diventato virale sui social, ma dai big del partito in sala neanche un applauso. "Stupita dal loro silenzio? No. Avranno pensato 'ok, dai, hai fatto il tuo sfogo'". E sul cordone che separava le prime file dal resto dell'assemblea dice: "Perché lo fanno se è vero che siamo tutti uguali?"

“Mi hanno chiesto: scusi, dove sta andando? Perché stavo spostando il cordone che separava i big dagli altri delegati. Poi mi hanno fatto passare e sono riuscita ad andare a salutare Delrio. Ci mancherebbe altro”. Katia Tarasconi, consigliera regionale dell’Emilia Romagna già assessore a Piacenza, era all’assemblea del Pd. Ha parlato dopo Maurizio Martina, segretario uscente, e il suo intervento è rimbalzato sui social della base dem. Toni accesi, sguardo negli occhi di chi siede al tavolo della presidenza, concetti chiari: “Ritiratevi tutti, ripartiamo dalle idee. A nessuno, là fuori, interessa delle vostre correnti e delle vostre liti”. Un discorso che online replica la viralità di quelli di Debora Serracchiani del 2009, ma in sala il copione è un altro.
Gli applausi “sono arrivati soltanto da chi era dietro il cordone dei big, dai ‘delegati di serie B’. Dalle prime file zero”. Ed era proprio quel cordone che segnava la differenza tra chi era più importante e chi meno. “Fisicamente la sala era divisa. Perché devi tenere separate le persone se è vero che all’assemblea siamo tutti uguali? Tra delegati non ha senso”. Che le cose fossero così non era una novità neanche per Tarasconi. “La differenza è che prima non mi sono mai permessa di dirlo. Se sei in una comunità cerchi di capire come funziona, quali sono le regole. Però ieri sono sbottata. Fra l’altro non mi aspettavo che mi chiamassero a parlare dopo il segretario. Avevo anche la cicca in bocca, una cosa orrenda. L’ultima volta ero andata al tavolo della presidenza tre volte per chiedere di potere intervenire e ce l’ho fatta solo dopo il voto. Per l’assemblea di ieri invece avevo mandato una mail chiedendo di parlare prima del voto, anche se era solo quello per la commissione di garanzia“.
Chiamarla dopo l’intervento del segretario, forse, aveva un significato. “A essere cattivi, era un invito alla collaborazione. Nell’ambiente si sa che sono arrabbiata, e che lo sono da tanto tempo. Magari pensavano che mi sarei calmata”. E invece no: il tono è stato tale e quale a quello che aveva pensato. Il testo lo stesso che aveva sottoposto “qualche giorno prima a un consigliere regionale di Modena, per sapere se lo condividesse. Mi aveva detto di sì, che era quello che pensavano in tanti”. Quei quattro minuti erano fatti delle parole che aveva previsto, tra l’invito a ritirarsi “tutti” e a smettere di essere “ostaggio di qualcuno”.
Reazioni? “Sì, dai delegati di serie B, diciamo. Un segretario di circolo è venuto da me e mi ha ringraziato perché avevo detto quello che tanti pensavano, tante strette di mano quando sono tornata al mio posto”. Eppure si era rivolta direttamente anche al tavolo della presidenza, guardando in faccia Martina per ricordargli che quello statuto, tutti insieme, non avevano mai provato a modificarlo. “Ma il loro silenzio non mi ha stupita. Non ho nessuna capacità di mettere in discussione il sistema partito e lo sanno. Avranno pensato ‘ok, dai, hai fatto il tuo sfogo’. Non si sono sentiti toccati, non rappresento nessuno che è il partito”. Un’indifferenza che Tarasconi aveva già toccato con mano in assemblea il 7 luglio, “quando avevo detto: ‘siete affamati e siete folli’. Ma non come la intendeva Steve Jobs. Io volevo dire che sono affamati di potere e folli perché ci stanno portando a sbattere contro un muro. Basta andare al bar, al supermercato e ascoltare. Cosa che costa fatica. Si renderebbero conto che la strada del Pd è quella sbagliata. Si pensa alle correnti legate alle persone, a chi sta con Franceschini, Zingaretti, Minniti e Renzi. Col risultato che di idee non si parla”.
Eppure lei stessa viene dalla corrente dell’ex segretario. “È vero, ma per me Renzi non era dio sceso in terra, ma una serie di idee e valori che condividevo. Nel 2012 ci ho messo l’anima, ma quello che ha perso negli anni è ammettere gli errori fatti. E sui territori le persone hanno bisogno di sentirsi parte della squadra. Nessuno vince da solo. Ha fatto quello che sa fare, il leader. Ma intorno servono anche persone che la pensino diversamente”. E proprio Maria Elena Boschi era davanti alla Tarasconi durante l’intervento, in prima fila. “C’erano lei e la Bellanova sedute di fronte. Cosa hanno pensato? Boh. Bisognerebbe chiederlo a loro. Di sicuro da lì non è venuto nessun applauso”. Ma neanche da Delrio quando è andata a salutarlo? “Ci sono andata prima di parlare. Mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘stai calma’”. Poi il silenzio.

 
Roma. Assemblea Pd: Renzi assente. Martina: “Segretario-premier? Statuto è superato Stampa E-mail
Scritto da Tratto da ilfattoquotidiano.it   

Si è aperta con l’assemblea dell’Ergife la fase congressuale nel Partito democratico, che porterà alle primarie e all’elezione del nuovo segretario. Un assente, Matteo Renzi, cinque candidati e altri due in forse: Maurizio Martina che promette un “quadro chiaro la prossima settimana” e Marco Minniti che svelerà la sua decisione, stando a quanto ha promesso, poche ore dopo la fine dell’assemblea nazionale “quando il congresso sarà formalmente convocato”. L’ex ministro dell’Interno pare a un passo dal sì, ma per rendere la sua candidatura più appetibile ai renziani si valuta di presentarla in ticket con Teresa Bellanova, reduce dagli applausi alla Leopolda. E proprio sul tema della separazione del ruolo di segretario da quello di candidato premier Martina avverte che lo Statuto del Pd “è superato dagli eventi”. “Mi piacerebbe, mi sarebbe piaciuto, che questa assemblea avesse valutato i cambiamenti statutari necessari. Non è stato possibile”, ha detto il segretario uscente dal palco dell’Ergife.
“Sono consapevole che questo è solo il primo tempo di uno sforzo cominciato dopo il 4 marzo, dobbiamo ancora compiere dei passi cruciali. Ma sono le premesse per un lavoro ricostruttivo, un lavoro nuovo”, ha detto Martina all’assemblea. “Non dobbiamo avere paura di criticarci e di criticare i nostri errori, lo dobbiamo fare per cambiare. Un grande partito fa questo perché ha la cura del proprio destino e non vuole mettere la polvere sotto il tappeto“, ha aggiunto.  Poi il passaggio cruciale: “Abbiamo un’impalcatura statutaria superata dagli eventi. Mi piacerebbe, mi sarebbe piaciuto, che questa assemblea avesse valutato i cambiamenti statutari necessari per il rinnovamento. Non è stato possibile: c’era poco tempo e ci sono state delle difficoltà. Ma possiamo cogliere l’occasione per farlo in seguito“, il suo commento in merito alla separazione del ruolo di segretario da quello di candidato premier e quindi il superamento  del doppio incarico.
Martina: “Serve unità” – “Sta nascendo nel Paese un’alternativa sociale che parte dalle piazze e noi dobbiamo metterci in mezzo. Dobbiamo cambiare, scrollarci di dosso la logica rassegnata, bloccata in cui ci misuriamo più per le nostre esasperazioni tattiche che per il senso di una prospettiva”, ha continuato Martina. “Ricordiamoci tutti che il nostro nemico è la destra e a nessuno di noi è consentito giocare tatticamente in maniera compulsiva su questo percorso congressuale”. “Capita – ha aggiunto – che noi non riusciamo a fare prevalere gli elementi che ci uniscono da quelli che ci dividono. Mettiamo in campo insieme una nuova stagione di unità “. E “coerentemente con il mandato dato i a luglio dall’assemblea, confermo qui le mie dimissioni“, ha concluso Martina.
Standig ovation per Timmermans – “Non dobbiamo chiudere la nostra discussione congressuale sulle nostre discussioni interne“, ha detto il presidente dell’assemblea Pd Matteo Orfini aprendo i lavori del parlamentino democratico e dopo aver ringraziato Martina. Orfini ha dato due ore di tempo per consentire ai delegati di presentare un’eventuale candidatura immediata. Presumibilmente nessuno si presenterà, l’Assemblea decreterà quindi il proprio scioglimento aprendo il percorso congressuale. Standing ovation invece per Frans Timmermans, il candidato del Partito socialista europeo (Pse) alla guida della Commissione Ue. Le Europee saranno una “battaglia epica. Ai nostri elettori dobbiamo spiegare che in gioco c’e il destino dell’Europa e sono certo che potremo vincere e avere dopo 15 anni un Presidente socialista della commissione”. “Credo in un’Europa unita, riformata e di sinistra”, ha aggiunto Timmermans.
Renzi il grande assente – I renziani quindi potrebbero appoggiare il duo Minniti-Bellanova, ma intanto il loro leader è il grande assente all’assemblea Pd che chiude la fase aperta proprio dalle dimissioni di Renzi dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo. Nel corso dell’assemblea saranno infatti formalizzate le dimissioni da segretario di Martina e si aprirà formalmente il congresso del partito. Renzi non sarà uno dei protagonisti e non si spenderà in primo piano per Minniti, spiega un parlamentare a lui molto vicino: il suo impegno principale sarà quello di svolgere al meglio il ruolo di senatore e di dare una mano in campagna elettorale per le amministrative di Firenze a sostegno di Dario Nardella.
I cinque candidati – Intanto in campo per il ruolo di segretario sono scesi Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Francesco Boccia, Cesare Damiano e Dario Corallo. Devono sciogliere le riserve Martina e Minniti: “Se servirà a rendere più unito e forte il Pd, non mi sottrarrò a questo impegno”, ha detto l’ex ministro. “Vediamo”, ha rispoto il segretario uscente. In sala sono presenti tutti, dirigenti e candidati al congresso, tranne appunto Renzi. Un breve colloquio si è tenuto questa mattina proprio fra Martina e Minniti. L’altro candidato alla segreteria Zingaretti nell’attesa è stato invece immortalato mentre beveva un caffè con l’ex Guardasigilli Andrea Orlando.
Il nodo del doppio incarico – Quindi, in teoria, ci sarà da un lato Paolo Gentiloni a fianco di Zingaretti e, dall’altro, l’ex viceministra dello Sviluppo economico e potenziale ‘candidata premier’ insieme all’ex titolare del Viminale. In mezzo però c’è la questione del doppio incarico, affrontata appunto in assemblea da Martina. Zingaretti si è detto favorevole alla divisione del ruolo di segretario da quello di candidato a Palazzo Chigi, sulla linea indicata anche dal segretario uscente. Ma pochi giorni fa proprio i renziani avevano bocciato anche soltanto l’ipotesi di modificare in questo senso lo Statuto. Forse qualcosa è cambiato.
La data delle primarie – L’assemblea nazionale convocata a Roma scioglierà qualche nodo. Innanzi tutto i tempi. La data delle primarie dovrebbe infatti essere indicata dalla direzione che si riunirà nel pomeriggio. Ultima settimana di febbraio o prima di marzo, le scadenze più probabili, in modo da lasciare tempo al nuovo segretario di preparare le Europee di maggio 2019.

 
Alessano. Insulti alla sindaca che nega ai leghisti la piazza per il sit-in contro lo ius soli Stampa E-mail
Scritto da Tratto da repubblica.it Chiara Spagnolo   

La prima cittadina di Alessano, Francesca Torsello vieta il luogo dedicato a don Tonino Bello per la manifestazione di "Noi con Salvini". "Irrispettosi i cartelli 'no agli invasori' sotto la casa del vescovo simbolo dell'accoglienza. Manifestino altrove".
La piazza di Alessano, intitolata al vescovo dell'accoglienza don Tonino Bello, non può essere utilizzata per una manifestazione leghista contro lo ius soli con tanto di cartelli "Stop invasione". La decisione della sindaca del centro salentino, Francesca Torsello (che nei giorni scorsi aveva fatto approvare dal consiglio comunale una mozione a favore dello ius soli), scatena le polemiche proprio nel giorno in cui arriva in Puglia il segretario di Stato del Vaticano, Pietro Parolin, che a Tricase parteciperà alle celebrazioni per il cinquantenario della fondazione dell'ospedale Panico. E sui social si scatenano anche insulti sessisti contro la sindaca che lunedì, ha annunciato, si rivolgerà alla polizia postale per denunciare gli autori.
Indiscrezioni che si rincorrono da alcune settimane, ipotizzano che la visita di Parolin in Salento sia legata anche a una serie di incontri e sopralluoghi finalizzati a valutare la possibilità di una visita di papa Francesco nel Capo di Leuca in primavera. Il segretario di Stato sarà anche al santuario di Santa Maria di Leuca e a Alessano, per un momento di preghiera sulla tomba di don Tonino (è stata aperta la proatica per la sua beatificazione), insieme al vescovo di Ugemto-Leuca, monsignor Vito Angiuli. E, proprio nelle ore in cui la chiesa celebra don Tonino con una visita così importante, ad Alessano ferve la polemica sulla mancata concessione della piazza ai leghisti.
"È estremamente grave - tuona Andrea Caroppo, consigliere regionale della Lega-SudInTesta - che un sindaco vieti l’espressione di un’opinione diversa dalla sua su un tema del quale il Paese discute ed è oltraggioso che lo faccia strumentalizzando la memoria condivisa di don Tonino Bello: anche noi siamo per gli 'ultimi' e per 'l’integrazione', ma il testo del disegno di legge non c’entra assolutamente nulla né con gli ultimi né con l’integrazione né con don Tonino Bello. Farò presentare una interrogazione parlamentare".
La richiesta era stata formulata dal partito di Matteo Salvini per una manifestazione che avrebbe dovuto svolgersi domenica 9 dicembre in piazza Don Tonino, con tanto di gazebo con i cartelloni 'no agli invasori' con cui hanno tappezzato la cittadina. E raccolta di firme. "Si svolgerà in un'altra piazza - ha spiegato la sindaca - non in quella che reca il nome di chi ha dedicato la sua vita e il suo apostolato a diffondere il messaggio dell'accoglienza, della fraternità, modella pacifica convivenza. Nutro rispetto per le idee di ciascuno ma sui diritti non arretriamo".
Pronta la replica del coordinatore locale di Noi con Salvini, Leonardo Calò: "Vietarci l'utilizzo di una piazza senza manifestazioni reali ma con mere ragioni ideologiche è un atto aberrante e illegittimo. Noi saremo comunque a Alessano per manifestare e rappresentare i cittadini".
Sui social, intanto, si è scatenato un acceso dibattito sconfinato in pesanti insulti sessisti (in particolare da parte di tal Carmelo Marsala che sarà identificato e denunciato nei prossimi giorni) che contro la sindaca. "Sono insulti violenti e feroci - dichiara la prima cittadina - per cui sporgerò immediatamente querela alla polizia postale. Non penso si sarebbero espressi nello stesso modo nei confronti di un uomo".
"È questo - rileva Torsello - quello che si ottiene quando alcuni movimenti politici aizzano alla intolleranza, perché il matto c'è sempre e si sente in qualche modo spalleggiato da queste visioni politiche". La sindaca spiega di "non avere negato nessun diritto: ho solo chiesto di spostarsi di 20 metri perché dove volevano mettere il gazebo della manifestazione 'Stop invasione. No Ius soli', ci sono luoghi sacri: la grotta del presepe fatto dai bambini, una chiesa, e la sede della fondazione don Tonino Bello: non mi sembrava il caso farla lì".
Torsello, che sottolinea di "non avere ricevuto solidarietà se non dal proprio partito", ritiene ci sia "una strumentalizzazione politica di chi vuole prendere
voti". E ricorda infine di avere autorizzato la stessa manifestazione già lo scorso 3 dicembre: "Ma alla fine - conclude - non si era presentato nessuno". La solidarietà arriva da Art.1-Mdp, il partito cui aderisce la sindaca.
"Le frasi di insulti parlano da sole e non hanno bisogno di commenti. Noi, ovviamente, siamo tutti con Francesca", scrive su Facebook il coordinatore di Articolo uno-Mdp in Puglia, Ernesto Abaterusso.

 
Al Nazzareno soli e assediati Stampa E-mail
Scritto da Tratto da huffingtonpost.it A. De Angelis   

Il Pd come un fortino isolato, e in guerra col mondo sulle banche. In Transatlantico rimbalza la notizia dell'esito della riunione di Campo Progressista. Gianni Cuperlo è plumbeo. Parla fitto con Andrea Martella: "Campo Progressista va con Grasso e Pisapia si è ritirato. Diciamo che siamo coalizzati solo con una parte di noi stessi. Temo che ci sarà lo smottamento". L'altro: "Temo anche io. Che capolavoro. Una legge che prevede la coalizione senza averla".

È franata l'intera operazione "liste civetta", portata avanti da Fassino in queste settimane: una lista a sinistra con l'ex sindaco di Milano, per togliere voti a Grasso e una al centro, per intercettare un po' di voto moderato. La riunione dei parlamentari di Pisapia, in un albergo romano, è drammatica. Da un lato ci sono gli ex Sel, Ciccio Ferrara, Furfaro, Zaratti e gli altri. Dall'altro l'ala moderata di Tabacci, Monaco, Catania. Dura ore. I primi sono insofferenti dopo il bagno di folla per Grasso: "Qua non è un problema solo di ius soli. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, ma non si può andare avanti così". Gli altri insistono per tenere aperto un rapporto col Pd. Pisapia non riesce a tenerli assieme: "Abbiamo chiesto discontinuità sul programma – dice un ex Sel - e non c'è. Abbiamo chiesto discontinuità sulla leadership e Renzi va in tv a dire tutto bene. Adesso basta".

È l'implosione di un progetto. Alcuni parlamentari del gruppo erano già in sala domenica ad applaudire Grasso: Melilla, Bordo, Nicchi. Ora lo strappo degli altri. Sosterrà invece Liberi e Uguali Laura Boldrini, che però lo annuncerà solo dopo che sarà finito l'iter della manovra. Altri ancora come Dario Stefano, Luigi Manconi, Bruno Tabacci che restano nell'orbita del Pd. E Giuliano Pisapia che, come un Godot mai arrivato, verga il comunicato dell'abbandono.

Roberto Speranza è circondato da un gruppo folto dei suoi parlamentari: "Mi pare che il tema politico sia che avevamo ragione noi. Renzi è Renzi. E il Pd non ha una coalizione. Noi andiamo avanti come treni". Soprattutto tra gli ottanta parlamentari della corrente di Orlando in parecchi hanno cercato un contatto, per provare a giocarsela con una candidatura nella nascente lista di sinistra.

E adesso il voto fa davvero paura. Perché è vero che Pisapia non ha folle oceaniche né un consenso bulgaro: "Ma – spiegano al Pd – ci viene meno una lista per intercettare uno o due punti di voto utile sottraendolo alla sinistra". Resta il tentativo di trovare qualcuno disposto a mettere la faccia sull'operazione civetta, come il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, ma non è la stessa cosa. Manca anche la gamba di centro. L'abbandono di Alfano è un altro sgretolamento di un altro progetto: "Lupi – spiegano dentro Ap – sta cercando l'accordo con Berlusconi. Lorenzin e Pizzolante col Pd. Angelino sa di essere un problema sia per Berlusconi sia per Renzi. Nessuno dei due regge il suo nome".

I parlamentari del Pd sono terrorizzati, il quartier generale sgomento. Per l'isolamento. E per la linea: "Ma dove andiamo in queste condizioni, da soli e in guerra con le banche?". Alla chimera del "prederemo il 30 per cento", che indica la Boschi in tv, credono davvero in pochi. Parecchi parlamentari ex ds hanno parlato in questi giorni col sondaggista Roberto Weber, con cui hanno una certa consuetudine. Il responso è da brivido per il Pd: "Sostiene – raccontano – che la lista di Grasso può prendere la doppia cifra".

Il che significa che non esistono collegi sicuri. Neanche in Emilia e in Toscana. Segno dei tempi: anche a Rignano è nato un nutrito comitato per Grasso con lo "zampino" di Elisa Simoni, la "cugina" di Renzi che ha abbandonato il Pd. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali, nel fortino renziano sono già iniziati i ragionamenti sui collegi sicuri e su come limitare i danni. Il problema si chiama Boschi. È dato per assodato che non si candiderà in Toscana. Per lei è iniziata la ricerca di un collegio sicuro e di un paracadute "proporzionale". Si parla della Campania per il collegio e del Trentino per il proporzionale. Anche il tesoriere Francesco Bonifazi sarà tenuto lontano dalla Toscana. Posti in piedi sul proporzionale. Senza coalizione sui collegi può succedere di tutto.

 
E. Letta: “Proporzionale con capilista bloccati? Grave votare così”. Alle primarie Pd vota Orlando Stampa E-mail
Scritto da Tra da ilfattoquotidiano.it   

Enrico Letta voterà Andrea Orlando alle primarie del Pd. Ed è una notizia: perché è la prima volta che lo dice, ma soprattutto perché non era per nulla scontato che il direttore dell’istituto di Studi politici di Parigi votasse per scegliere il segretario di un partito in cui da tempo non vive più. Ne parla, ma da analista esterno, da intellettuale. Che però andrà al gazebo il 30 aprile perché – a suo dire – il ministro della Giustizia rappresenta una sorta di ultima chance per il Pd. In tal senso, però, neanche questa volta Letta può stare sereno. E lo dice chiaramente: non può accettare la mancanza di una legge elettorale capace di dare al Paese governi stabili e, soprattutto, considera gravissimo il ritorno al proporzionale con i capilista bloccati. “Non dare ai cittadini la possibilità di scegliere è una decisione di chiusura profondamente sbagliata” ha detto a In Mezz’Ora, sottolineando la necessità di “far partecipare” gli elettori alla vita delle istituzioni, altro che “parlamentari scelti dai partiti”. Un attacco neanche troppo indiretto a Matteo Renzi e al suo sodale di mozione Maurizio Martina, che hanno proposto di estendere il proporzionale anche al Senato. Ipotesi che né Orlando né tanto meno Michele Emiliano prendono minimamente in considerazione.

Alle primarie con Andrea Orlando – La scelta di Enrico Letta di andare a votare Andrea Orlando alle primarie del Pd ha avuto la conferma definitiva dopo quanto accaduto ieri a Roma: il ministro della Giustizia, infatti, è stato l’unico leader del Pd a manifestare a favore di una propria idea di Ue. E Letta, ospite a In Mezz’Ora da Lucia Annunziata – lo ha evidenziato: “È l’unico che spinge per un’Europa diversa ma più integrata” ha detto l’ex presidente del Consiglio, che da europeista convinto sottolinea che l’Europa va cambiata, ma “con l’integrazione e non con il ritorno ai nazionalismi. In questo senso Orlando ha fatto bene a portare in piazza un’idea europea del Pd”. L’ex Giovane turco, poi, a sentire Enrico Letta è l’unico “che vuole unire” le varie anime e storie del Partito democratico, che “non è il comitato elettorale di un capo”. Vincerà Renzi? “Io non scelgo un vincitore – dice Letta – sono una persona libera che dice la sua. A mio avviso il Pd deve guardare al futuro e Orlando è l’unico che lo fa”.

Le prossime elezioni? “Grave andare a votare con i capilista bloccati” – Quando Lucia Annunziata gli chiede un parere sulla situazione politica nazionale a prescindere dal Pd, Enrico Letta non può non parlare del Pd. E soprattutto della proposta del ticket Renzi/Martina di estendere il proporzionale con capilista bloccati anche al Senato. “Se non si cambia la legge elettorale la legislatura finisce come il casellante ai treni che resta a guardare lo spettacolo di due treni che si scontrano – sottolinea – Io ho votato contro l’Italicum, perché lo ritenevo un’aberrazione, e così poi è stata giudicata. Se non cambi la legge elettorale e non dai nuovo impulso si andrà a votare e sarà peggio della Prima Repubblica, si torna al proporzionale con i capilista bloccati con i capi dei partiti che sceglieranno tutti i parlamentari“. Per l’ex premier sarebbe un errore di inaudita gravità: “Bisogna dare la possibilità ai cittadini di votare i loro eletti, di avvicinarsi alla politica – dice – Scegliere di chiudersi nella fortezza è sbagliato, serve ben altro che i parlamentari scelti dai partiti”. Poi l’aneddoto: “Ai giovani che partecipano alla mia scuola politica chiedo una cosa ben precisa – rivela – Prima di impegnarsi in politica, devono giurare di avere e saper fare un altro mestiere“. Per vincere le prossime elezioni politiche, a detta di Letta bisogna avere “maggior sintonia verso il Paese”: “Dopo il voto del 4 dicembre chiunque dovrebbe cogliere il senso di scarto profondo che c’è stato tra Pd ed elettorato” sottolinea e, pur senza mai citare esplicitamente il suo successore Matteo Renzi, evidenzia che non si può bollare come “accozzaglia” tutti quelli che la pensano diversamente.

 
Pagina 1 di 20