Cultura
Merine - Palazzo Magliola - "Il Mare dove non si tocca" di Fabio Genovesi Stampa E-mail
Scritto da Redazione   

Lo scrittore Fabio Genovesi si racconta da bambino in "Il mare dove non si tocca", il suo nuovo
romanzo uscito per Mondadori.
La presentazione si svolgerà mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore 19.00 a Merine nel salone di
Palazzo Magliola, evento promosso dal Comune di Lizzanello Settore Cultura, in collaborazione
con Libreria Idrusa di Alessano e Bene Comune ODV.
“Il mare dove non si tocca” è un condensato di emozioni, di storie, di riflessioni. Di giorni che
trascorrono, di sguardi che si incrociano, di mani che si sfiorano. Una scrittura a tratti evocativa
senza mai risultare superba, ma poetica, con l’immagine di un bambino che va in bicicletta mentre
“il vento mi rubava le lacrime”. Un contenitore fantastico di sensazioni, entusiasmo e tenacia.
Fabio apre ai lettori il suo mondo di bambino verso l’adolescenza, con l’entusiasmo puro di chi usa
i superlativi per descrivere gli episodi, le passeggiate nel bosco, i giochi in parrocchia, le paure a
scuola, e lo fa con un sacco di domande.
Un romanzo che diverte, fa sorridere, riflettere ma anche commuovere, tanto.
Trama
Fabio ha sei anni, due genitori, e nove nonni. Nove, perché è l’unico bimbo della famiglia Mancini,
e i tanti fratelli del suo vero nonno – uomini solitari, impetuosi e pericolosamente eccentrici – se lo
contendono per portarlo a caccia, a pesca e coinvolgerlo in mille altre attività assai poco
fanciullesche. Così Fabio cresce senza frequentare i suoi coetanei, e il primo giorno di scuola sarà
un concentrato di sorprese scioccanti: i suoi compagni hanno molti giocattoli e pochissimi nonni, e
si divertono tra loro con giochi strani dai nomi assurdi – nascondino, rubabandiera, moscacieca. E
infine, la scoperta più allarmante di tutte, sulla sua famiglia grava una terribile maledizione: tutti i
maschi che arrivano a quarant’anni senza sposarsi impazziscono. I suoi nonni-zii sono lì a
testimoniarlo. Per fortuna accanto a lui ci sono anche un padre taciturno ma affettuoso, la mamma,
la nonna e una ragazzina molto saggia che va in giro vestita da coccinella. Una famiglia caotica che
pare invincibile, finché qualcosa di totalmente inatteso accade e sconvolge ogni equilibrio. Giorno
dopo giorno, dalle elementari fino alle medie, Fabio cercherà il sempre precario equilibrio tra un
mondo privato popolato di storie, pieno di avventure e animato d’immaginazione, e il mondo là
fuori, confinato in mille regole opprimenti e dominato dalla legge del più forte. Tra inciampi, amori
improvvisi e incontri straordinari, in un percorso di formazione rocambolesco, poetico e stralunato,
Fabio capirà che le stranezze sono il nostro inesauribile tesoro di unicità, e giungerà a scoprire la
propria vocazione di narratore perdutamente innamorato della vita.
Fabio Genovesi è nato a Forte dei Marmi nel 1974. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City, Esche
vive, tradotto in dieci Paesi tra cui Stati Uniti e Israele, e Chi manda le onde (premio Strega Giovani
2015). È inoltre autore del saggio cult “Morte dei Marmi” e di “Tutti primi sul traguardo del mio
cuore”, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia. Collabora con il “Corriere della
Sera”, “La Lettura” e “Io Donna”.

 
Pizza patrimonio Unesco. Business di 12 mld di euro, 5 mln di pizze al giorno Stampa E-mail
Scritto da Tratto da affaritaliani.it   

Non e' la ricetta della pizza napoletana, rigorosamente disciplinata dall'attestazione di specificita' Stg che definisce le materie prime e le modalita' di cottura, ma sono bensi' la cultura e l'identita' di chi ci lavora a essere tutelati dal riconoscimento dell'Unesco.
Dal 'masto pizzaiuolo', che insegna e tramanda la tradizione e sceglie i materiali per la lavorazione, al 'guaglione' che apprende e realizza le pizze, fino al 'masto fornaio', che sceglie la legna, controlla la temperatura del forno e gestisce le cotture con le diverse pale a disposizione, di legno e di ferro.

- 'AMMACCATURA' E 'VOLO', LE FASI DELLA PREPARAZIONE
Si trasmettono da generazioni le figure del rigoroso codice della preparazione della pizza. Una serie di passaggi a mano che comprendono lo 'staglio' (i panetti di pasta lievitata pronta a essere stesa), l''ammaccatura' (la prima spianata della pizza), il 'cornicione' (la creazione del bordo della pizza che delimita pizza e condimento) e lo 'schiaffo' (la seconda spianata con la pizza presa a schiaffi sul banco di lavoro, di marmo cosparso di farina). A questo si aggiunge per i pizzaioli piu' esperti il 'volo', che, facendo roteare la pizza in aria, permette di acquisire una maggiore ossigenazione e consistenza e che ha dato vita anche a gare di pizza acrobatica. Le fasi successive sono la distribuzione del condimento, partendo dal centro del disco di pasta secondo il caratteristico movimento a spirale, prima di posizionare la pizza nel forno a legna tradizionale con la fiamma fatta riavvampare grazie a trucioli e farla ruotare su se stessa per una cottura omogenea.

- LIEVITO MADRE E MOZZARELLA DI BUFALA PER OTTENERE L'STG
La composizione della pasta, l'uso di lievito madre, la lenta e lunga lievitazione, l'impiego di olio evo e pomodoro di alcune varieta', sovrana tra tutte quella del San Marzano, e mozzarella di bufala o fior di latte di Agerola, nonche' le attrezzature erano parte fondamentale del disciplinare per ottenere l'Stg (articoli 2 e 3), oltre alla storia antica del piatto, riconoscimento ottenuto dall'Ue il 5 febbraio 2010.

- TRADIZIONE CHE RISALE AL 16ESIMO SECOLO
Secondo stime di Coldiretti, che, insieme all'Associazione pizzaiuoli napoletani e la Fondazione Univerde guidata dall'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, ha concorso alla raccolta di oltre 2 milioni di firme per la candidatura dell'arte dei pizzaiuoli nella lista Unesco, solo a Napoli sono circa 3mila coloro che portano avanti una tradizione artigianale risale al 16esimo secolo. Il sito web di Coldiretti, tra l'altro, indica che per il 39% degli italiani la pizza e' il simbolo culinario dell'Italia; pizza del resto e' la parola italiana piu' conosciuta all'estero (8% del campione), rispetto a cappuccino e spaghetti (7%) ed espresso (6%), in un sondaggio on line della Societa' Dante Alighieri.

- BUSINESS DA 12 MILIARDI EURO, 5 MILIONI DI PIZZE AL GIORNO
La pizza genera un business di 12 miliardi di euro in Italia, dove sono almeno 100 mila i lavoratori fissi nel settore, ai quali se ne aggiungono altri 50 mila nel fine settimana, secondo i dati dell'Accademia Pizzaioli. Ogni giorno solo in Italia si sfornano circa 5 milioni di pizze nelle circa 63mila pizzerie e locali per l'asporto, taglio e trasporto a domicilio, dove si lavorano in termini di ingredienti durante tutto l'anno 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva e 260 milioni di chili di salsa di pomodoro. La passione per la pizza nel mondo vede in testa alla classifica, secondo Coldiretti, gli americani che sono i maggiori consumatori con 13 chili a testa mentre gli italiani guidano la classifica in Europa con 7,6 chili all'anno, e staccano spagnoli (4,3), francesi e tedeschi (4,2), britannici (4), belgi (3,8), portoghesi (3,6) e austriaci che, con 3,3 chili di pizza pro capite annui, chiudono questa classifica.

L'Arte del pizzaiuolo napoletano e' Patrimonio dell'Umanita'. Il 12 Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO, riunito in sessione sull'isola di Jeju in Corea del Sud, ha valutato positivamente la candidatura italiana. Per il Belpaese si tratta del 58esimo Bene tutelato (7 Patrimonio immateriale riconosciuto), il 9 in Campania. Con grande soddisfazione, ha annunciato la vittoria in diretta Facebook la delegazione italiana che sull'isola sudcoreana ha seguito da vicino i lavori del Comitato UNESCO. A Jeju hanno atteso la proclamazione l'Ambasciatore Vincenza Lomonaco, Rappresentante Permanente d'Italia presso l'UNESCO, il Presidente della Fondazione UniVerde Alfonso Pecoraro Scanio, gia' Ministro delle Politiche Agricole e dell'Ambiente, Pierluigi Petrillo, curatore legale del dossier di candidatura. I lavori del Comitato UNESCO si concluderanno il 9 dicembre e solo al termine di questa ultima sessione l'Arte del pizzaiuolo napoletano sara' ufficialmente iscritta nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO.

Il significato di questo fondamentale riconoscimento lo ha spiegato Alfonso Pecoraro Scanio, promotore della World Petition #pizzaUnesco che, con oltre 2 milioni di sottoscrizioni mondiali, ha sostenuto la candidatura italiana verso la vittoria finale: "Il riconoscimento dell'Arte del pizzaiuolo napoletano nella prestigiosa Lista del Patrimonio immateriale dell'UNESCO e' la riaffermazione di una tradizione storica che per il nostro Paese rappresenta, da secoli, un vero elemento d'unione culturale. Sono veramente entusiasta del risultato ottenuto perche', seppur la candidatura fosse forte e credibile, si tratta di un successo affatto scontato ma perseguito dopo anni di intensa attivita' e dedizione, al fine di poter garantire la valutazione positiva da parte del Comitato UNESCO. L'Arte del pizzaiuolo napoletano e' un patrimonio di conoscenze artigianali uniche tramandato di padre in figlio, elemento identitario della cultura e del popolo partenopeo che ancora oggi opera in stretta continuita' con la tradizione. Dedico questa vittoria agli amici pizzaiuoli, alla loro arte e alla loro creativita', al loro cuore e alla loro passione, alla citta' di Napoli, ai napoletani, all'Italia".

 
L’archivio De Martino ceduto alla Treccani, «vivrà nella contemporaneità» Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Lupo tratto da nuovoquotidianodi puglia.it   

Affidarli ad altre mani dopo oltre 70 anni di lavoro comune, compresa la tappa del 1959 nel Salento, non deve essere stato facile.
Eppure con la storica cessione dell’intero archivio Ernesto De Martino alla Fondazione Treccani, la firma c’è stata due giorni fa a Roma, Vittoria De Palma, compagna nella vita e nella professione del celebre antropologo napoletano “scopritore del Sud”, potrà regalare una nuova vita ai 47 faldoni, contenenti appunti e fotografie, estratti e bozze dei viaggi di ricerca che Ernesto De Martino compì a cavallo degli anni 50 e 60, una buona metà dei quali tra Puglia e Lucania.
Un patrimonio inestimabile, frutto delle osservazioni e delle scoperte che aprirono una nuova strada nell’indagine etnologica, concentrandosi sulle aree più arcaiche del Mezzogiorno d’Italia, allora del tutto inesplorate, cogliendo gli aspetti culturali e soprattutto politici nel folklore religioso della cultura contadina, che dalla Lucania (Sud e magia, 1959), lo portarono nel Salento alla scoperta del tarantismo (La terra del rimorso, 1961). Accanto agli appunti confluiti nelle pubblicazioni, divenute una pietra miliare per il dibattito culturale del tempo e non solo, il materiale raccolto contiene innumerevoli spunti e suggestioni che oggi è possibile far rivivere nella contemporaneità.
«Nel corso delle celebrazioni per i 50 anni dalla morte di Ernesto De Martino, che si sono svolte in Treccani, Vittoria De Palma aveva manifestato la volontà di valorizzare l’archivio, rendendolo più accessibile non solo agli studiosi di antropologia, di etnologia, di storia delle religioni, ma anche ai tantissimi appassionati di cultura popolare - spiega il direttore generale dell’istituto Massimo Bray -. L’obiettivo di Treccani, in collaborazione con la comunità scientifica che finalmente avrà a disposizione questo tesoro di documenti e di idee, sarà quello di rendere vivo l’archivio di un studioso che, anche grazie al suo impegno al tempo stesso critico e politico, scientifico e sociale, viene ricordato come il fondatore dell’antropologia italiana». «Una figura - prosegue Bray - che ancora oggi è cruciale per il dibattito contemporaneo sul patrimonio immateriale e sul rapporto tra cultura e politica e la cui ricerca era mossa da un’attenzione straordinaria per gli “sconfitti” dalla storia; per quelle forme di cultura che erano relegate al ruolo di “relitti” di una civiltà e, infine, per la sua attenzione acutissima al folklore delle regioni del Meridione d’Italia, le più povere del nostro Paese, che senza l’impegno di De Martino rischiavano di vedere dimenticata una parte molto significativa del loro patrimonio culturale».

A curare la “trattativa” tra la vedova di De Martino e la fondazione è stato Andrea Carlino, docente di Storia della Medicina presso l’Università di Ginevra, originario di Lecce, ideatore delle manifestazioni per il cinquantenario della morte di De Martino, cui prese parte anche Vittoria De Palma.
«L’idea è tradurre in chiave contemporanea e pertinente spunti e suggestioni in arrivo dall’archivio. - spiega Carlino - Lontani dalle rievocazioni e nostalgie sull’argomento». L’idea infatti è non solo digitalizzare il materiale, rendendolo finalmente accessibile a tutti, ma anche di dedicare all’opera dell’antropologo una serie di eventi, che partiranno nell’immediato: il primo è una residenza artistica che si terrà in estate a San Cesario di Lecce, con la fondazione Lac o Le Mon. Ma altro potrebbe riguardare a breve anche la Biennale di Venezia. Lo spirito di De Martino, insomma, presto tornerà ad aleggiare prepotentemente e non solo nel suo magico Sud.

 
Cavallino, Teatro"IL Ducale": «Ouverture des saponettes», di Michele Cafaggi, venerdi 24 marzo 2017 Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Pascali   

Direttore senza orchestra, musicista senza strumenti, cantante senza fiato, un concerto anomalo, per pensieri fragili, per pensieri leggeri, per pensieri silenziosi. Come bolle di sapone! Un eccentrico direttore d’orchestra ci porterà nel mondo fragile e rotondo delle bolle di sapone per un “concerto” dove l’imprevisto è sempre in agguato.
Ecco «Ouverture des saponettes», spettacolo  di Michele Cafaggi per la regia di Davide Fossati, in scena venerdì 24 marzo 2017 a Teatro «Il Ducale» nell'ambito della rassegna «Teatro scuole e famiglie» a cura di Ergo Sum  e inserito nella Stagione Teatrale 2016/2017 siglata dall'Amministrazione Comunale di Cavallino in collaborazione con Ergo Sum.
Da strani strumenti nascono bolle giganti, bolle “rimbalzine”, bolle da passeggio, grappoli di bolle, mentre i più paffutelli potranno entrare in una bolla gigantesca! Un racconto visuale senza parole che trae ispirazione dalle atmosfere circensi e del varietà, un magico spettacolo di clownerie, pantomima e musica che, nato per i più piccoli, finisce per incantare il pubblico di qualsiasi età.
Un racconto visuale senza parole che trae ispirazione dalle atmosfere circensi e del varietà, un magico spettacolo di clownerie, pantomima e musica che, nato per i più piccoli, finisce per incantare il pubblico di qualsiasi età.
Lo spettacolo attualmente conta più di 1000 repliche, è nato nel 2003 ed è stato presentato per la prima volta al Museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano nell'ambito delle attività organizzate dal laboratorio scientifico di bolle di sapone. È stato rappresentato in teatri e festival nazionali e internazionali (Francia, Irlanda, Belgio, Svizzera, Grecia, Giappone, Cina, Corea del Sud), in scuole materne, musei della scienza, casinò, varietà e gran galà. Ha partecipato alle trasmissioni televisive “I soliti ignoti” su Rai 1 e “Circo Massimo Show” su Rai 3, “Mattina in famiglia”, Rai 1, “Bontà loro” Rai 1, Tg2, GT Ragazzi, Rai International, etc...
Ingresso 7 euro (ragazzi fino ai 13 anni), 10 euro adulti. Orario biglietteria: lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle ore 17 alle ore 20. Infotel: 0832.611208 (durante gli orari di apertura del botteghino) – 331.6393549 (ore 17-20).

 
Otranto - Castello:Novecento. Il secolo breve - Mostra multimediale dal 25 marzo al 9 aprile 2017 Stampa E-mail
Scritto da Valentina Vantaggiato   

La mostra "Novecento. Il secolo breve", presso il Castello Aragonese dal 25 marzo al 9 aprile 2017 (ore 10/18), rientra tra i progetti sostenuti dall’Assessorato alla Cultura della Regione Puglia, prodotta da FARM con la collaborazione del Comune di Otranto.
Ripercorre la storia del Novecento con una narrazione cronologica degli avvenimenti storici (fatti, politica, persone), insieme alle trasformazioni sociali e culturali del Paese (sviluppo industriale, cambiamenti urbani, costumi, stile di vita, rivoluzione tecnologia, lavoro, lotte sindacali, scontri di classe, tempo libero, musica, cinema, televisione, sport, moda etc.), in un rapporto parallelo tra storia nazionale e storia locale. La metodologia utilizzata è quella dello storytelling che consiste nell’uso di procedure narrative e rappresenta uno straordinario strumento per comunicare esperienze umane, fare comprendere e ricordare il vissuto. La narrazione è un processo consolidato nelle nostre tradizioni e ha un potenziale didattico dalla quale possiamo trarne peculiarità formative, uno strumento per penetrare in profondità nelle cause e nelle ragioni di eventi, promuove uno sviluppo generativo tra esperienza, osservazione, riflessione. Raccontare la storia contemporanea attraverso parole, immagini, suoni è una forma di comunicazione efficace per contenuti, emozioni, intenzionalità e rappresenta il miglior modo per trasferire conoscenza ed esperienza.
Il Novecento si è caratterizzato per le tante scoperte, tra queste quella che sarebbe diventata una tra le arti più belle e affascinanti: la fotografia, un’arte capace di “congelare” il tempo, di trasformare un attimo in una testimonianza eterna. Oggi la fotografia è fonte per la conoscenza storica e strumento che permette di custodire la memoria collettiva.
Sono presenti oltre 200 fotografie provenienti da musei, archivi storici, istituti, fondazioni e opere di grandi artisti che hanno raccontato l’Italia con i loro scatti e documenti video e sonori degli archivi di Teche RAI e Istituto Luce. C’è spazio anche per il cinema, attraverso videoclip con la sequenza di brevi e significative scene inserite nel percorso della mostra, la radio e la televisione che hanno rappresentato un cambiamento epocale per le abitudini degli italiani, ma anche musica, arte, teatro, sport, design, hanno affermato la creatività e le capacità italiane nel mondo. In sostanza sono utilizzati registri comunicativi in cui la componente narrativa (immagine, storie, audio-visivi), integra e completa l’apparato didascalico della mostra, rendendo il percorso per il visitatore fortemente evocativo e stimolante, un viaggio nel Novecento dove tutti i visitatori potranno rivivere i momenti virtuosi ma anche quelli di crisi del nostro Paese per riaffermare valori e radici comuni.
Il Novecento è stato un secolo di straordinario progresso scientifico e di guerre totali, di crisi economiche e di grandi periodi di rilancio e di benessere, di rivoluzioni nella società e nella cultura. E ancora, è stato il secolo delle ideologie, il secolo delle masse, il secolo della scienza e della tecnologia. Il nostro mondo ha compiuto in meno di cento anni una rivoluzione senza precedenti. Un "secolo breve" l’ha definito Eric Hobsbawm, per l'accelerazione sempre più esasperata impressa agli eventi della storia e alle trasformazioni nella vita degli uomini. Forse è ancora presto per dare una definizione conclusiva del Novecento, ma è certamente la base su cui comprendere il presente e costruire il futuro.
Il tempo attuale è testimone di cambiamenti di natura epocale per cui forte è l'esigenza di analizzarne gli antefatti quanto le scelte da cui discendono le realtà che viviamo, significa ripercorrere il cammino del progresso economico e sociale che, in particolare nella seconda metà del XX secolo, ha trasformato profondamente l'Italia e gli italiani in un quadro di straordinaria evoluzione. Il Novecento in qualche modo è un "un passato che continua", un "passato-presente" che sollecita a riferire sugli elementi di frattura e di continuità, sui fattori di aggregazione e disgregazione che hanno connotato ieri e segnano oggi il profilo della nostra comunità.
Per pensare il futuro è necessario intrecciare un tempo con l'altro, collegando il proprio presente con il passato collettivo, riconoscendo il valore formativo del sapere storico. Condurre i giovani a orientarsi nella dimensione storica e a comprendere la dinamica dei processi sociali e culturali significa, prima di tutto, dare loro gli strumenti per orientarsi nel flusso processuale del presente, perché la storia entri nella loro dimensione emotiva e intellettuale di vita. In questa dimensione diventa particolarmente significativa la storia locale, che può consentire una territorializzazione delle conoscenze storiche, mettendo i giovani in rapporto con il proprio passato, con la memoria che ha costituito e costituisce le identità individuali e collettive in relazione a contesti più ampi a livello nazionale e a livello internazionale.

 
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