Editoriale

Scritto il 01 Gennaio 2018 da tratto da lecceprima.it - Emilio Faivre
anno-2018-la-diplomazia-dello-scudo-di-fronte-allo-sviluppo-negatoLa sirena vibra nell’aria, avvisa sbraitando del passaggio del treno. Ma il muso del locomotore non si vede sfrecciare come ci si aspetterebbe dal ruggito. Piuttosto, appare all’improvviso da dietro un angolo, timido, impacciato, zoppicante sulla strada ferrata. Immagine stridente. Procede meno che a passo d’uomo, fa quasi tenerezza nel suo sussultare...

Turismo

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Redazione
nardo-nuove-opportunita-con-lavioturismoGALLIPOLI/NARDO’ - Le nuore rotte del turismo si tracciano ancora una volta sorvolando i cieli e solcando i mari dei litorali di Gallipoli e Nardò. Le due cittadine del versante ionico, a pochi giorni dalla notizia del finanziamento con circa 3 milioni di euro  grazie alle risorse del programma di cooperazione Interreg per collegare in idrovolante...

Politica

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Tratto da repubblica.it Chiara Spagnolo
alessano-insulti-alla-sindaca-che-nega-ai-leghisti-la-piazza-per-il-sit-in-contro-lo-ius-soliLa prima cittadina di Alessano, Francesca Torsello vieta il luogo dedicato a don Tonino Bello per la manifestazione di "Noi con Salvini". "Irrispettosi i cartelli 'no agli invasori' sotto la casa del vescovo simbolo dell'accoglienza. Manifestino altrove".La piazza di Alessano, intitolata al vescovo dell'accoglienza don Tonino Bello, non può essere...

Economia

Scritto il 07 Dicembre 2017 da Tratto da huffingtonpost.it
disoccupazione-stabile-crescono-solo-gli-occupati-a-tempo-determinatoNel terzo trimestre 2017 la disoccupazione è stabile all'11,2%, diminuiscono i disoccupati e gli inattivi, crescono gli occupati ma solo a tempo determinato, componente che registra livelli record. I dipendenti a termine risultano 2 milioni e 784 mila, il dato più alto dall'inizio delle serie storiche e quindi dal 1992. Questo in estrema sintesi il...

Diritto & Doveri

Scritto il 07 Dicembre 2017 da Tratto da Lavoce.info Andrea Resti
sofferenze-bancarie-i-poteri-dei-tecnici-i-doveri-della-politicaLa vigilanza europea sul sistema bancario non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi prima di dettare regole di carattere generale, rispettando le prerogative del legislatore.La nota Bce e le reazioni italianeSi è discusso molto nelle ultime settimane di sofferenze bancarie e in...

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Eventi

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Valentina Vantaggiato
otranto-torna-alba-dei-popoli-dal-2-dicembre-2017-al-7-gennaio-2018 Torna anche quest’anno l’Alba dei Popoli, rassegna organizzata dal Comune di Otranto giunta ormai alla sua XIV edizione, che pone l’accento su Otranto come luogo simbolo del Mediterraneo, crocevia di culture, intreccio di etnie. Una kermesse di arte, cultura, musica e spettacoli che prende spunto dalla forza simbolica esercitata dal primo sorriso del...

Comuni Salentini

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Tratto da Nuovoquotidianodipuglia.it Ilaria Marinaci
lecce-da-piazza-libertini-a-via-xxv-luglio-cosi-attraverseremo-il-castello«Apriremo il castello Carlo V anche da piazza Libertini e una nuova, grande area interna sarà visitabile». Sono le parole del sindaco Carlo Salvemini e la novità che consentirà l’attraversamento della fortificazione fino all’altro ingresso da via XXV luglio lungo un percorso mai finora fruibile. Tempi ravvicinati, come aggiungono da Palazzo Carafa:...

Sport

Scritto il 09 Dicembre 2017 da redazione
corigliano-dotranto-domenica-la-19esima-edizione-della-half-marathon-grecia-salentinaCorigliano d'Otranto – E’ uno degli appuntamenti più attesi della stagione podistica, la mezza maratona che chiude, di fatto, un anno di corse. Saranno in centinaia gli atleti al via della 19esima edizione della “Half marathon Grecìa salentina”, in programma domenica 10 dicembre (partenza alle ore 9), all’ombra della meraviglia cinquecentesca del...

Cultura

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Redazione
merine-palazzo-magliola-qil-mare-dove-non-si-toccaq-di-fabio-genovesiLo scrittore Fabio Genovesi si racconta da bambino in "Il mare dove non si tocca", il suo nuovoromanzo uscito per Mondadori.La presentazione si svolgerà mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore 19.00 a Merine nel salone diPalazzo Magliola, evento promosso dal Comune di Lizzanello Settore Cultura, in collaborazionecon Libreria Idrusa di Alessano e Bene...
Editoriale
Anno 2018: la diplomazia dello scudo di fronte allo sviluppo negato Stampa E-mail
Scritto da tratto da lecceprima.it - Emilio Faivre   
Lunedì 01 Gennaio 2018 19:07

La sirena vibra nell’aria, avvisa sbraitando del passaggio del treno. Ma il muso del locomotore non si vede sfrecciare come ci si aspetterebbe dal ruggito. Piuttosto, appare all’improvviso da dietro un angolo, timido, impacciato, zoppicante sulla strada ferrata. Immagine stridente. Procede meno che a passo d’uomo, fa quasi tenerezza nel suo sussultare indeciso.
La sbarra del passaggio a livello non si è abbassata, ed ecco il motivo di tanta prudenza. Un automobilista in coda apre lo sportello, si avvicina. S’improvvisa vigile urbano e con ampi gesti invita a procedere. “Vai, vai  - sembra dire al macchinista -, la strada è libera”. Sospiro di sollievo. Il treno riacquista un portamento dignitoso e scompare dalla scena. L’automobilista, prima di rimettersi al volante, allarga le braccia. “Cose da pazzi”.
Non è una sequenza estrapolata da un film sul Dopoguerra. Copertino, 25 ottobre 2017, ma potrebbe essere un passaggio a livello di qualsiasi altro centro salentino solcato dai binari delle Ferrovie Sud Est, per quante volte e in quanti luoghi s’è riproposto il fenomeno nel tempo. Chi non l’ha ancora visto, si goda oggi il video.
Uno sviluppo in ritardo da decenni
Abbiamo compiuto il giro di boa verso il 2018, ma ogni anelito di modernità, sicurezza, progresso, viaggia ancora con lentezza esasperante, a volte è un grido strozzato nella gola del Salento da dieci, venti, cinquant’anni. Che sia un binario, una strada (la questione statale 275 è ormai una contorta barzelletta che non strappa risate), un servizio da e per l’aeroporto, la capacità ricettiva di un porto turistico, tutto è sempre, eternamente in fieri.
Mio padre, Domenico Faivre, è stato caporedattore centrale della sede leccese della Gazzetta del Mezzogiorno dal 1971 e per i ventitré anni successivi. Iniziò a scrivere i primi editoriali sull’assenza del doppio binario di raccordo fra Lecce e Bari quando probabilmente io non ero nemmeno nato. Chiuse la carriera dirigendo il telegiornale di Telerama alla fine degli anni ’90 e ancora ne parlava agli spettatori. Lui non c’è più da vent’anni e tuttora il doppio binario resta un sogno impossibile. Altro che Fse. Qui siano di fronte a Fsi. Ma i fessi, non siamo forse sempre noi?  
Sono solo poche pennellate, ma descrivono quanto questa terra, che prova a risollevarsi dalle sue mille contraddizioni sulle gambe del turismo, probabilmente unica fonte economica di qualche solidità, sia forte di paesaggi unici (e ringraziamo sempre Madre Natura), ma resti ancora vacillante, lontana da uno standard accettabile. Ed è spesso più all’iniziativa privata, anche se non sempre convincente e soprattutto ancora diffidente nel fare sistema, se si vede qualche passo avanti.
Ma il ritardo è anche culturale
Una gran parte del ritardo, va detto, si deve anche a una fetta di popolazione che è culturalmente impreparata e ad amministrazioni che annaspano. Solo per dirne una, il quadro che di recente ha tratteggiato Legambiente sulla raccolta differenziata è disarmante. Tolte poche perle di virtuosismo, in Puglia (e nel Salento in particolare) troppo spesso il rifiuto finisce ancora in discarica , e, ahinoi, per le vie di città e paesi, e nelle campagne. Una vergogna per la quale i turisti ci fucilano addosso ogni tre minuti parole colme di rammarico, a volte disprezzo.
E’ vero, il problema è più complesso, deriva anche dall’assenza di impianti adeguati (e qui la politica latita e cincischia), ma se non c’è prima di tutto una volontà, un’educazione al senso civico, ogni obiettivo rimane un sogno lontano e sfumato all’orizzonte. O, per restare in tema, un sacchetto pieno di cianfrusaglie e sporcizia “dimenticato” per strada. “Sporco barocco”, offesa che dobbiamo tenerci in silenzio. Almeno fino a quando non cambieremo, prima di tutto, la nostra mentalità.
Una città che chiede di essere governata
A stanare i furbi della Tari evasa, per esempio, ci sta provando a Lecce un’amministrazione nuova di zecca che ha dato un colpo di mano a un ventennio di blocco firmato centrodestra. Un voto che i leccesi hanno accordato per tanti motivi già analizzati. Avere le mani nei gangli del potere per troppo tempo ha generato quello che accade quasi ovunque e quasi inevitabilmente: la proliferazione di sacche purulente di clientelismo e il germogliare di reati. Alcuni già accertati da una macchina giudiziaria che, comunque, si muove ancora a passo di lumaca. Altri in via di precisa definizione. Scandali a volte di tale enormità, però, da aver forse spalancato gli occhi, con la durezza di un ceffone ben assestato, anche ai più indolenti.
Peccato che in una nazione di leggi contorte, a volte logore, spesso ferme al palo, e di norme arzigogolate, dove tutto ancora decidono Cassazioni e Consigli di Stato, nello stagno nuoti un’anatra zoppa che prova a farsi coraggio e a continuare a gettare il guanto di sfida, senza ancora conoscere il suo vero destino.
Da qui la necessità di sospendere qualsiasi giudizio, nel bene e nel male. Sei mesi di governo cittadino, per giunta con il peso di un’incognita (dopo l’8 febbraio forse le nebbie si diraderanno, o magari si addenseranno), sono pochi per esprimersi.
Una cosa, però, sappiamo, tutti: Lecce ha un bisogno spasmodico di essere governata, e bene pure, e di rinnovarsi, scrollandosi di dosso molte ragnatele. Di lanciarsi in modo definitivo verso la modernità, specie in settori come mobilità e trasporti. L’ha detto Carlo Salvemini prima ancora di diventare sindaco, e ha ragione. Se ci riuscirà o meno, non dipende in questo momento storico solo da lui e dalla capacità sua squadra, ma dal destino. Paradossi italiani.  
Caso Tap, ovvero: come ci vedono da fuori    
E intanto, altri timori non scemano, e riguardano la qualità della vita. Fredde statistiche invitano alla calma, parlano di delitti in calo ovunque, ma la sensazione percepita da chi subisce è sempre un po’ diversa. Colpa dei giornali che fanno troppa cronaca? Sarà. Ma la colpa, non giriamoci attorno, forse arriva anche dalla testa del serpente.
Un governo centrale cieco e sordo da sempre ai richiami, non solo quando si parla di infrastrutture e servizi necessari allo sviluppo dei suoi territori più lontani (con una certa complicità dei nostri rappresentanti, mai arcigni e risoluti come si dovrebbe), ma anche in tema di richiesta di sicurezza, dimostra, però, di sapersi difendere molto bene, fino a sperperare fiumi denari mai visti qui, fino a oggi, se si tratta di rappresentare altri interessi. Non solo pubblici, ma anche privati. L’Europa spinge, l’Italia obbedisce, e quei diseredati che vivono nel Tacco dello Stivale finiscono per non sentirsi più cittadini con diritti, ma sudditi.
Sì, stiamo parlando di Tap, ma non oggi della sua utilità. Non è qui, ora, in discussione l’argomento sotto il profilo tecnico. Si lascia a esperti più o meno reali dell’argomento, periti più o meno di parte, oppositori più o meno interessati, economisti più o meno onesti intellettualmente, e via dicendo, ogni considerazione sul fatto che possa essere un’opera utile o inutile, sicura o pericolosa, risolutiva per il fabbisogno energetico del Paese, o devastante per il territorio e nel contempo perfettamente superflua. Questo tema, è un capitolo a parte.
Ma il caso Tap, a ben vedere, con il suo approdo sulle coste di San Basilio, è diventato, nello scorrere dei mesi, una cartina al tornasole che ha messo a nudo in maniera impietosa anche nodi legati al modo in cui viene percepito dal di fuori questo territorio. Non patrimonio da difendere, ma terra di conquista. Non solo dalle mafie, che continuano a far girare droga, armi e vite umane disperate sulle rotte del Canale d’Otranto, ma dagli stessi governi e dalle multinazionali.
Qui, ora, è quindi in discussione un principio diverso: la propria dignità. Perché essere magari pure costretti a una trattativa per ottenere vantaggi e diritti che dovrebbero essere garantiti, fa storcere il naso. Nell’immaginare di barattare una contropartita, ne va anche dell’orgoglio che una popolazione dovrebbe nutrire per se stessa. Le tasse per mantenere certe sovrabbondanti strutture e garantire esosi emolumenti pubblici, in fin dei conti, si pagano anche qui. Ma davvero, allora, si deve arrivare a questo? Sì, siamo in Italia. Si arriverà forse davvero a questo: al contraccambio. Il male minore e necessario, dirà qualcuno.    
La verità che ci racconta la strada
Guardiamo però, ora, cosa ci racconta la strada. Sera di sabato 16 dicembre, io e mia moglie passeggiamo nel centro di Lecce vestito di colori natalizi. Lei osserva con attenzione i mercatini a caccia dell’offerta, ma la mia indole da cronista prende il sopravvento quando noto due volanti di polizia ferme in piazza Sant’Oronzo. Diversi agenti parlottano in modo animato. Decido di esplorare il motivo dell’agitazione (maledetta curiosità, magari scovo una notizia), così trascino mia moglie per mano nelle vicinanze e inizio a origliare i discorsi come un furfante.
Intuisco che una delle auto ha esalato l’ultimo respiro. La batteria, forse. I poliziotti, esasperati, aspettano che qualche loro collega con i cavi. E se intanto arrivasse una chiamata urgente? Dura la vita di chi deve garantire la sicurezza con un parco mezzi disastrato.
E si affacciano alla mente tutti gli articoli scritti di mio stesso pugno, negli anni, su auto di polizia e carabinieri in panne, con i motori addirittura a fuoco, magari durante un inseguimento. Senza andare troppo lontano: notte del 30 ottobre scorso, una pattuglia del Norm di Maglie accosta sulla statale 16 per un’avaria mentre tallona due ladri. Per fortuna a Lecce uno di loro verrà acciuffato da altri militari. Ed è solo l’ultimo episodio.
Ogni estate, poi – ed ecco che ritorna il motivo del turismo –, si battono i pugni sui tavoli istituzionali chiedendo più uomini e mezzi per sorvegliare il territorio. Il Salento esplode di richieste, c’è da mettere ordine in alcune situazioni (il caso Gallipoli è ormai diventato dibattito nazionale), alla fine si formano, sbuffando, i soliti tavoli, si racimola una manciata di agenti in più e li si manda a fare vetrina. Quando per tutto l’anno ci sono commissariati senza volanti, turni scoperti, personale nei vari corpi che dovrebbe essere in quiescenza e che invece, capelli bianchi o teste stempiate, ancora continua a fare la guerra a ladri, rapinatori e ogni sorta di criminale, senza più l’agilità e l’entusiasmo dei vent’anni.
Non ci sono soldi. Non ci sono mai soldi. Però, quando arriva il momento di impiantare un gasdotto, all’improvviso ne escono a fiumi. Quale strana sensazione scrivere di furti e rapine sotto le festività (sai la novità), e poi vedere un esercito di carabinieri e poliziotti spediti da Roma, con mezzi d’assalto, davanti ai grandi alberghi a quattro stelle, e da qui fare la spola su e giù da Lecce verso San Basilio e ritorno, per circondare e difendere un cantiere. Un cantiere dove si sollevano muri dalla mattina alla sera. E che dalla mattina alla sera si abbassano, come niente fosse. Un costoso valzer che lascia stupiti.
La "diplomazia" dello scudo davanti al dissenso
Vallo a spiegare al cittadino che chiede sicurezza che ci sono cause di forza maggiore. Non lo capirà. Non vuole accettarlo, di fronte a ritardi cronici in tutti i settori, a richieste inevase da troppo tempo, di essere superato dagli interessi che ruotano attorno a Tap. Pensiamo all’esigenza di lavoro, alle vertenze infinite, a tutti quelli come gli operai della deceduta Bat che ancora attendono una risposta sul proprio futuro.
E non bisogna per forza essere contrari al gasdotto, per quanto sembri che questa terra non avverta l’esigenza di prestare il fianco, per sentirsi in qualche modo demoralizzati. I treni possono andare a 50 all’ora da sempre (e qualche volta pure scontrarsi fra loro frontalmente), i passaggi a livello non funzionare, le volanti e le gazzelle “ordinarie” girare senza benzina, i commercianti chiedere più tutela, i disoccupati aumentare e il territorio, in generale, invocare, invocare, invocare da decenni, un diritto alla crescita, senza mai ottenere. Per poi scoprire che le risorse spuntano, se attorno a un certo progetto ruota così tanta ansia.
Anno 2017 alle spalle, anno 2018 appena arrivato. E siamo ancora, in questo Paese, alla “diplomazia” di scudi, gabbie e cemento che nasce dalla profonda consapevolezza di non avere il consenso popolare, di dover imporre, oggi, per non aver mai dato, in passato. Il che non giustifica in alcun modo, sia assolutamente chiaro, il parossimo di qualche scalmanato e l'infiltrazione di soggetti che finiscono per svilire una protesta a larghe maglie assolutamente pacifica (semmai battagliera sul fronte delle carte bollate e degli slogan nei cortei).
Ma è un modo di fare, va detto anche questo, che può generare più ostilità e rabbia del dovuto, e, sicuramente, sfiducia e diffidenza nelle istituzioni anche fra i più riflessivi. Un’esibizione muscolare che qualcuno definirebbe, machiavellicamente, ragion di Stato. Sarà. Ma a volte sembra davvero che siamo, noi, “ridotti” in questo Stato.

 
Melendugno. Le attività produttive di Melendugno il 6 dicembre abbassano le saracinesche contro TAP Stampa E-mail
Scritto da Pantaleo Candido   
Domenica 03 Dicembre 2017 11:55

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Rabbia e smarrimento. Non oltrepassare quella sottile linea rossa Stampa E-mail
Scritto da Gabriele De Giorgi, tratto da lecceprima.it   
Martedì 28 Marzo 2017 19:30

SAN FOCA (Melendugno) – “Un giorno triste per la democrazia”. Così Marco Potì, sindaco di Melendugno, ha definito le interminabili ore trascorse dalle 5 di questa mattina alle 16 circa, quando ha lasciato il presidio per raggiungere la prefettura di Lecce.
Qualunque opinione si abbia della vicenda nel merito, e cioè la fattibilità tecnica del gasdotto in quei luoghi e la regolarità formale di un iter lungo, complesso e contraddittorio (aspetti di cui questa testata ha dato ampiamente e costantemente conto), la mera cronaca, quella dei fatti e non quella delle carte bollate e degli elaborati tecnici, ci restituisce delle immagini alle quali questo territorio non è abituato e non dovrebbe abituarsi mai, oltre a rendere in controluce la smagliature evidenti e i tatticismi di una classe politica che negli ultimi anni ha perso una serie di occasioni per allontanare il temuto tubo dalla spiaggia di San Foca.
C’è qualcosa di seriamente preoccupante quando i rappresentanti in divisa dello Stato, su ordine del governo (ministero dell’Interno), si trovano avanzare con gli scudi anche davanti agli amministratori locali che indossano le fasce tricolori. E’ sostanzialmente un ossimoro, la rappresentazione plastica di una democrazia svuotata o comunque bipolare.
Quando le forze dell’ordine creano il corridoio per consentire il transito dei mezzi per il trasporto degli ulivi espiantanti, cioè al momento del primo vero tentativo di far arretrare i manifestanti, il sindaco Potì è in prima linea, insieme ad altri amministratori, e ha appena terminato di parlare al telefono con il governatore pugliese Michele Emiliano (dopo aver interloquito col prefetto) chiedendo alla Regione una presa di posizione che tarderà ancora qualche ora ad arrivare.
Sindaci e consiglieri regionali provano a fungere da cuscinetto, a limitare i danni fino a che nel giro di un paio di avanzamenti ulteriori il cordone è posizionato. Torna la calma, ma non è affatto finita perché proprio da quel momento e per oltre due ore un gruppo di qualche decina di manifestanti resta isolato, una sorta di isola spartitraffico nel corridoio di transito: dentro ci sono anche cittadini comuni, qualche studente e donne – tutti sostanzialmente ignari e disorientati - oltre ad alcuni attivisti più determinati e consapevoli del momento.
E solo dopo la forzatura del blocco e l’utilizzo dei manganelli come risposta anche alla pressione del resto dei manifestanti, la situazione acquista una parvenza di normalità. Una coppia di giovani ragazzi si riabbraccia, nel viso di lei si legge una paura che poche volte deve aver provato, le lacrime scorrono sul viso di molti e sono lacrime di rabbia. E’ chiaro che una seconda giornata come quella di oggi non è immaginabile alle stesse condizioni: gli animi sono esasperati ed è netta la sensazione che la violenza possa prendere il sopravvento su equilibri tutto sommato mantenuti con saggezza da entrambe le parti.
Le scelte che si stanno facendo in queste ore, a partire da chi ha l’onere e l’onore di avere, a tutti i livelli, un incarico istituzionale, non sono facili. Nessuna ragione di ordine economico o formale dovrebbe prevalere sulla necessità inderogabile di impedire che la situazione sfugga di mano. Fermarsi a pensare, dopo i fatti di oggi, non è un capriccio ostruzionistico.

 
Il traffico dei migranti ingrassa le coop e le ong. E noi paghiamo Stampa E-mail
Scritto da Tratto da affari italiani.it Ludovico Pollastri   
Domenica 26 Marzo 2017 18:52

Affari Italiani ha riportato un articolo che riguarda il traffico dei “migranti” dall’Africa (http://www.affaritaliani.it/cronache/immigrati-ecco-il-documento-clamoroso-che-inchioda-il-governo-italiano-468249.html). In pratica un giovane blogger ha dimostrato con evidenze inoppugnabili (usando un tracciatore satellitare dei natanti) che il traffico dei cosiddetti “migranti”, in realtà clandestini prevalentemente maschi e con nessuna ferita da guerra, altro non è che un grasso finanziamento alle cooperative ed organizzazioni (o.n.g.) di stampo comunista italiano a spese del contribuente. Per la precisione questo traffico costa al contribuente più di 3 miliardi di euro all’anno ed ogni singolo rimpatrio 4 mila euro; più del 10% della manovra che la UE, nostra carnefice, ci sta imponendo in questo periodo. Le navi della marina militare italiana e delle o.n.g. si recano presso le coste libiche, a poche miglia, in acque territoriali libiche, dove i trafficanti di esseri umani li aspettano per il carico. Dopo di ché, contrariamente ad ogni regola internazionale che imporrebbe il loro trasporto nel porto più vicino, vengono portate sulle coste italiane. Lì scatta la grancassa mediatica. Giornali e televisioni sono pronti sul molo per immortalare la falsa sofferenza di queste persone. Queste notizie posso essere verificate semplicemente digitando su You Tube la parola “la verità sui migranti”. Troverete il video del blogger. Anche Striscia la Notizia, come ricordato, ha riportato questo scandalo chiedendone spiegazione alla nostra corrotta classe politica. Il video è disponibile in rete. La risposta più delirante è venuta da un parlamentare del PD, che ha sostenuto corretto questo approccio per salvare delle vite umane. Questi personaggi, sono quei comunisti radical chic che fanno pagare alla gente comune le loro porcherie, i loro abusi e soprusi personali. Sono quelle persone che amano farsi fotografare con l’ultimo vestito alla moda, tirati a bigolo, come ha fatto la Boschi recentemente alla convention dei sinistri italiani o Chicco Testa con il pugno alzato. Sono però quelle persone, che quando succede loro un fatto spiacevole di cronaca causato da uno di questi “migranti”, come quello che si è verificato a carico di uno stilista a Milano a metà mattinata in una via del centro meneghino, invocano subito più sicurezza; o quando si tocca un noto cantante, di idee sinistre, che è stato “turbato” perché nel parco della sua villa ha visto figure inquietanti che si aggiravano con fare sospetto.
Ma queste considerazioni ci possono e ci devono spingere oltre.
E qui viene in aiuto, per ritornare al discorso iniziale, la domanda che un giornalista, Marcello Foa, ripete da più tempo: chi è che fornisce le informazioni ai giornali, alle televisioni che ormai non hanno più inviati speciali e sono al soldo del governo di turno? La risposta è: gli organismi istituzionali. Sono loro che diramano le notizie sui “migranti” e che di conseguenza orientano la mente dello spettatore. Ma queste notizie, come nel caso dei “migranti”, sono spesso false o travisate. E’ dunque paradossale che proprio coloro che vogliono limitare le cosiddette fake news, in realtà le generino e le distribuiscano preconfezionate a tutti gli organi di informazione. Sarà un caso? E quello che più sorprende è che coloro che si ergono a difensori della libera informazione, come i grillini, siano i veri protagonisti della limitazione e distorsione dell’informazione (siete stati beccati sulla bufala della decurtazione dei vostri stipendi integrati da faraonici rimborsi spese, vero?). Sono stati loro infatti i promotori di leggi per la limitazione delle supposte false notizie che girano in rete non solo a livello italiano ma anche europeo. Il M5S è il partito più sinistro della sinistra estrema, che ha in sé un sistema, come ha ricordato Berlusconi, dittatoriale ed, aggiungo, orwelliano e mi meraviglio che la gente non si sia accorta di questo palese fatto. Dunque nessun disegno occulto, come vogliono farci credere alcuni giornalisti complottisti (spesso grillini). Sono solo interessi personali che spingono alla distruzione del nostro Paese. Sappiatelo: sono i comunisti (e i grillini) che pretendono che sia il contribuente, con il suo lavoro, a mantenere il “migrante” nullafacente! A questo si aggiunga l’incremento esponenziale dei fatti di “piccola criminalità” che riempiono quotidianamente i fatti di cronaca locale e che i giudici derubricano immediatamente.

 
Lecce. Rifondare la sinistra dopo Trump Stampa E-mail
Scritto da Umberto Uccella - tratto da Nuovo quotidiano di puglia.it   
Domenica 11 Dicembre 2016 17:51
È passato solo un mese. Ed il colpo è stato molto duro. La vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali americane è un vero e proprio spartiacque. D’ora in poi, le cose vanno chiamate con il loro nome. Senza edulcorarle. Ha vinto la destra. Una destra nuova, aggressiva, che, da tempo, si è affermata ben oltre i confini degli Stati Uniti. Quella destra non è semplicemente figlia della globalizzazione. È figlia di una certa globalizzazione. Senza regole, con il dominio assoluto dei mercati finanziari. E della riduzione della politica e della democrazia a semplici appendici formali di quel dominio incontrastato. Esattamente, come si disse un tempo, della supremazia della potenza mondiale dell’economia sulla debolezza di una politica ridotta a sedi nazionali sempre più periferiche e ininfluenti. C’entra l’Europa? C’entra eccome! Qui c’è pane per i denti della sinistra. Perché, una volta per tutte, si esca dalle chiacchiere sul logoramento irreversibile del conflitto sociale tradizionale e tra destra e sinistra. I “forgotten men”, i dimenticati americani, ma anche quelli europei e di tutto l’occidente, chi li rappresenta? Questo è il tema di fondo che spazza via la retorica nuovista sulle nuove coppie opposizionali, passato/futuro, conservazione/innovazione, vecchio/nuovo. No, torna il conflitto fondamentale. Ciò che dà il segno anche agli altri. Perché è dal loro contenuto che si distingue il carattere progressivo dei cambiamenti. Faceva impressione vedere atterrare a Washington il rappresentante degli esclusi a bordo di un aereo di linea di sua proprietà. Con tanto di cognome cubitale sulle fiancate. Così come a New York la “Trump Tower”. Se un miliardario che rompe ogni schema politico, che irrompe con violenza sugli equilibri democratici, che travolge i canoni del tradizionale governo delle relazioni internazionali rappresenta i poveri, gli esclusi, ma anche ceti medi impoveriti dalla crisi e spaventati dalle migrazioni, la sinistra deve interrogarsi. Sulle sue responsabilità, sulla sua miopia e sulla sua capacità di tradurre in politiche di governo l’insieme delle sue idealità e dei suoi valori. Insomma, libertà, eguaglianza, democrazia, solidarietà, giustizia sociale: come si coniugano oggi, di fronte alle crescenti diseguaglianze che si combinano con la riduzione sempre più drastica della democrazia e del peso di grandi masse di popolo? E la globalizzazione può continuare ad essere spinta dagli “spiriti animali” di un assetto capitalistico sempre più penetrante e pervasivo? Quell’assetto che, però, ha saputo trovare strade nuove e richiamare consenso. Ha saputo camuffarsi da moltiplicatore di opportunità e diventare la prosecuzione del “sogno americano” in ogni angolo del pianeta. Di fronte a questo, la sinistra ha disarmato. Ed appare anche oggi senza voce. I Democratici americani sempre più in minoranza nelle assemblee parlamentari. In Europa, i Socialisti incapaci di corrispondere alla propria stessa cultura internazionalista. Ripiegati nei propri nazionalismi e, spesso, alla mercé delle forze conservatrici. Alle quali, talvolta, fanno persino il verso contro le politiche di accoglienza e di integrazione degli immigrati. Privi di autonomia e di progetto politico ed in molte circostanze assimilati agli establishment politici e finanziari. E privi, di conseguenza, della forza di ricercare un insediamento sociale profondo proprio tra le masse di diseredati, di esclusi, dei poveri e degli impoveriti. I cosiddetti populisti vengono da questa voragine apertasi tra le forze che, per valori ed idealità, avrebbero dovuto dare rappresentanza a tutto ciò. Se anche la sinistra, si acconcia a rappresentare solo i due terzi della società, confidando che, prima o poi, il terzo escluso sia trainato dalla crescita economica e dalle politiche di sviluppo, compie un errore esiziale. Perché lascia un vuoto che qualcun altro riempie. E lo riempie una destra non tradizionale, dai tratti eclettici. Con venature persino apparentemente anticapitalistiche. Che fa balenare suggestioni e pulsioni antipolitiche, ma fortemente agganciate agli interessi dominanti. Guardate Trump, per quanto ne simuli il rinvio, pensa a nuovi muri ed ha in animo di smontare pezzo pezzo l’Obamacare, mentre strizza l’occhio a grande industria e finanza. Eppure, impone, nell’immaginario collettivo, l’idea che lo scontro avvenga tra una politica sorda e lontana e la grande massa dei cittadini senza diritti e senza potere. Una mistificazione che va smascherata. Con i fatti. Mettendo in campo una vera e propria riconversione politico-culturale della sinistra. Che faccia della democrazia il perno della sua stessa rifondazione. La democrazia, oggi, è il crocevia della grande questione sociale e dei diritti. Non c’è lotta alla povertà e alle diseguaglianze che non sia filtrata da una battaglia volta ad allargare i confini di una partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica. Inclusione e rappresentanza, insomma. Di cultura, dei saperi, del lavoro e delle aspettative dei ceti meno fortunati. Degli ultimi. Perché non restino indietro. C’è un nesso via via più stretto che coniuga la crescita dell’economia e l’inveramento dei diritti. Perché i costi economici e sociali delle diseguaglianze sono ormai insostenibili. E, dunque, insostenibile è questa globalizzazione. È una lezione per il socialismo europeo. E per il Pd che, di quell’aggregazione, è ancora la maggiore forza. Partito che, se di fronte all’attuale stato di cose, volesse esibire la propria politica a modello di tutti gli altri, accentuerebbe l’errore e lo renderebbe irreversibile. Ad oggi, la politica del Pd è una mescolanza di fattori. Ci sono gli elementi progressivi, certo. Ma, nel bilancio, pesano le politiche che lo hanno via via allontanato dai suoi principi fondativi. E da una parte consistente del suo insediamento sociale più profondo. Per privilegiare l’antipolitica e le suggestioni berlusconiane. Si impone una riflessione seria sulla politica e sulla leadership. In direzione di una svolta radicale.
 
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