Editoriale

Scritto il 25 Marzo 2020 da Rosario Coluccia - tratto da Nuovo Quotidiano di Puglia
linsegnamento-di-dante-e-lidentita-nazionaleDi mestiere faccio il linguista. Viviamo tempi bui che non dureranno poco (non giorni né settimane, purtroppo). In queste condizioni, può apparire futile parlare di argomenti che non siano legati all’attualitàgiornaliera del coronavirus, a quello che ogni giorno ascoltiamo, vediamo e leggiamo attraverso i media, alle conseguenze che la pandemia genera...

Turismo

Scritto il 25 Marzo 2020 da tratto da viaggiareinpuglia.it
lecce-la-puglia-tra-castelli-cattedrali-e-torri Terra antichissima la Puglia, attraversata da secoli di storia e di arte, che hanno lasciato il loro segno inconfondibile nelle imponenti architetture: dalla classicità a oggi, dal romanico al barocco. Tra borghi d'incanto e paesaggi mozzafiato, si stagliano verso il cielo imponenti cattedrali romaniche e maestosi castelli federiciani. Si...

Politica

Scritto il 01 Aprile 2020 da Tratto da Repubblica.it
coronavirus-proroga-delle-chiusure-qconfermate-fino-al-13-aprile-le-misure-restrittiveItalia ferma fino a dopo Pasqua. Il ministro della Salute Roberto Speranza, durante l'informativa in Senato sulla situazione dell'emergenza coronavirus, ha confermato il prolungamento delle misure restrittive adottate dal governo per contenere la diffusione dell'epidemia. "I dati migliorano ma sarebbe un errore cadere in facili ottimismi. L'allarme...

Economia

Scritto il 21 Marzo 2020 da Tratto da Repubblica.it
coronavirus-la-commissione-ue-attiva-la-clausola-che-stoppa-il-patto-di-stabilitaMILANO - Dopo il bazooka della Bce, e la messa a disposizione dei fondi europei, la Commissione Ue ha attivato oggi la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, che consentirà ai Governi di "pompare nel sistema denaro finché serve": lo ha annunciato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un videomessaggio...

Diritto & Doveri

Scritto il 12 Marzo 2020 da Alessandro Candido
poteri-normativi-del-governo-e-liberta-di-circolazione-al-tempo-del-covidAttraverso una lunga serie di provvedimenti di rango primario (il d.l. 23 febbraio 2020, n. 6, sul quale la gestione dell’epidemia si radica) e secondario (i numerosi d.p.c.m. emanati, che trovano copertura nella decretazione d’urgenza), adottati per fronteggiare la gravissima emergenza sanitaria da coronavirus (o COVID-19) in corso, il Governo ha...

Scarica la tua copia in pdf


Clicca sull'immagine o su questo LINK e scarica l'ultimo numero de "Il Salentino" (7,6 Mb).

Per visualizzare il pdf sul tuo computer deve essere installato Adoba Acrobat Reader

Eventi

Scritto il 31 Marzo 2020 da Redazione
  E Dopo 10 appuntamenti serali di flash-mob condiviso con tutti si è giunti a dei “voluti giorni di pausa”. Dal 26 Marzo in ben 16 artisti/amici facenti parte della “Compagnia Melegari” (nome dato alla formazione che ogni anno nella settimana delle Palme “porta” in giro tra le case il canto de Lu Santu Lazzaru nella versione di Cutrofiano”)...

Comuni Salentini

Scritto il 01 Aprile 2020 da Redazione
melendugno-comunicato-stampa-pd-melendugno-si-avvia-a-soluzione-il-problema-del-medico-a-borgagne  SI AVVIA A SOLUZIONE IL GRAVISSIMO PROBLEMA RELATIVO ALL’ENTRATA IN SERVIZIO DEL NUOVO MEDICO CONDOTTO A BORGAGNE. Comunicato Stampa del Circolo del Partito Democratico dell'Unione dei Comuni delle Terre di Acaya e Roca Ho il piacere di comunicare che in data odierna si è avviato a soluzione grazie all’intervento del nostro Consigliere...

Sport

Scritto il 25 Marzo 2020 da Tratto da Lecceprima.it
lecce-ancora-fermo-ai-box-la-societa-rinvia-la-ripresa-degli-allenamenti-Lecce ancora fermo ai box: la società rinvia la ripresa degli allenamenti „ LECCE - Come era prevedibile si profila il nuovo rinvio della ripresa degli allenamenti per il Lecce alla luce dell’emergenza sanitaria dilagante per la diffusione dei contagi da Covid 19. La società giallorossa ha comunicato ufficialmente nelle scorse ore che la ripresa...

Cultura

Scritto il 31 Marzo 2020 da Redazione
lecce-universita-del-salento-prime-lauree-e-licenze-isufi-in-video-conferenza«Si può essere vicini anche se fisicamente distanti, si può festeggiare usando fantasia e creatività. Le prime lauree online aggiungono un altro tassello al racconto dell’impegno della nostra comunità accademica. Congratulazioni ai neo dottori dell’Università del Salento e agli studenti della Scuola superiore ISUFI che nei giorni scorsi hanno...
Editoriale
L’insegnamento di Dante e l’identità nazionale Stampa E-mail
Scritto da Rosario Coluccia - tratto da Nuovo Quotidiano di Puglia   
Mercoledì 25 Marzo 2020 12:33


Di mestiere faccio il linguista. Viviamo tempi bui che non dureranno poco (non giorni né settimane, purtroppo). In queste condizioni, può apparire futile parlare di argomenti che non siano legati all’attualità
giornaliera del coronavirus, a quello che ogni giorno ascoltiamo, vediamo e leggiamo attraverso i media, alle conseguenze che la pandemia genera nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti, alle molte domande senza risposta che affollano la nostra mente. Ma no, forse possiamo non rassegnarci alla fatalità della contingenza. Forse possiamo reagire alle difficoltà attuali non isolandoci nella paura senza freni di chi
non vuole vedere o sapere (credendo ingenuamente che questo comportamento possa costituire una sufficiente difesa dal rischio) o agendo nel modo irrazionale di chi nega la virulenza del contagio e va in giro senza necessità, incurante degli altri e accampando le motivazioni più strane. In un articolo precedente ho definito questi ultimi criminali irresponsabili, chi agisce così mette a repentaglio la salute altrui, in tanti mi hanno scritto condividendo. Forse invece possiamo (dobbiamo?) reagire all’incubo che stiamo attraversando, facendo ricorso agli esempi che vengono dalla nostra storia e dai grandi del passato, cercando spunti di riflessione nelle opere che narrano e angosce che altri prima di noi hanno fronteggiato, vivendo in periodi difficili come quello che ora viviamo noi. Aiuta a riflettere sulla situazione
attuale la lettura (o l’ascolto, ci sono ottime versione orali nella rete, anche gratuite) dei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi Sposi. Manzoni vi riscostruisce la vicenda della peste che colpì Milano nel 1630. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia», comincia così il primo dei due capitoli del romanzo che abbiamoappena ricordato. Il racconto manzoniano è una descrizione realistica della malattia, tragedia terrena in cui comportamenti irrazionali contribuiscono a facilitare la diffusione del morbo. Li abbiamo vissuti anche noi, eccone alcuni. La presunzione (alle prime notizie) che si tratta di qualcosa proveniente da Paesi stranieri e lontani, che non potrebbe mai raggiungerci; la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero (quando il contagio invece coinvolge anche noi), a cui unicamente addebitare (quasi con sollievo) la causa dell’epidemia; la non curanza di chi non vuol sentir parlare di pericolo e se la prende con coloro
che mettono la collettività sull’avviso; lo scontro, a volte aspro, tra le autorità politiche, che in alcuni casi appare dettato da mera propaganda elettorale; il disprezzo per gli esperti, peraltro a volte essi pure in disaccordo di fronte al male sconosciuto; le voci incontrollate; i rimedi incerti o improvvisati; la razzia dei beni di prima necessità. Per capirne di più, qualcuno potrebbe utilmente rileggere il Decameron di
Boccaccio, le novelle che la «onesta brigata di sette donne e di tre giovani» si racconta, nel tentativo di sfuggire alla «mortifera pestilenza» del 1348, isolandosi dai concittadini, restando in casa (come anche
noi tutti dovremmo fare). Chi può, legga l’Introduzione a quell’opera magnifica, nella quale Boccaccio descrive i comportamenti individuali e collettivi dei fiorentini di fronte alla mortalità che non si sapeva
fronteggiare. Le prime manifestazioni del morbo «nelle parti orientali»; l’ampliamento «verso l’Occidente»; il mutare delle manifestazioni esterne dell’infezione; le incertezze della medicina di fronte
a una malattia sconosciuta; le modalità del contagio; i variabilissimi comportamenti umani, dalla sobrietà estrema fino alla sconsideratezza; l’isolamento degli ammalati e la solitudine estrema dei morti. Tante cose sono identiche a quel che accade oggi, perché gli uomini ripetono sempre sé stessi. Non arrivò a conoscere la peste che nel 1348 avrebbe devastato la sua città il fiorentino Dante, esule e peregrinante
in varie località italiane, morto a Ravenna il 13 o 14 settembre 1321, probabilmente dopo essere appena rientrato nella città romagnola da un’ambasceria a Venezia. Dante scomparve verosimilmente a causa di un’infezione broncopolmonare, secondo una diagnosi tentata qualche anno fa a distanza di secoli, sulla base di poche e non dettagliate informazioni pervenute fino a noi. Ma non è per tale coincidenza di carattere medico (infausta in questo momento) che dobbiamo ricordarlo. La diffusa espressione che definisce Dante “padre della lingua italiana” è, semplicemente, la verità. Il fascino delle sue opere (in particolare la Divina Commedia, ma anche altre molto celebrate) e la lingua da lui elaborata, continuata da altri autori di estrazione fiorentina, conducono nel giro di poche generazioni all’unificazione linguistica d’Italia, al livello letterario più alto. Poeta che appartiene al mondo, Dante fonda la nostra identità nazionale. La percezione più vistosa dell’enorme influenza che la Commedia ha esercitato sulla lingua italiana si ha considerando il numero di frasi celebri di origine dantesca, radicate nella nostra lingua al punto da dar luogo a espressioni idiomatiche o veri e propri proverbi, spesso usate in forme del tutto svincolate dal contesto originario. Tante le frasi dantesche che usiamo senza ricordarne la provenienza:
«e ’l modo ancor m’offende », «Amor, ch’a nullo amato amar perdona», «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse», «lasciate ogni speranza o voi che entrate», «non ti curar di lor, ma guarda e passa», «sanza ’nfamia e sanza lodo», «dolenti note». Per celebrare degnamente, in Italia e in tutto il mondo, i 700 anni dalla morte di Dante (il settecentenario ricorre nel 2021), il Governo e il Parlamento, su proposta di istituzioni, accademie, giornali, intellettuali, professori, hanno istituito a partire da quest’anno il “Dantedì”. Il nome è nato in una conversazione telefonica tra Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della Sera; la data scelta è quella
odierna, il 25 marzo, giorno in cui comincia il viaggio ultraterreno di Dante, che attraverso l’Inferno e il Purgatorio raggiunge il Paradiso. Pur in questi momenti difficili, celebriamo degnamente il nostro poeta più grande, che il mondo venera. Uniti in modalità digitale, docenti e studenti leggeranno interi canti della Commedia nella mattinata del Dantedì; terzine e versi danteschi saranno recitati dai cittadini dai balconi alle 18, accogliendo una proposta di Francesco Sabatini, rilanciata da varie istituzioni culturali; l’Accademia della Crusca ha invitato personalità che operano nella società, nell’università, nella cultura, nell’informazione, nell’economia a produrre autonomamente un video (di due minuti) in cui ognuno presenta un verso o una terzina dantesca a cui si sente legato (i video saranno inseriti oggi nel canale
ufficiale YouTube e nella galleria del sito web dell’Accademia e saranno diffusi sulle pagine ufficiali Facebook, Twitter e Instagram). E molte altre iniziative. Interprete dei complessi sentimenti che attraversano la nostra mente e la nostra anima, vero e proprio stigma di umanità, Dante nella Commedia ha mostrato in maniera mirabile la capacità dell’umanità di uscire da una situazione terribilmente
difficile, che «fa tremar le vene e i polsi», e di arrivare «a riveder le stelle». Anche noi ci riusciremo, ne saremocapaci.

Prof. Rosario Coluccia

Università del salento

 
IL PUNTO Stampa E-mail
Scritto da Tratto da lavoce.info   
Sabato 21 Marzo 2020 16:13


Tamponi, tanti tamponi (quasi 250 mila) è il primo caposaldo della strategia di successo della Corea del Sud contro il Covid-19. Il secondo è il tracciamento e l’identificazione dei cittadini infetti. Il terzo: anche gli asintomatici in ospedale. Le chiusure, invece, imposte solo a università, scuole e biblioteche.
Distribuire soldi a pioggia da parte di governi o banche centrali (l’helicopter money di cui si parla da giorni) è un rimedio estremo di fronte a un male estremo come il rischio di una recessione epocale che distrugga il reddito di imprese e famiglie. Ma, per non produrre inflazione, dovrà avere natura solo temporanea. Anche la Bce – riparando alla gaffe della scorsa settimana – farà la sua parte contro il coronavirus acquistando 750 miliardi di titoli pubblici e privati. Contro il rialzo degli spread ci sarebbe anche da rendere più flessibile e meno penalizzante l’accesso al fondo salva-stati (Mes) e ai programmi di assistenza Ue (Omt). E poi, sempre dalle autorità, le banche si aspettano più flessibilità nell’applicazione dei costosi adempimenti regolamentari. Altrimenti anche le politiche monetarie più generose saranno inefficaci nel far tornare il credito al settore privato.
È un ombrello per proteggere il reddito di un gran numero di lavoratori e favorire la conciliazione famiglia-lavoro, ma il decreto cura Italia non arriva a tutte le categorie svantaggiate di cittadini. Sarebbe stato utile rafforzare il reddito di cittadinanza.
Il prezzo del petrolio che crolla sotto i 30 dollari dipende solo un po’ dal crollo di domanda dovuto alla pandemia. Conta anche l’aspro conflitto fra i tre blocchi dei principali produttori: Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita.
Altro che coronavirus! I pericoli che incombono specificamente su chi lavora da casa sono tanti e diabolici. Dalle correnti daria alla presa elettrica domestica fuori norma, alla scarsa illuminazione. Elencati in un manuale di 13 pagine dellInail che il datore di lavoro è tenuto a consegnare ai dipendenti in smart working.

 
La solidarietà cardine costituzionale per l’emergenza Stampa E-mail
Scritto da Renato Balduzzi - Tratto da avvenire.it   
Sabato 14 Marzo 2020 15:12

Nell’ordinamento italiano anche le situazioni eccezionali chiedono di essere conosciute, affrontate e sperabilmente risolte secondo i princìpi e le regole costituzionali: lo stato di necessità non è negato dalla Costituzione italiana, ma ricondotto dentro il suo sistema di valori e di princìpi ( necessitas habet constitutionem!). Basti pensare che, anche nella situazione considerata più estrema, lo stato di guerra, l’art. 78 della Costituzione prevede che le Camere conferiscano al Governo non i «pieni poteri», ma i «poteri necessari», dunque secondo un criterio di proporzionalità e adeguatezza alle specifiche situazioni che non nega l’emergenza, ma la riconduce nell’alveo costituzionale.

D’altra parte, la nostra Costituzione, più ancora di altre consimili, è pervasa dalla convinzione che anche situazioni considerate derogatorie, rispetto alla organizzazione statale generale e alle regole ordinarie devono fare i conti con i princìpi costituzionali: si pensi a quel singolare art. 52, comma 3 (proposto da Aldo Moro) secondo il quale l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. La condivisione di questa premessa è dirimente rispetto a qualunque discorso volto a rispondere alle domande su come una democrazia matura possa e debba affrontare le emergenze e sulla capacità delle forme di Stato come la nostra di farlo in modo efficace ed efficiente.

Proprio nella capacità di affrontare gli “stati di eccezione” senza derogare ai propri princìpi di fondo sembra anzi consistere la principale differenza tra la nostra e altre forme di Stato: ecco perché ogni sguardo ammiccante o addirittura benevolo verso sistemi agli antipodi rispetto al nostro (il riferimento è naturalmente alla situazione cinese) è assolutamente fuori luogo. Si aggiunga che è tutto da dimostrare che un regime autoritario sia meglio attrezzato per fare fronte ad emergenze come quella di Covid–19: non soltanto perché è più facile individuare un rischio in una società aperta e democratica, ma anche perché le regole, soprattutto quelle più costrittive, funzionano davvero quando sono interiorizzate, ed è più facile che lo siano in un contesto di democrazia costituzionale, purché sia percepito come autorevole da noi cittadini.

Ora, le misure sin qui adottate dal potere pubblico italiano per evitare la diffusione del virus mi sembra rispettino il quadro sopra sintetizzato. Ciò vale anzitutto per la dichiarazione dello stato di emergenza per sei mesi ai sensi del codice della Protezione civile, i cui presupposti affondano nell’obiettiva situazione di diffusa crisi internazionale e nel contesto di rischio, e che costituisce il presupposto per il potere straordinario di ordinanza in capo al Presidente del Consiglio dei ministri per tramite del Capo della Protezione civile: si tratta di un potere sottoposto alle forme e ai limiti di cui al menzionato codice, e in particolare al necessario rispetto, da parte di tali ordinanze, degli obblighi europei e dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico e, ove esse deroghino a leggi vigenti, devono indicarle e darne sufficiente motivazione.

Quanto poi alla circostanza che, in materia sanitaria, si faccia ricorso al complesso normativo della Protezione civile, ciò, oltre a essere giustificato costituzionalmente dalla circostanza che la tutela della salute implica protezione rispetto a qualunque rischio che ne metta in pericolo la dimensione individuale e collettiva, corrisponde al dettato dello stesso Codice della Protezione civile, che include il rischio igienico–sanitario tra quelli cui applicare l’azione di protezione civile. E d’altra parte non si comprenderebbe perché le emergenze sanitarie debbano seguire strade diverse dalle altre, nel momento in cui le garanzie che circondano i poteri del governo nell’ambito del sistema di protezione civile sono superiori a quelle delle sole ordinanze extra ordinem di cui all’art. 32 l. 833/1978 e a altre norme consimili.

Quanto poi ai problemi posti dalla circostanza che il decreto–legge n. 6/2020 abbia autorizzato limitazioni penetranti ai diritti fondamentali (circolazione, riunione, ecc.), le riserve di legge costituzionali (da dottrina e giurisprudenza costituzionale considerate sempre “relative”) appaiono rispettate nella misura in cui tale decreto e i successivi individuano in modo preciso (compatibilmente con l’evoluzione veloce della situazione epidemiologica) la tipologia delle misure adottabili e fissano nei princìpi di temporaneità, proporzionalità e adeguatezza delle medesime rispetto a tale evoluzione della situazione il limite invalicabile. A questo si aggiunga che i provvedimenti sin qui adottati si sono sforzati di adeguarsi sia al quadro costituzionale dei rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali, sia al principio di collegialità dell’azione di governo.

Sotto il primo profilo, va considerata comunque positiva l’attenzione prestata al coinvolgimento dei presidenti delle Regioni, in una materia, come quella sanitaria, che non soltanto le vede protagoniste, ma che si basa su un catalogo delle prestazioni (i cosiddetti Lea) definito d’intesa tra Stato e Regioni. Sotto il secondo profilo, l’art. 95 della Costituzione vede in questi giorni una puntuale attuazione, che dà all’opinione pubblica il senso della sostanza e della forma della collegialità governativa, nonché dei poteri di promozione e di coordinamento dell’attività dei ministri in capo al Presidente del Consiglio. Parimenti, il Parlamento non è rimasto escluso (informative, voto sullo scostamento di bilancio, conversione dei decreti legge): resta aperto il problema di una definizione, con legge costituzionale, della disciplina per le situazioni di impossibilità di funzionamento delle Assemblee parlamentari.

Si tratta di un profilo assai delicato, peraltro non ignoto a Costituzioni a noi consimili, che sarebbe opportuno iniziare ad affrontare, anche nella prospettiva di futuri contesti epidemiologici di crisi. Resta aperto tutto il tema dei rapporti tra scelte dei singoli ordinamenti nazionali e scelte a livello europeo: una esplicita presa in carico da parte dell’Unione Europea di tali profili costituisce il necessario complemento di quella attenzione che il Capo dello Stato ha in questi giorni fortemente richiesto. Infine, ogni discorso sulla compatibilità delle misure adottate e adottande per il contenimento del virus non può non tenere conto di quell’equilibrio tra diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà scolpito nell’art. 2: una sfida per le nostre comunità territoriali e per ciascuno di noi.

Prof. Renato Balduzzi

 
8 marzo ai tempi del Coronavirus: non ci sono i cortei e le piazze Stampa E-mail
Scritto da Martina Castigliani tratto da ilfattoquotidiano.it   
Domenica 08 Marzo 2020 14:59

Non è il momento di andare in piazza, è ancora il momento di alzare voce e teste per i diritti e le libertà delle donne. L’8 marzo 2020 cade nel cuore dell’emergenza Coronavirus: i cortei che da quattro anni riempiono le strade delle città italiane per lo sciopero femminista sono stati bloccati per motivi di sicurezza e dei temi che di solito, almeno una volta all’anno, finiscono sulle prime pagine dei giornali sentiremo solo qualche vago accenno. Non è il momento di manifestare, lo rispettiamo. Ma è sempre, lo è ancora nonostante tutto, il momento di tenere alta la guardia per le donne. In Italia, come nel mondo. E allora parliamo, discutiamo e ricordiamo. In rete, se non si può nelle strade. Ma anche e soprattutto in famiglia, nelle nostre camere e sul posto di lavoro. Lo hanno annunciato le femministe di Non una di meno, che da mesi pianificavano lo sciopero: “Occupiamo gli spazi in tutte le forme possibili, con tutta la fantasia”. A Bologna, per dirne una, chi vuole oggi metterà fazzoletti viola alle finestre. A Milano trasmetteranno testimonianze su un canale radio creato ad hoc per la giornata. A Genova si vedranno in piazza il 9 con un gomitolo di lana che simboleggi i legami, ma anche le distanze necessarie per non contrarre il virus. E’ poco? E’ un segnale.

Oggi, l’Italia si stringe per superare un momento difficilissimo. Noi appuntiamo qui i cinque motivi per cui è ancora importante manifestare per i diritti delle donne. Perché quando sarà risolta questa emergenza, si affrontino urgenze che non possono più aspettare. Sono cinque gli striscioni che abbiamo scelto di tenere in mano nella nostra piazza virtuale: parlano di lotta alla violenza di genere, rappresentanza, parità salariale, salute e cultura del consenso. Sono solo alcuni dei cinque temi, tra i tanti, per cui ci sembra urgente chiedere un intervento da parte delle istituzioni. E lo facciamo uomini e donne stretti insieme perché oggi più che mai non dimentichiamo che la lotta che si predica femminista non è solo per le donne, ma innanzitutto è contro un sistema che opprime e dimentica i più deboli. E’ questa una battaglia che unisce le generazioni e supera i confini dei singoli Stati. E, anche se non possiamo scendere in piazza, oggi nello stesso corteo virtuale, troviamo i volti di chi lotta in prima linea per maggiori diritti. Ci sono le donne che lottano per l’aborto legale in Argentina (leggi qui la testimonianza di una di loro), ma anche le migranti che scappano dalla guerra in Siria e in queste ore chiedono rifugio all’Europa. Ci sono le adolescenti dei Fridays for future che chiedono un mondo più verde e le attiviste che a Roma lottano contro lo sgombero della casa delle donne Lucha y Siesta. Ci sono le militanti cilene che ballano per le strade cantando “El violador eres tu”: insegnano che si punta il dito contro chi la violenza la perpetua e non contro chi la subisce, ricordano che le grida di un gruppo che balla fanno più rumore di qualsiasi manifesto. Ci sono in tanti e tante e chiedono attenzione. Con un pensiero speciale, oggi, alle tante scienziate, ricercatrici, dottoresse, infermiere, ostetriche: troppo spesso discriminate, sono in trincea insieme ai loro colleghi per aiutare l’Italia a superare una crisi senza precedenti.

Femminicidi – Rosalia, 54 anni, massacrata di botte per tre giorni dal marito fino a che non è morta. Lo aveva denunciato, ma non è servito a niente. Ana, 30 anni, presa a pugnalate alla pancia dal compagno dopo avergli rivelato di essere incinta. L’uomo prima le ha promesso di portarla in ospedale, poi le ha tagliato la gola. Chiara, 40 anni, ammazzata in una roulotte dal partner: il suo cadavere è stato ritrovato quattro mesi dopo perché i passanti si sono accorti della puzza. Le donne in Italia e nel mondo continuano a morire per mano degli uomini. Non lo dicono (solo) le femministe. A fine gennaio lo ha detto ad esempio il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi: “E’ drammatico”, ha dichiarato commentando i dati del 2019, “il fatto che permangono pressoché stabili, pur se anch’essi in diminuzione, gli omicidi in danno di donne, consumati nel contesto di relazioni affettive o domestiche”. Mentre “calano gli omicidi con uomini come vittime, 297 nel 2019, le violenze in danno di donne e di minori diminuiscono in numero, ma restano una emergenza nazionale. Le donne uccise sono state 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019. Aumenta di conseguenza il dato percentuale, rispetto agli omicidi in danno di uomini, in maniera davvero impressionante”. Il 2020 è stato l’anno dell’entrata in vigore della legge Codice rosso pensata per andare in soccorso delle donne vittime di violenza: sono state aumentate le pene per i reati di violenza sessuale e maltrattamenti; e la vittima ora deve essere sentita dal pm entro 3 giorni dall’iscrizione della notizia di reato. E’ stato un primo passo che però, a detta di associazioni ed esperti non è ancora sufficiente. Devono cambiare i registri, la cultura. Servono fondi ai centri antiviolenza, supporto a chi fa le indagini e programmi specifici per fermare quella che è una vera e propria “emergenza nazionale”.

La rappresentanza – I Comuni amministrati da donne sono 1131, il 14,29 per cento del totale. Le Regioni? Due. In Parlamento dal 2018 le quote rosa sono il 35 per cento: un record nel suo genere, ma la parità è ancora molto lontana. Nel governo le ministre sono solo 7 su 21 e, ancora una volta, l’obiettivo di avere eguale rappresentanza non è stato raggiunto. In Italia mai le donne hanno ricoperto il ruolo di presidente del Consiglio e presidente della Repubblica. E se si guardano i leader dei singoli partiti, sembra un orizzonte lontanissimo: Pd, M5s, Fi, Lega (tutti tranne Fdi) sono guidati da uomini. I leader sono uomini, ma per la maggior parte anche le loro segreterie, i circoli ristretti e i consiglieri di fiducia. Lo hanno scritto le deputate in un documento-appello consegnato in questi giorni al premier Giuseppe Conte: “Le donne sono il 51 per cento della popolazione, ma hanno scarso accesso alle ‘stanze dei bottoni'”. L’unico fronte dove la tendenza sembra essere invertita: i board dei consigli d’amministrazione delle aziende. Ma è così solo perché la legge Golfo-Mosca lo ha messo obbligatorio. “Le posizioni apicali”, scrivono ancora le deputate, “continuano a essere appannaggio quasi esclusivo degli uomini e che dunque non sono rappresentative dell’intera platea professionale di cui le donne fanno parte a pieno titolo”. E’ un mondo ancora, per la maggior parte dei casi, comandato da maschi. E non solo per quanto riguarda la politica. In Italia le direttrici di giornali, tv e siti donne si contano sulle dita di una mano. Basta accendere la televisioni, seguire un convegno accademico o meno per trovare panel di soli uomini. Il termine tecnico per definirli è “manel”: schiere di relatori uomini, scelti perché “non si poteva fare altrimenti”, che discutono dei temi più disparati. Volete le prove? Ilfattoquotidiano.it ha raccolto decine di foto inviate dai lettori.

Il lavoro – Il tasso di occupazione delle donne in Italia, a gennaio 2020, è del 50 per cento. Quello degli uomini il 68,1%. Un confronto impietoso: il divario è tra i più alti in Europa, quasi doppio rispetto alla media europea che è di 10 punti. Ma non è tutto. Secondo i dati Istat, illustrati da Linda Laura Sabattini davanti alla commissione Lavoro della Camera, le caratteristiche del lavoro femminile sono “precarietà, minore accesso alle figure apicali, crescita del part-time involontario e della sovra-istruzione”. Le donne che lavorano a tempo determinato sono il 17,3% e quelle a part-time sono un terzo (32,8%) contro l’8,7% degli uomini. Il part time, inoltre “non è cresciuto come strumento di conciliazione dei tempi di vita, ma nella sua componente involontaria”: quest’ultima ha superato il 60% del totale contro il 34,9 dello stesso periodo del 2007. Quindi un “part-time imposto” dall’azienda, nonostante le donne siano disposte a lavorare più ore.

C’è poi naturalmente il tema dei salari: nel 2017, ha detto sempre Sabbadini, i redditi complessivi guadagnati dalle donne “sono in media del 25% inferiori a quelli degli uomini (15.373 euro rispetto a 20.453 euro)”. Nel 2008 era del 28%: va meglio, ma solo leggermente meglio. Lo sciopero di Non una di meno si promette di andare oltre. Ovvero parlare anche per tutte le lavoratrici che non entrano nelle statistiche: “Vogliamo dare la parola”, è l’annuncio, “a quelle condizioni di lavoro e vita che rischiano di essere considerate invisibili perché ‘è normale’ che una madre passi la domenica a fare le pulizie mentre cucina per tutta la famiglia, o che le casse dei supermercati siano aperte e gestite da qualcuna che, per uno stipendio da fame, deve lavorare anche di domenica, magari sentendosi in colpa per aver ‘abbandonato i doveri familiari'”. Insomma c’è un “doppio sfruttamento”, di cui non si parla mai abbastanza e che, scrivono, rivela “un rapporto tra la violenza domestica e quella sui posti di lavoro”.

La salute – In Italia è ancora un urgenza la tutela del diritto all’aborto. A 42 anni dall’approvazione della legge 194, il 68 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza. Il che significa, nel 2020, che in alcune Regioni è ancora difficile interrompere volontariamente la gravidanza. Ma non solo. Il Paese che, per bocca di una grossa fetta della politica, ancora mette in discussione il diritto all’aborto, non facilita l’accesso alla contraccezione. Lo dice Aidos nel suo rapporto diffuso il 28 febbraio: nonostante la legge preveda che sia gratuita per tutti, si è chiesto alle Regioni di applicare la norma. E negli anni si sono adattate solo Emilia-Romagna, Toscana e Puglia. Morale: siamo 26esimi in Europa per gratuità e accessibilità dei contraccettivi, vicini a Ucraina e Turchia. E i costi della contraccezione, dai preservativi alle spirali, cadono tutti sulle donne. I prezzi alti da pagare per la salute non finiscono qui. Basti pensare alla tampon tax: la tassa sugli assorbenti che in Italia è tra le più alte d’Europa toccando la soglia 22 per cento. A dicembre scorso il governo giallorosso ha rivendicato di averla abbassata su quelli compostabili: una misura insufficiente per prodotti costosi e pressoché introvabili. Tutto mentre la Scozia si avvia alla distribuzione gratuita degli assorbenti per le donne.

Il consenso – Infine, mettiamo nella lista anche l’urgenza di parlare della “cultura del consenso“. E’ un tema difficile da affrontare, soprattutto in Italia, perché mette in discussione l’intero sistema. Partiamo da un passaggio del piano femminista che Non una di meno ha stilato nel 2017 dopo decine di tavoli di lavoro in tutta Italia: la cultura del consenso, scrivono le femministe, “è una cultura capace di rimettere la questione del consenso al centro di ogni interazione – sessuale, sociale, politica -, senza mai dare per scontati ruoli o desideri sessuali, preferenze o opinioni; senza mai porsi al di sopra delle/degli altri o prevaricare. Il consenso è un processo aperto, mai risolto una volta per tutte, un’interazione costante basata sulla capacità di ascolto e su pratiche di condivisione”. Un’utopia? Iniziare a parlarne, confrontarsi, ascoltarsi sarebbe già importante. Ne va del futuro delle nostre comunità. E, anche se non è il momento e abbiamo altre emergenze da affrontare, non scordiamolo. Perché da qui dovremo ripartire.

 
Le classi deboli al tempo del Coronavirus Stampa E-mail
Scritto da Carlo Formenti   
Sabato 07 Marzo 2020 16:40

Ineffabile Polito sul Corriere di oggi (“Le cinque lezioni”, fondo di prima ripreso a pagina 28). Costretto dall’emergenza coronavirus a riconoscere che il nostro sistema di sanità pubblica, massacrato dai ripetuti tagli effettuati con la benedizione dei fan del neoliberismo come lui, “ha bisogno di investimenti massicci, sia per l’ordinarietà sia per l’emergenza”, aggiunge subito dopo – per non rinnegare i suoi “valori” – che, “visto che non tutto si può fare in deficit” (il Dio mercato non lo consente!), “bisognerà riconsiderare le priorità della spesa sociale”. Ergo: basta con gli sperperi del genere quota cento e reddito di cittadinanza; via anche queste misere elemosine concesse alle classi subalterne per compensarle della macelleria sociale degli ultimi decenni; si chiuda la stagione della “demagogia populista” e si proceda senza tentennamenti allo smantellamento totale di ciò che resta del welfare. Altrimenti chi pagherà il costo di emergenze come questa? Se volete essere curati non potete pretendere di percepire redditi dignitosi. O la borsa o la vita.
Seconda “lezione”, ovvero: seconda ammissione e, subito dopo, denegazione delle implicazioni di tale ammissione. L’emergenza sanitaria ha messo in luce che l’eccesso di autonomia concesso alle regioni (oltre che fonte di sprechi e ruberie ben più sostanziose di quelle rimproverate al centralismo “statalista”, ma su questo Polito sorvola) sono l’anticamera di un caos istituzionale che, in situazioni come l’attuale, minaccia di avere conseguenze devastanti. Serve più coordinamento centrale, più disciplina, pontifica il nostro, ma nel contempo sentenzia che “ha ragione la Lombardia a chiedere più autonomia per poter fare concorsi e spese quando servono”. Peccato che la maggiore autonomia dei ricchi si associ all’ulteriore indebolimento dei poveri, e peccato che i ricchi usino sistematicamente quella maggiore autonomia per espandere il privato a spese del pubblico…
Sorvolo sulla terza lezione che si riduce alla solita pippa in merito al nostro ritardo culturale e strutturale in materia di tecnologie digitali. Quarta lezione, ovvero: viva i tecnici. Il nostro lamenta – a ragione - che la comunicazione di governo, enti territoriali, ospedali ed esperti è stata caotica e contraddittoria. Colpa dei media che inseguono un sensazionalismo, di volta in volta, catastrofista o minimizzante? No, colpa della “inevitabile voglia di apparire dei politici” che strumentalizzano la paura della gente. Soluzione? Trovare forme “neutrali” di comunicazione istituzionale, “inventandosi una figura unica di ‘informatore’ ufficiale nelle emergenze che depoliticizzi il messaggio”. Tutti i salmi finiscono in gloria: spoliticizzare (cioè de democratizzare) le istituzioni e le scelte che riguardano il bene pubblico, che è poi la parola d’ordine di una casta che, in nome della “competenza”, vuole mettere a tacere ogni critica alle proprie decisioni.
La quinta lezione, ça va sans dire, riguarda l’Europa: di fronte ai balbettamenti di una Ue incapace di far fronte alla sfida, occorre rilanciare con forza gli ideali dell’unità europea. A questo nobile appello hanno risposto le fragorose pernacchie di Germania e Francia, che rifiutano di aumentare i rifornimenti di mascherine e altro materiale sanitario agli altri Paesi membri, a partire dal nostro che è attualmente il più esposto.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 17