Editoriale

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Turismo

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Politica

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Economia

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Diritto & Doveri

Scritto il 07 Dicembre 2017 da Tratto da Lavoce.info Andrea Resti
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Eventi

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Editoriale
Il buon partitoEmiliano e il gennaio clou, tra il renziano go big or go home e il barese da mò vale Stampa E-mail
Scritto da Francesco G. Gioffredi - tratto da nuovoquotidianodi puglia.it   
Domenica 10 Gennaio 2016 23:01

In fin dei conti, è la stessa dinamica che imprigionò Nichi Vendola: incendiario con Roma, e poi invece tattico uomo d’istituzioni a Bari. Michele Emiliano forse non può fare altrimenti, e stanno cominciando a capirlo. Lui, tutti. L'arsenale di bordate a Matteo Renzi è ormai un grande classico: parole al vetriolo su tutti i dossier in comune (tanti) sull'asse governo-Regione, con buona pace dei parlamentari pugliesi del Pd, stretti nella morsa tra i due carissimi nemici. Ma in Regione il governatore deve necessariamente riprogrammare passo e registro, soprattutto nel 2016: dopo i primi sei mesi di rodaggio e riorganizzazione, per il “sindaco di Puglia” è tempo di accelerare e macinare risultati, e di tenere coesa la maggioranza. Anche per questo a fine anno ha illustrato una specie di cronoprogramma, tiene serrate le file del centrosinistra, motiva le truppe, enfatizza la centralità del Consiglio regionale e non esclude nemmeno un rimpasto di giunta. Emiliano non può, del resto, permettersi di sfaldare il centrosinistra e di perdere l’ala vendoliana del progetto (e Sel a livello nazionale bolla il Pd come "partito avversario"), se non altro perché l’ex sindaco barese vedrebbe così offuscarsi la sua stella nazionale: qualche scossa d’assestamento già c’è stata (le critiche dei vendoliani per la nomina dei vertici Adisu, per esempio), e su altre trincee la sinistra potrebbe dar fuoco alle polveri. Sanità, Acquedotto pugliese, Reddito di dignità, nuova legge elettorale sono solo alcuni dei temi più esplosivi cerchiati in rosso. Altri ancora, invece, sono potenziali polveriere pronte a deflagrare anche in casa Pd: il piano di decarbonizzazione e lo spostamento del gasdotto Tap da San Foca a Brindisi, il caso xylella e la solita, spinosa, sanità possono risvegliare i malpancisti tra i democratici. E nel Pd, anche fuori dal ring regionale, c’è chi non aspetta altro che un’occasione buona per affondare il pugnale nel fianco di Emiliano. Il miglior antidoto è allora l’attivismo spinto, pensa il governatore. Non è un caso se la conferenza stampa di fine anno più che un bilancio sia stata un catalogo di “cose da fare”, all’insegna del renziano - almeno in questo caso - go big or go home (o si punta in alto, o nulla). Gennaio, nei piani di Emiliano, dev’essere dunque il mese della scossa: già sta insistendo con metodicità quotidiana su Ilva, Tap, Enel e tutto ciò che gravita intorno alla strategia di decarbonizzazione da lui stesso presentata alla Conferenza mondiale del clima di Parigi; ma entro una settimana cominceranno anche le audizioni in VI Commissione consiliare sul disegno di legge sul reddito di dignità, ritenuto una delle gemme del programma; sarà invece compito dell’Ufficio di presidenza del Consiglio, nella seconda metà del mese, incardinare la riforma della legge elettorale per portare in Puglia la parità di genere; e in cottura c’è anche dell’altro, come la legge sulla partecipazione e la revisione del regolamento in materia di rifiuti. Senza trascurare il bubbone xylella: le redini dell’emergenza-non emergenza (tale è per Emiliano) tornano alla Regione, e il governatore dovrà ricostruire da zero task force operativa e piano di contenimento del batterio degli ulivi, «senza più abbattimenti». Sono tutti fascicoli e progetti di legge che passeranno in larga parte dalle forche caudine del Consiglio. «Ma in questi mesi - spiega un autorevole esponente della maggioranza - l’Aula ha fatto il suo lavoro, non è stata marginale. Più che altro, è la giunta che è sembrata spaesata e tenuta da parte dallo staff del presidente...». Il "bersaglio mobile Emiliano" deve galleggiare anche su questo scivoloso terreno: quello dei rapporti di forza tra gli “organi vitali” del suo corpo amministrativo. Ha rafforzato il board di vertice (capo di gabinetto e direttori di Dipartimento), correndo però il rischio di esautorare la squadra d’assessori; vuol dar voce al Consiglio, ma sente l’influenza dei suoi consiglieri politici; attacca Renzi, ma è alle prese con un bel po’ di renziani; è leale con i vendoliani, ma strizza l’occhio ai centristi alfaniani, spesso in Consiglio molto collaborativi; deve contenere la contestazione silente di chi (come il capogruppo di “Noi a sinistra” Guglielmo Minervini) è pronto a rivoltarsi contro, ma impugna l’arma del rimpasto per sedare all’occorenza gli animi.

Go big or go home è allora l’unico rimedio plausibile. Al netto delle riforme “costituzionali” (legge sulla partecipazione ed elettorale) e dei colpi di bisturi sugli ambiti sensibili (rifiuti e piano ospedaliero), sono due le sfide politiche che diranno cos’è la Regione griffata Emiliano: Tap e reddito di dignità. Lo spostamento del gasdotto (per il quale s’è impegnato con una lettera al ministero dell’Ambiente) è la partita più ostica, ma allo stesso tempo affascinante e di respiro epocale; il “reddito” (70 milioni all’anno, 20mila famiglie beneficiarie, massimo 600 euro d’assegno mensile) è la novità che può spiazzare i Cinque Stelle (a lungo corteggiati) e dargli la vetrina nazionale. E ad Emiliano la vetrina nazionale piace da matti: anche per questo sa come e quanto sferzare Renzi, cioè spesso e molto. Da mò vale, ha ammiccato più volte in passato il governatore: è un modo di dire tutto pugliese, da polveroso campetto di periferia ("da adesso si fa sul serio" nel computo dei gol). E' meno glamour e patinato del go big or go home renziano, ma oggi rende terribilmente l’idea.

 
Crisi bancarie: la soluzione che non funziona Stampa E-mail
Scritto da Luigi Guiso tratto da Lavoce.info   
Mercoledì 16 Dicembre 2015 15:12

Le nuove regole europee proteggono il contribuente dal costo del fallimento di una banca. Il rischio ora ricade sul risparmiatore. Tutto ciò per far sì che le banche siano più prudenti e per mettere al riparo i bilanci pubblici. Ma il meccanismo si basa su un presupposto sbagliato e andrà rivisto.

 

Che cosa è accaduto

Le polemiche di questi giorni – e quelle che seguiranno nei prossimi – sulla risoluzione della crisi di quattro banche italiane, con gli inevitabili scarichi di responsabilità e di “caccia al colpevole”, rischiano di far perdere di vista gli aspetti importanti della questione. Per questo è cruciale mettere un po’ di ordine nel dibattito, isolando gli elementi chiave.
Le quattro banche italiane sono fallite principalmente perché mal gestite. La Banca d’Italia, dopo averle commissariate, facendo emergere le ingenti perdite accumulate ed estromettendo gli amministratori, ha prima cercato di venderle sul mercato, senza successo, e ha poi avviato la procedura di risoluzione.
La tempistica scelta – risolvere le quattro banche entro il 2015 – è stata dettata dal tentativo di evitare di doverlo fare nel 2016, quando la nuova normativa europea sul bail-in sarebbe entrata in vigore. Nel 2015 le regole di risoluzione delle crisi bancarie (note come Brrd – Bank Recovery and Resolution Directive), in vigore dal primo gennaio di questo anno, impongono comunque che non solo gli azionisti (come è ovvio) ma anche i detentori di obbligazioni subordinate della banca concorrano a coprirne le perdite. Posporre la risoluzione al 2016 avrebbe comportato che anche i detentori di obbligazioni ordinarie emesse dalle quattro banche fallite e i depositanti con conti superiori a 100mila euro avrebbero subito perdite.

Perché il nuovo meccanismo?

Le finalità del nuovo meccanismo (tanto quello in vigore dal gennaio del 2015, quanto quello che entrerà in vigore da gennaio 2016) sono ben illustrate dalla dichiarazione del commissario europeo Jonathan Hill, quando nel dicembre del 2014 lo annunciò: “d’ora in poi, saranno gli azionisti delle banche e i loro creditori che sopporteranno i costi e le perdite di un fallimento e non più i contribuenti” (per creditori si intendono gli obbligazionisti e i depositanti con depositi sopra 100mila euro). La sua filosofia è che se azionisti e obbligazionisti rispondono direttamente, con i loro investimenti, delle perdite della banca, staranno più attenti a dove investono, togliendo i soldi dalle banche rischiose, trasferendoli a quelle più solide e quindi nel complesso accrescendo la stabilità del sistema finanziario.
Secondo l’ispirazione di chi ha disegnato il nuovo sistema, nel passato questa disciplina mancava perché le perdite venivano distribuite tra tutti i contribuenti, mettendole a carico del bilancio pubblico. Pertanto i contribuenti pagavano anche per rischi che non avevano assunto direttamente. Ovviamente, il risparmiatore è anche contribuente, per cui alla fine la differenza tra il vecchio e il nuovo sistema è che con il vecchio il costo del fallimento di una banca viene distribuito tra tutti i contribuenti, con il nuovo solo tra un sottoinsieme – quelli che sono creditori della banca fallita. Il primo sistema offre molta assicurazione ai risparmiatori, il secondo molto poca. In cambio della minor assicurazione si spera di ottenere dai risparmiatori più vigilanza sulla scelta della banca, meno fallimenti e meno costi per l’erario.

Qualcosa non funziona?

Questa è la scelta fatta dai legislatori europei (si badi, inclusi quelli italiani). Ma le banche diventano più prudenti e il sistema finanziario più stabile se i risparmiatori sono effettivamente in grado di riconoscere e prezzare il rischio della banca; i bilanci pubblici sono effettivamente protetti se i governi sono in grado di resistere alla pressione per salvare i clienti più di quanto siano in grado di resistere alla pressione di salvare una banca fallita. Vi sono ragioni per sollevare dubbi su entrambi i fronti, e il caso delle quattro banche italiane ne offre un buon esempio.
Sul primo punto, buona parte dei creditori delle banche non hanno la capacità di riconoscere il rischio dello strumento offerto loro dall’intermediario. I detentori di obbligazioni, almeno nel mercato italiano dove lo strumento è molto diffuso, sono investitori al dettaglio con scarsa consapevolezza e conoscenza finanziaria. I detentori di depositi superiori a 100mila euro possono essere imprese relativamente piccole. Tra gli azionisti ci sono anche i detentori di quote di banche popolari, che spesso hanno caratteristiche simili – come preparazione finanziaria – a quelle degli obbligazionisti. In altre parole, stiamo parlando di normali clienti al dettaglio delle banche.
E non ho molti dubbi che se chiedessimo a un campione di clienti bancari la differenza tra un’obbligazione subordinata e un’obbligazione ordinaria la stragrande maggioranza non ne avrebbe la più pallida idea, per non parlare del rischio effettivo connesso all’una e all’altra. Come documenta, un’indagine della Banca d’Italia, la metà delle persone non sa neppure identificare il saldo del proprio conto quando gli viene mostrato. Se i risparmiatori sottoscrivono questo tipo di strumenti, nella maggior parte dei casi è perché sono stati loro attivamente proposti e illustrati come strumenti solidi, con poco rischio e buon rendimento. Così è stato per le obbligazioni subordinate delle quattro banche liquidate, come emerge da una intervista di Repubblica al direttore di una filiale della Banca dell’Etruria: “Dal 2013 le emissioni [di obbligazioni subordinate] si erano impennate e la priorità era piazzarle per salvare la banca, questo lo capisco solo ora”. Salvare la banca spostando il rischio sui clienti, che non hanno la capacità di riconoscerlo. Al punto che rimasero indifferenti anche alle lettere mandate dalla stessa banca per informarli che il profilo di rischio era nel frattempo cambiato.
Sul secondo punto, se una massa ingente di risparmiatori perde i propri risparmi a seguito del fallimento di una banca, è difficile per un governo lasciarli sul lastrico. È quello che accade in Italia in questi giorni. La pressione politica perché il governo intervenga per tamponare le perdite subite dai clienti delle quattro banche è tanto maggiore quanti più clienti sono coinvolti e quanto più rilevanti sono le perdite subite, in proporzione alla ricchezza di ciascuno. Fallimenti bancari, anche di piccoli istituti, coinvolgono decine di migliaia di persone; se la risoluzione delle quattro banche fosse avvenuta nel 2016, anziché nel 2015, ne sarebbero state investite circa un milione di persone. È inoltre molto probabile che le perdite pro-capite siano ingenti (relativamente ai propri risparmi): i risparmiatori hanno portafogli molto concentrati, il piccolo risparmio è detenuto in una singola banca, spesso in uno o due strumenti, come per esempio un’obbligazione bancaria. Quindi chi perde, generalmente perde il risparmio di una vita. Difficile che un governo possa resistere a queste pressioni. Quello che si voleva evitare con il nuovo meccanismo – il coinvolgimento nelle perdite del contribuente – esce dalla porta, ma rischia di rientrare dalla finestra.
In conclusione, il nuovo meccanismo promosso da Jonathan Hill si basa su un presupposto molto probabilmente sbagliato: che i risparmiatori siano in grado di identificare il rischio delle banche e prezzarlo correttamente se solo venisse dato loro l’incentivo per farlo. Alcuni sono in grado di farlo, la maggior parte no. L’implicazione è che l’effetto sulla stabilità finanziaria delle nuove regole di risoluzione sarà limitato, mentre il rischio in capo ai risparmiatori sarà parecchio accresciuto. In alternativa, i risparmiatori saranno comunque salvati tramite intervento pubblico, ma avverrà sull’onda della protesta e con minore trasparenza per districarsi tra le nome europee che lo vietano. Penso che con il tempo occorrerà rivedere questo meccanismo.

 
I rischi del canone Rai nascosto in bolletta Stampa E-mail
Scritto da Antonio Sileo tratto da Lavoce.info   
Venerdì 23 Ottobre 2015 15:14

Per contenere l’evasione del canone televisivo si è pensato di ricorrere a una soluzione semplice, il pagamento tramite la bolletta elettrica. Il meccanismo però cozza con la funzionalità del mercato dell’energia, non quantifica i costi di realizzazione e non giustifica i maggiori incassi.


Abbonati in fuga

Dopo un paio di anticipazioni televisive, la riforma del canone radiotelevisivo ha trovato ufficiale ratifica nelle coloratissime diapositive di presentazione del disegno di legge di Stabilità 2016. “Lotta all’evasione: pagare meno, pagare tutti. Canone Rai a 100 euro” è lo slogan che, come quasi tutti gli altri presenti nelle 32 slide, in verità, non spiega molto.
Più utili il comunicato stampa: “Canone Rai – Si riduce dagli attuali 113,50 a 100 euro. Si pagherà attraverso la bolletta elettrica della casa di abitazione. Restano in vigore le attuali esenzioni” e il testo del disegno di legge.
Si tratta indubbiamente di una riforma epocale, visto che il canone è antecedente alla Costituzione.
Rinunciamo ad addentrarci in articolate considerazioni, come quelle sul passaggio da tassa per la fruizione di un servizio a imposta per la detenzione di uno o più apparecchi televisivi; oppure come quelle sull’adeguatezza della cifra richiesta (inferiore a quanto previsto in altri Paesi europei, dove però minore o assente è la raccolta pubblicitaria). Tuttavia è difficile non esprimere stupore per l’utilizzo della bolletta elettrica per porre rimedio all’emorragia di “abbonati” Rai (gli introiti del canone dal 2013 al 2014 sono passati da 1.755.600.000 euro a 1.590.600.000 euro del 2014).

Un’idea ricorrente

Il canone in bolletta non è un’idea non nuova. Fu, infatti, ipotizzata da Paolo Romani, da ministro dello Sviluppo economico del governo Berlusconi IV, nel novembre 2010, riproposta anche lo scorso anno, ma abbandonata per le difficoltà di realizzazione e le (notevoli) proteste delle aziende fornitrici di energia elettrica.
E, in effetti, i profili di criticità si sprecano. A cominciare dall’assenza di nesso tra canone tv ed energia elettrica, se non per il fatto che il televisore per funzionare ha bisogno dell’energia elettrica.
È giusto chiarire che chi ha sempre pagato il canone risparmierà, mentre chi finora ha evaso sarà costretto (finalmente) a pagare. Resta, invece, il problema di coloro che finora non hanno pagato il canone perché sprovvisti di televisore e che rischiano di essere ingiustamente penalizzati.

Un nuovo onere in bolletta per i residenti

Il canone in bolletta sarà una nuova voce per i consumatori elettrici domestici residenti che si aggiungerà alle non poche che già ci sono, con un impatto tutt’altro che trascurabile. I 100 euro annui, che sicuramente verranno propagandati nella più accattivante formula dei neanche 17 euro a bimestre, meno di un caffè al giorno, rappresenteranno per la famiglia-tipo (2.700 kWh annui e 3kW di potenza impegnata), che oggi spende 505 euro all’anno, un aggravio di spesa intorno al 20 per cento. Il canone quindi, almeno per i residenti, supererebbe di molto ogni altra imposta, ponendosi subito dietro la famigerata componente A3, che contiene gli aiuti alle fonti rinnovabili e assimilate. Contro gli aiuti negli ultimi anni si è condotta una guerra senza quartiere proprio perché pesavano troppo nella bolletta. E più volte e da più parti si è proposto lo spostamento in fiscalità generale.

Troppi dubbi e rischio cresta

Oggi, in una torta che si vorrebbe più piccola e molto meno guarnita, arriva dall’etere una fetta che da sola pesa poco meno della metà del totale dei costi di approvvigionamento e di commercializzazione al dettaglio dell’energia. Tanto che verrebbe da chiedere qual è il contributo della televisione, per esempio, al contenimento del riscaldamento globale.
O ancora, se il canone non c’entra nulla con il sistema elettrico italiano, perché inserirlo in bolletta e perché inserire solo il canone e non il servizio di igiene ambientale, come ha già proposto il delegato Anci Energia e Rifiuti, o anche la bolletta dell’acqua anch’essa afflitta da morosità.
Eppure, tutti concordano nel ritenere la bolletta elettrica poco comprensibile e trasparente. A gennaio, dopo ampio e partecipato processo di consultazione, dovrebbe partire la cosiddetta “bolletta 2.0”: dove andranno i 16,7 euro e rotti a bimestre? Si farà in tempo a inserirli? Davvero la Rai dovrà fidarsi e non organizzarsi per le consuete e spesso simpatiche pubblicità per destare gli abbonati? E se, poi, aumentassero i morosi elettrici?
È, infatti, spiacevole anche il momento storico. Lo stesso governo che nel disegno di legge sulla concorrenza, appena incardinato al Senato, ha previsto il superamento della maggior tutela per il 2018 scommettendo sullo scatenarsi della concorrenza nella vendita al dettaglio dell’energia elettrica, affibbia i 17 euro a bimestre agli operatori, prima ancora che ai consumatori, comprimendo non poco i già risicati margini di manovra nella formulazione delle offerte. Inoltre, e anche in questo caso qualche malpensante potrebbe ritenere sospetta la coincidenza, si ipotizza l’introduzione, con i nuovi misuratori di energia elettrica, del prepagato proprio per contenere la morosità.
Nascondendo e diluendo il canone in bolletta forse si riuscirà ad addolcirne l’esazione, ma di certo si avvelenerà la concorrenza.
Infine, 100 euro sono senz’altro una facile cifra tonda, ma non tengono conto dei costi per l’implementazione del processo fatturazione da parte delle aziende di vendita dell’energia: già previsti nella bozza del disegno di legge. Andrebbe, inoltre, considerato che passando dalla bolletta la platea dei pagatori aumenta. I clienti elettrici domestici residenti infatti sono quasi 23,5 milioni e verserebbero qualcosa come, sempre per stare sulle cifre tonde, 100 milioni in più rispetto a quanto avrebbe potuto incassare la Rai se tutti avessero pagato il canone da 113,5 euro: circa 2,25 miliardi.
Se poi ricordiamo che tra gli abbonati rientrano anche gli esercizi commerciali e a scopo di lucro diretto o indiretto (per esempio alberghi, bar, ristoranti, uffici e anche case di riposo), che sono tenuti a pagare un più oneroso canone speciale, valido anche dopo la riforma, pare chiaro che i 100 milioni di cresta aumentano.

 
Ciò che il Sud si aspetta dal masterplan di Renzi Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco Viesti tratto da Nuovoquotidiano.it   
Domenica 30 Agosto 2015 18:43

Ma che ci sará nell'ormai famoso “Masterplan” per il Mezzogiorno, annunciato come iniziativa del Partito Democratico per metá settembre? Difficile trovare qualche suggerimento dalla passata elaborazione politica, che negli ultimi mesi e anni si è tenuta ben lontana dal tema. Qualche primissimo indizio può forse venire da alcune dichiarazioni recenti di esponenti del governo.
Cioè la possibilitá, ventilata dal Sottosegretario Morando, che gli sgravi contributivi varati nel 2015 siano destinati l'anno successivo solo alle assunzioni nel Mezzogiorno; e le dichiarazioni di ieri del Ministro Padoan, per il quale possono forse essere immaginate "agevolazioni fiscali per il Sud". Si vedrá meglio nei prossimi giorni. D'altra parte l'impegno, con data, c'è stato, e di questo va dato atto; e in autunno ci sará la Legge di Stabilitá. Quella dell'anno scorso non verrá certo ricordata come una delle più favorevoli al Mezzogiorno, che ha solo contribuito con 3,5 miliardi di euro, giá destinati al suo sviluppo, al finanziamento degli sgravi contributivi, disegnati in maniera identica in tutto il paese, senza alcuna graduazione territoriale.
Quest'anno possono essere benvenute, per cominciare ad invertire la rotta, misure specifiche che possano dare un po' di fiato alla domanda interna, e all'occupazione. Certamente però l'impatto della Legge andrá accuratamente valutato nel suo insieme. Ad esempio l'effetto distributivo fra i cittadini (e quindi fra i territori) della detassazione delle prime case per i proprietari più abbienti - misura certamente di carattere regressivo - e le coperture per la finanza locale. Ancor più, essendo previsto che molte risorse (si parla di 10 miliardi), vengano dalla spending review, ed in particolare dalla sanitá, sará bene guardare a come questi tagli così forti, che si aggiungono a tutti quelli degli ultimi anni, saranno ripartiti. Questo giornale si sta occupando da tempo di come il carico delle misure dell’austeritá si sta distribuendo fra territori e cittadini, mettendo in luce come spesso (per la veritá quasi sempre) i criteri di riparto siano assai discutibili, e finiscano con il penalizzare le aree più deboli del paese. Della Legge di Stabilitá andrá dunque necessariamente fatta una valutazione d'insieme.
Proprio questa considerazione ci può riportare al Masterplan: da una riflessione sulle vicende degli ultimi anni potrebbe venire qualche suggerimento almeno per il suo indice. Le grandissime difficoltá del Mezzogiorno contemporaneo non cadono dal cielo nè derivano dall'indole dei suoi abitanti. Sono il frutto velenoso della grande crisi europea, e delle conseguenti politiche dell'austeritá. Sotto tre fondamentali aspetti: la riconfigurazione dei grandi servizi pubblici, e quindi dei diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione, sanitá e assistenza sociale in un periodo di grandi tagli di bilancio e di aumento della pressione fiscale locale; il crollo degli investimenti pubblici; le difficoltá del sistema delle imprese (e quindi del lavoro nel settore privato) a causa della debolezza della domanda interna, pubblica e privata, e delle grandi contemporanee trasformazioni dell'economia internazionale.

 
Università e Beni culturali leve della svolta Stampa E-mail
Scritto da Lucio d'Alessandro tratto da nuovoquotidiano di puglia.it   
Venerdì 07 Agosto 2015 06:39

Il Rapporto Svimez 2015, che ha lanciato l’allarme sul “rischio di sottosviluppo permanente” del Sud, ha provocato reazioni prevedibili, non foss’altro perché si ripetono identiche da almeno mezzo secolo. Si è servita la solita zuppa, in verità un po’ rancida, sia nell’analisi dei dati, con gli immancabili riferimenti all’illegalità diffusa e all’inadeguatezza delle classi dirigenti, sia nelle azioni proposte, dal piano straordinario per le infrastrutture alla resurrezione del Ministero per il Mezzogiorno. Ha ragione il Presidente del Consiglio quando rileva che sul piano dell’analisi non si riesce ad uscire dalla cultura del piagnisteo. Tuttavia, non pare che sul versante delle soluzioni il discorso sia stato centrato sulle modalità che possano consentire al Mezzogiorno di camminare non con stampelle altrui ma, finalmente, con le proprie gambe. Si dovrebbe forse partire dall’intervento insieme più semplice e più concreto: far leva sui reali punti di forza già esistenti sul territorio (il medesimo sul quale, d’altra parte, Archimede si industriava), a cominciare dalle Università. Nel discorso tenuto da Matteo Renzi all’Università delle Arti di Tokyo è stato portato ad esempio Pompei come luogo unico al mondo; e tutto il viaggio del premier in Giappone ha confermato che il mondo riconosce all’Italia la leadership nel settore dei Beni culturali. I siti archeologici della Magna Grecia e dell’età romana, Musei straordinari quali l’Archeologico di Napoli e innumerevoli altri, il grande e solido sistema delle Università, una tradizione di studi filosofici e giuridici senza eguali: è dalla sua storia e dalla sua cultura, universalmente apprezzata, che il Sud può e deve ripartire. Perché allora alle ricette che sono state già provate senza successo non si fa precedere il tentativo di investire seriamente su ciò che rende unico il Mezzogiorno? Alle sue Università, spesso solidissime per competenze nella ricerca e nella formazione, nonostante la crisi che colpisce il tessuto sociale e il territorio nel quale operano, si potrebbe ad esempio affidare la realizzazione di grandi scuole internazionali sui temi della gestione e della conservazione del patrimonio culturale. Anche i “Caschi Blu della cultura”, la forza delle Nazioni Unite dedicata alla tutela dei siti del patrimonio culturale immaginata dal ministro Franceschini con plauso internazionale, avranno bisogno di formazione specialistica, come i Monuments Men resi celebri dal film di George Clooney, il drappello speciale di soldati composto da restauratori, archeologi, storici dell’arte che durante la Seconda guerra mondiale riuscì a salvare tesori inestimabili messi a rischio o trafugati dai nazisti. Nelle Università e nei Centri di Ricerca esistono già le forze e le competenze per rendere il Sud un centro mondiale per la ricerca e la formazione nei vari ambiti legati alla cultura umanistica, all’interazione tra Humanities and Technologies, all’uso delle tecnologie per la preservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale, il tutto coadiuvato dallo studio avanzato delle lingue straniere, specie nella declinazione dei lessici professionali. Enormi sarebbero i riflessi economici di un investimento deciso in questa direzione, per la promozione del territorio stesso, per la conoscenza e la capacità di innovazione che si genererebbero, per la possibilità di costituirsi una volta tanto come polo d’attrazione per i “cervelli” di altre nazioni. Non si dimentichi che nelle università meridionali studiano centinaia di migliaia di giovani, che sono il vero patrimonio del Paese e che non si sposterebbero altrove se dotati di una formazione realmente spendibile sul loro territorio. Nella medesima prospettiva, e in un momento in cui si torna a discutere del reddito minimo di inserimento che regioni quali la Basilicata si avviano a sperimentare, si dovrà tornare a riflettere sul grande tema della formazione professionale. Fiumi di denaro pubblico sono stati malamente sprecati nell’indotto, spesso clientelare, di una formazione inutile, quando non fittizia. Perché non ridiscutere anche con le Università, che operano da tempo e seriamente nel settore del Lifelong Learning, le modalità più idonee per sviluppare politiche attive di formazione professionale in grado di offrire concrete possibilità occupazionali? Al Governo che sta passando al vaglio ipotesi e programmi per affrontare il tema, tornato scottante, del Mezzogiorno, i ricercatori e gli Atenei meridionali rispondono facendo propria la formula lanciata pochi giorni fa dal Presidente Renzi all’Expo: “siamo disponibili e desiderosi di fare della cultura la chiave della salvezza del nostro futuro”.

* Vicepresidente Conferenza dei Rettori Università Italiane

 

 
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