Editoriale

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Turismo

Scritto il 14 Maggio 2020 da Claudia Forcignanò, tratto da corrieresalentino.it
bandiere-blu-2020-tornano-a-sventolare-su-melendugno-castro-salve-e-otranto-si-confermanoSALENTO – Puntuale come ogni anno torna l’appuntamento con le “Bandiere Blu”, l’ambito premio conferito alle marine che si sono contraddistinte per la pulizia dell’acqua e il rispetto dell’ambiente dalla ong internazionale FEE (Foundation for Environmental Education, Fondazione per l’educazione ambientale), basandosi sui prelievi delle Arpa, le ...

Politica

Scritto il 21 Maggio 2020 da Tratto da Lecceprima.it
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Economia

Scritto il 14 Maggio 2020 da tratto da Ilfattoquotidiano.it
decreto-rilancio-le-misure-per-i-lavoratoriA conti fatti, secondo il presidente del Consiglio, i soldi stanziati per i lavoratori ammontano a 25,6 miliardi di euro, circa il 40% dei 55 smossi per il decreto Rilancio. “Milioni di lavoratori hanno beneficiato e stanno beneficiando della cassa integrazione” ma sappiamo che “ce ne sono tanti che non l’hanno ottenuta perché i meccanismi di quella...

Diritto & Doveri

Scritto il 22 Aprile 2020 da Alessandro Candido
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Eventi

Scritto il 22 Aprile 2020 da Redazione
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Comuni Salentini

Scritto il 13 Maggio 2020 da Pantaleo Candido
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Cultura

Scritto il 14 Maggio 2020 da redazione
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Editoriale
Referendum: parla Maddalena, vicepresidente emerito Corte Costituzionale Stampa E-mail
Scritto da tratto da affaritaliani.it   
Sabato 15 Ottobre 2016 10:43

Su Affaritaliani interviene Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Consulta. "Ecco tutti gli inganni della riforma costituzionale di Renzi"

paolo maddalena


1) LA COSTITUZIONE COME PATTO FONDANTE DELLA CONVIVENZA CIVILE DELLA COMUNITA’

Il referendum sull’approvazione di una revisione costituzionale approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta richiede, come atto sovrano del popolo, un consenso largamente condiviso (si ricordi che la nostra Costituzione fu approvata con 453 voti a favore ve 62 contrari).  Si tratta di confermare o non le norme della convivenza civile di una Comunità nazionale e pertanto deve essere avulso dagli interessi particolari di singoli partiti e deve essere oggetto di uno spassionato giudizio del Popolo il quale deve accertare che la modifica è conforme agli interessi e ai diritti di tutti i cittadini e che siano fatti salvi i principi fondamentali e immodificabili della nostra Costituzione.
In sostanza, il referendum deve “unire” i cittadini e non dividerli su basi politiche, come erroneamente ha fatto (sia pur con contraddittorie smentite) il Presidente del Consiglio dei Ministri, facendo trasformare la consultazione referendaria, da un giudizio su un documento a carattere legislativo, in un giudizio su quanto deciso dal suo Esecutivo e dal suo Parlamento.
E si deve ricordare in proposito che quando si parlò per la prima volta di referendum popolare, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide de Gasperi, lasciò i banchi del Governo e andò a sedersi tra i parlamentari per sottolineare che il governo doveva ritirarsi quando la parola passava direttamente al popolo Sovrano. Ed è altresì da ricordare che Calamandrei sottolineò che nella nostra Costituzione “c’è tutta la nostra storia… tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie”, disse insomma che una modifica costituzionale non può essere affrontata a cuor leggero, ma con la consapevolezza di compiere un atto di altissimo valore etico e giuridico.
Fatto estremamente grave è che questa revisione stravolge la vigente Costituzione (cosa che potrebbe fare solo una nuova assemblea costituente) superando i limiti imposti dalla procedura di   revisione costituzionale previsti dall'art. 138 Cost.


2)  GLI INGANNI DELLA REVISIONE COSTITUZIONALE: A CHI GIOVA?

Primo inganno: la forma del quesito referendario

I cittadini, dunque, devono innanzitutto conoscere bene il contenuto della revisione costituzionale e chiedersi, nel contempo, quali sono gli effetti pratici di questa revisione sulla nostra vita politica economica e sociale. La domanda di fondo, in sostanza, deve essere chiara e univoca: occorre in conclusione chiedersi: “quali sono i fini della riforma? E questa riforma a chi giova”?

Purtroppo c’è da rilevare che questa revisione costituzionale è piena di menzogne e di inganni dai quali i cittadini devono difendersi.


Il primo inganno è già nella formulazione del quesito referendario proposto dal governo, che è di questo tenore: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”. E’ una domanda tautologica, assolutamente ingannevole e, per giunta, contraria a quanto dispone l’art. 16 della legge n. 352 del 25 maggio 1970.
La domanda è tautologica, perché chiunque risponderebbe sì; è ingannevole, poiché molti aspetti contenuti nella revisione (votazione con pochi voti del Presidente della Repubblica, svuotamento del valore del Senato e altri ancora non sono contenuti nella domanda; è illegittima, perché contraria all’art. 16 della nota legge del 1970, in quanto non riporta gli articoli della Costituzione riformati e utilizza il sistema di indicazione, peraltro riassuntiva, del solo titolo della legge, previsto per l’introduzione di norme nuove nella Costituzione, e non , come nel caso in esame, per la modifica di norme già esistenti.


Secondo inganno: la riduzione dei costi

Le giustificazioni apportate dalla propaganda governativa per l’approvazione della revisione sono poi sostanzialmente mendaci. E’ assurdo pensare che la riforma sia motivata da una riduzione dei costi. Innanzitutto non si capisce come una riduzione dei costi possa riguardare l’Organo di massima espressione della democrazia rappresentativa e cioè il Senato. Comunque, come ha dimostrato la Ragioneria Generale dello Stato, il risparmio non è affatto di 500 milioni di euro, come affermato dalla Ministra Boschi, ma di 51 milioni di euro, una cifra irrisoria specie se rapportata all’effetto che produce: una diminuzione, come si è appena detto, della rappresentanza politica a uno dei suoi maggiori livelli.


Terzo inganno: la maggiore efficienza legislativa

Mendace è anche l’affermazione secondo la quale la trasformazione del Senato, ridotto a cento senatori nominati (non si sa ancora da chi) e scelti (a parte i 5 nominati dal Presidente della Repubblica) tra i consiglieri regionali e i sindaci, ridurrebbe i tempi per l’approvazione delle leggi. Infatti, sono previste molte materie nelle quali Camera e Senato devono votare entrambi, ma con procedure diverse: alcuni costituzionalisti parlano di 12 procedure, altri di 6, altri infine di 4. Comunque, il Senato può sempre chiedere di intervenire sulle leggi in corso di approvazione da parte della Camera dei deputati e forte è il pericolo di contrasto di vedute. Per i casi di diversità di vedute, la legge costituzionale di revisione parla di un accordo tra il Presidente della Camera e il Presidente del Senato. Ma se questo accordo (come è molto prevedibile) non si raggiunge, come si definisce la controversia? Sarà necessario ricorrere alla Corte costituzionale con un allungamento dei tempi di almeno un anno.


Quarto inganno: il “cambiamento” necessario al Paese

Ancor maggiormente e profondamente mendace è l’affermazione secondo la quale questa modifica costituzionale servirebbe per cambiare la situazione di stallo in cui si trova la nostra società. E’ esatto l’inverso, poiché questa riforma, come presto vedremo, serve per “mantenere” lo status quo”, non per “cambiarlo”.


3) Il contenuto reale delle modifiche apportate alla Costituzione vigente dalla riforma.

Ciò premesso e venendo alla valutazione del testo che è sottoposto al nostro esame referendario, si dovrebbe dire che, a parte gli innumerevoli errori e contraddizioni che esso contiene, sono tre le reali modifiche che esso, considerato nel suo complesso, apporta alla Costituzione vigente: l’accentramento dei poteri nell’esecutivo; la trasformazione del Senato in una camera di rango inferiore alla Camera dei deputati; l’annientamento (ed è questa la modifica più rilevante) della garanzia costituzionale della revisione costituzionale prevista dall’art. 138 della Costituzione. Ed è da tener presente che la modifica del Senato è espressa a chiare lettere, mentre le altre due modificazioni sono il frutto nascosto di modifiche che hanno oggetti diversi.


L’accentramento dei poteri nell’Esecutivo

Il Presidente del Consiglio afferma, in ogni occasione di confronto, che egli non ha toccato i poteri che già gli spettano ai sensi della vigente Costituzione. E’ vero. Ma bisogna aggiungere che se è vero che non ha toccato gli attuali poteri, egli, con la sua modifica costituzionale, ha modificato tutti i “contrappesi” all’Esecutivo che la vigente Costituzione ha previsto. E cioè ha diminuito i poteri e il valore “rappresentativo” del Parlamento (il Senato è diventato un fantoccio di se stesso), mentre i capilista candidati alla Camera dei deputati sono direttamente nominati dai partiti; ha sminuito il prestigio del Presidente della Repubblica, che, dopo la settima votazione, essendo la maggioranza di 466 deputati, può essere eletto anche solo da 220 deputati; ha inciso negativamente sulla formazione della Corte costituzionale, due giudici della quale sono eletti dal Senato, e cioè da consiglieri regionali o sindaci, (probabili giudici essi stessi) e così via dicendo.


Il nuovo Senato “delle autonomie”
Quanto al Senato, basta leggere il testo della riforma per capire in quale disastro siamo precipitati. La “rappresentanza popolare” è stata completamente abolita, poiché i Senatori sono tutti “nominati”. Il bacino di persone tra le quali devono essere scelti i senatori, è costituito, come si è detto, da consiglieri regionali e sindaci il cui “profilo professionale”, per così dire, è l’opposto di quello che immagina la generalità dei cittadini per la figura del “Senatore”.
La nomina di questi, peraltro, si presta a trattative di ogni tipo e ingenera dubbi sulla opportunità delle scelte. E le critiche, lo si creda, potrebbero continuare all’infinito.


L’annientamento della garanzia costituzionale della revisione costituzionale

Infine la implicita riforma dell’art. 138 è il cavallo di Troia per mezzo del quale diventa facile e persino molto probabile la modifica anche della parte prima della Costituzione, quella riguardante i diritti fondamentali del cittadino, il diritto alla salute, il diritto all’ambiente, il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, e così via dicendo. Infatti, una volta stabilito che non ci sono più due Camere di pari rango, ma una Camera dei deputati e un Senato, la cui formazione non garantisce la presenza in quell’Organo di soggetti effettivamente dotati delle caratteristiche professionali proprie del Senatore, e una volta stabilito che, con l’attuale legge elettorale, può ottenere la maggioranza alla Camera dei deputati, a seguito di ballottaggio, anche il 20 o 25 per cento dei votanti (il che equivale al 12 per cento circa degli aventi diritto), ne consegue che, con il favore di una minima schiera di elettori, il Governo può proporre e ottenere dal Parlamento la modifica dell’intera Carta costituzionale. E’ questo un fatto di una tale gravità che basta da sola a convincere chiunque a votare NO a questo referendum.


4) I MANDANTI DI QUESTA REVISIONE COSTITUZIONALE

C’è da chiedersi, a questo punto, a cosa serve e a chi giova questa modifica costituzionale.
La risposta viene dai diretti interessati, e cioè da un documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013 della J.P. Morgan, la quale ha affermato che “i sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate a seguito della caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. Insomma, secondo la J.P. Morgan “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimaste segnate da quella esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti della sinistra dopo la sconfitta del fascismo”. Continua così la J.P. Morgan “i sistemi politici e istituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle Regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” (traduzione da http: //cultura libertà.wordpress.com/).
In altri termini, sarebbe da condividere quanto hanno fatto i Governi Berlusconi, che ha eseguito il programma della P2, Monti, Governo che ha applicato alla lettera le prescrizioni della “troica” e in particolare della Goldman Sachs e Renzi, Governo che, con lo Sblocca Italia, Il Jobs Act, la Nuova scuola e la Riforma della pubblica amministrazione, è venuto incontro alle esigenze della finanza internazionale, sminuendo, e talora annullando, il diritto al lavoro, il diritto alla salute e soprattutto il diritto all’ambiente.
L’ultimo ostacolo alla libera affermazione degli interessi della finanza è costituito dalla vigente Costituzione repubblicana ed è per questo che l’attuale Presidente del Consiglio tiene tanto all’approvazione della “sua” revisione costituzionale.


5) LA GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE

Il discorso, come si nota, è a questo punto molto più grave di quello che si vuole fare apparire: si tratta di scegliere, non tra una formulazione o un’altra delle norme costituzionali, ma tra due diverse idee di democrazia, tra due sistemi economici e politici diversi e più propriamente tra il sistema “keynesiano” (presupposto dalla vigente Costituzione), che ci ha assicurato trenta anni di benessere nel secondo dopoguerra, e il sistema “neoliberista”, che dagli inizi degli anni ottanta si sta subdolamente infiltrando nella nostra legislazione democratica, fini al punto di chiedere oggi una sostanziale modifica della Costituzione.


Sistema keynesiano e sistema neoliberista

Si tenga presente che il neoliberismo agisce sottilmente con attendismo e senza proclamazioni di principi. Esso tenta, in buona sostanza a sostituire al principio costituzionale della difesa della dignità della “persona umana” il principio del “massimo profitto” degli speculatori finanziari, ritenendo, erroneamente, che “l’accentramento” della ricchezza e quindi l’annientamento della circolazione monetaria sia un bene da perseguire. In sostanza esso vuole l’arricchimento di pochi e l’immiserimento di tutti gli altri.
Al contrario il sistema keynesiano, al quale si ispirò Roosevelt per la soluzione della prima grave depressione degli anni trenta, punta sulla “redistribuzione” della ricchezza, spargendo su una larga fascia di lavoratori la ricchezza disponibile, in modo che questi vadano ai negozi, i negozi chiedano alle imprese, le imprese assumano e producano, realizzando così un circolo virtuoso nel funzionamento dell’economia reale.
Il voto referendario, dunque, è la scelta tra due sistemi di vita: mantenere il nuovo tipo di società, in larga parte già attuato in modo subdolo e nascosto, offrendo ad esso anche la tutela costituzionale, oppure tornare all’economia keynesiana, che ha ampiamente dimostrato di essere l’unico sistema economico conforme a natura e foriero di benessere per tutti.


L’adeguamento della Costituzione alla volontà della finanza

Qui non si tratta di adeguare la Costituzione formale (la nostra Costituzione repubblicana) ad una Costituzione “materiale” che si sarebbe già affermata. Qui si tratta di piegare la Costituzione vigente alla volontà prepotente della finanza che agisce nell’oscurità e ottiene l’asservimento proditorio della politica e vuole imporre dal di fuori una nuova Costituzione.
La Costituzione materiale infatti presuppone che la generalità dei cittadini abbia espresso con i suoi comportamenti una nuova “opinio iuris ac necessitatis”, un nuovo modo di regolamentare le cose e i rapporti tra i cittadini. Ma quale cittadino ha mai condiviso questo sistema che ha portato a una disoccupazione insopportabile, alla chiusura delle grandi reti di distribuzione, alla privatizzazione delle banche pubbliche e delle industrie pubbliche, alla chiusura delle industrie private e dei numerosi capannoni disseminati in tutta Italia, alla svendita delle isole, delle montagne, dei migliori tratti di costa, dei monumenti artistici e storici di valore inestimabile, alla svendita dell’intero territorio, demani compresi, alla recessione, e a una miseria senza nessuna possibilità di ripresa?
Si badi bene che questo nuovo sistema economico e sociale, nel quale è già caduta irrimediabilmente la Grecia (della quale nessuno più parla) è stato subdolamente attuato con leggi del nostro Stato approvate da politici asserviti alla finanza in modo disorganico, facendo credere che si trattasse di norme di settore, ma che invece sono attuazione di un ben preciso e studiato sistema che ci ha portati tutti alla rovina.


Le tre fasi della strategia neoliberista

Per convincersene, è sufficiente pensare che Il sistema suggerito dalla finanza, e attuato dai nostri politici di turno, passa attraverso tre fasi, accuratamente previste e realizzate nei momenti più opportuni.

La prima fase consiste nella creazione del danaro dal nulla, attraverso la “cartolarizzazione dei diritti di credito”, la “cartolarizzazione degli immobili da vendere”, i “derivati” e altre numerose forme di “prodotti finanziari”, i quali hanno tutti la caratteristica di trasformare in danaro contante delle semplici “scommesse” sul pagamento di debiti o sulla riuscita di determinate operazioni, o addirittura sul verificarsi di imponderabili avvenimenti futuri. Un vero e proprio gioco d’azzardo, con la differenza, però, che la trasformazione di queste scommesse in “titoli commerciabili”, immediatamente vendibili sul mercato ha l’effetto di trasferire sulla Collettività le probabili perdite degli scommettitori. Se vinco, il premio è mio, se perdo i guai sono tuoi (si pensi al Monte dei Paschi di Siena e simili, nonché al “bail in” dell’Unione Europea). Si tenga presente che secondo una statistica del 2010, i derivati erano in totale 1,2 quadrilioni di dollari, venti volte il Pil di tutti gli stati del mondo.

La seconda fase consiste nel far penetrare nell’immaginario collettivo l’idea che la “privatizzazione” dei beni e dei fattori produttivi nazionali, nonché dei servizi pubblici essenziali, sia una cosa benefica per la Collettività. Altro immenso inganno che serve a renderci schiavi delle grandi imprese straniere, che rendono servizi scadenti e funzionano come fonti aspiranti della nostra ricchezza. Possiamo dire che oggi, dopo aver venduto ai privati le banche pubbliche e le industrie di Stato, dopo che abbiamo venduto agli stranieri le migliori industrie private, da quelle meccaniche a quelle alberghiere, siamo davvero diventati poveri, non produciamo più nulla e stiamo vivendo sulla svendita del nostro capitale.

E’ questa la terza fase escogitata dalla finanza per arricchirsi ai nostri danni. Dopo aver inventato con un colpo di genio la “finanza creativa”, dopo aver spinto il nostro Paese alle micidiali “privatizzazioni”, il terzo punto è “l’appropriazione” dei nostri beni reali con l’utilizzo prevalente di quel danaro fittizio che la finanza stessa ha creato dal nulla.
E nessuno può negare che il metodo dell’austerità e del pareggio di bilancio impostoci dall’Europa, ci spinge inevitabilmente a svendere tutto quello che possiamo. In sostanza siamo passati da una economia produttiva, il cui percorso era “finanza (investimento) - prodotto (occupazione e creazione di beni reali) - finanza (profitto dell’imprenditore)”, ad una economia predatoria, il cui percorso è “finanza - finanza (prodotti finanziari) - accaparramento dei beni reali esistenti”. Dunque, nessuna possibilità di occupazione e nessuna possibilità di produrre beni reali. Tutto l’esistente viene portato nelle mani di pochi e tutti gli altri sono sospinti nella più nera miseria.


6) L’ESITO DEL REFERENDUM SCEGLIERA’ IL NOSTRO PROSSIMO DESTINO

Dunque, il prossimo referendum ha molto a che fare con il nostro prossimo destino. Non è dubbio che siamo chiamati a scegliere tra due sistemi economici e politici, il sistema keynesiano che pone al centro il valore della “persona umana” e il “lavoratore” e il “neoliberismo”, che pone al centro il “massimo profitto individuale”. La nostra Costituzione repubblicana è stata scritta presupponendo il primo tipo di società. La riforma costituzionale di Renzi vuole legittimare costituzionalmente quanto si è già realizzato per la creazione del secondo tipo di società, e vuole togliere  ogni ostacolo alla realizzazione di una società nella quale la sovranità spetta, non più ai Popoli, ma  al mercato “globalizzato”, che decide, non razionalmente per il bene dei Popoli, ma irrazionalmente per l’interesse individuale, attraverso il gioco e la scommessa, e disinteressandosi di quanto accade sulla generalità degli uomini. Questa volta non si tratta di un puro e semplice referendum, ma di una scelta epocale, che potrebbe annullare lo stesso concetto di “comunità” e riportarci all’uomo branco di diecimila anni fa.


I trattati transatlantici

E che in ciò si concreti l’aspirazione della finanza è dimostrata, non solo dall’appoggio che la riforma costituzionale ha ottenuto dalla stampa americana e dalla Governo tedesco, ma anche e soprattutto dal fatto che il Parlamento europeo è in procinto di firmare due Trattati internazionali, entrambi appoggiati senza riserve dal Governo italiano: uno con gli USA, il Trattato transatlantico, detto TTIP, e l’altro con il Canada, detto CETA, i quali tendono a superare il principio di precauzione vigente in Europa, secondo il quale non è possibile vendere merci se prima non si prova la loro “non dannosità”, principio ignorato in USA e nel Canada. Il contenuto di questi due Trattati, discussi in grande segretezza (secondo i principi del neoliberismo), consiste nel porre al di sopra delle Costituzioni europee una formula secondo la quale la libertà degli investitori e dei commercianti USA e canadesi è inviolabile e se questi incontrano limiti nei loro investimenti e nei loro commerci a causa di misure legislative poste dagli Stati a tutela della salute, dell’ambiente o di altri diritti dei cittadini, i predetti investitori o commercianti hanno diritto a un risarcimento del danno, determinato da un arbitro nominato da loro stessi.

Non è chi non veda come la nostra revisione costituzionale sia perfettamente in linea con questi principi. Votarla significa distruggere per sempre il nostro futuro.

 

Paolo Maddalena
Vice presidente emerito Corte Costituzionale

 
Sud Italia abbandonato da Renzi. Impari da Mancini e dai socialisti degli anni '60... Stampa E-mail
Scritto da Piero Mancini, tratto da affaritaliani.it   
Mercoledì 20 Aprile 2016 06:51

Qualche settimana prima del 21 aprile del 2016, data del centenario della nascita di Giacomo Mancini, Matteo Renzi, il giovane Presidente del Consiglio, che è nato a Firenze nel 1975-quando la non lunga, ma incisiva, fase di presenza al governo del leader storico del Psi si avviava alla conclusione-ha annunciato, più volte, a Roma, e nel corso di sue brevi visite in Calabria, che entro Natale si sarebbero conclusi i lavori di ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Una delle principali cause della sfiducia e del'astensione dal voto dei cittadini delle regioni meridionali è la distanza, spesso l'abisso, tra le promesse e le realizzazioni. Matteo Renzi, il 10 marzo del 2016, in Calabria, ha promesso : "Per la Salerno-Reggio,  ci rivediamo a luglio per l’inaugurazione del primo tratto. Dobbiamo chiudere entro il 22 dicembre. La Salerno- Reggio Calabria è diventata il simbolo delle cose che non vanno. Alla stampa estera, i giornalisti, quando ho annunciato, per il 22 dicembre 2016,  la conclusione dei lavori e  l’inaugurazione, si sono messi a ridere. E ridevano dell’Italia. Noi il Sud lo riportiamo alla guida del Paese”. Insomma, cari meridionali, state sereni! Sul Mezzogiorno sono stati stampati tanti "libri dei sogni" pieni di impegni, assunti dai predecessori di Renzi  e da numerosi ministri. Adesso quei volumi sono custoditi nella biblioteca di Montecitorio e passi avanti, sotto il Garigliano, non sono stati compiuti. A partire dagli anni 80, il Sud è scomparso dalle agende con le priorità degli esecutivi, dei sindacati, delle industrie del Nord. Le classi dirigenti meridionali sono corresponsabili dei gravi ritardi nello sviluppo del Mezzogiorno. Dopo aver deplorato che l'Alta velocità ferroviaria si sia fermata a Eboli, il premier avrebbe potuto, e dovuto, aggiungere che i primi governi di centrosinistra, negli anni 60, soprattutto grazie all'impulso dei socialisti, operarono affinchè l'autostrada non si fermasse a Eboli, ma raggiungesse, in solo 8 anni, Reggio Calabria. Quella fu una stagione non di promesse ma di riforme e di realizzazioni, che meriterebbe di essere rivalutata e approfondita anche dalla attuale generazione di giovani governanti. Mi riferisco all'epoca dei primi esecutivi di centrosinistra organico : il primo, presieduto da Aldo Moro (1916-1978),  fu votato, in Parlamento, dalla Dc, dal Psi, dal PSDI e dal Pri. E il 5 dicembre del 1963 l' "Avanti !" pubblicò un editoriale con questo titolo, che era stato dettato da Pietro Nenni, grande direttore oltre che lungimirante leader politico : "Da oggi siamo tutti più liberi !". Quel titolo, con efficacia, sintetizzava le speranze di milioni di italiani per un'epoca di cambiamenti, di grandi riforme, di progresso e di occupazione nel Mezzogiorno. Prima di quell'epoca, il Sud era un cimitero di opere non ultimate. La svolta politica si realizzò grazie a un meridionalismo concreto, fatto di opere, interventi, infrastrutture. Non solo le superstrade e le autostrade, ma anche l'Università della Calabria, l'aeroporto di Lamezia Terme, il porto di Gioia Tauro, che il governo dovrebbe rilanciare, sfruttando la sua posizione strategica nel Mediterraneo. "Noi il Sud lo riprendiamo punto per punto, centimetro per centimetro, e lo rilanciamo" ha promesso, nell'aspra Calabria, l'ottimista Presidente del Consiglio, Renzi. Le parole e gli impegni sono rilevanti. Li assunse, nel 2012, don Corrado Pàssera, ex banchiere, allora ministro dello Sviluppo del governo tecnico, presieduto da Mario Monti : "entro il 2013, saranno completati tutti i lavori, che oggi ostruiscono il percorso dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria". Ma ancor di più degli impegni, che il governo Monti non mantenne,  contano le opere, ultimate, non solo promesse, i segni indelebili di una politica operosa. Come quelli che Ferdinand Braudel, grande storico francese, definiva "i documenti di pietra" più importanti, nella storia di un Paese, delle assicurazioni, delle narrazioni e dei tanti, ormai polverosi, "libri dei sogni": simboli, quelli sì, "delle cose che non vanno", bocciate da Matteo Renzi. E torniamo all'epoca delle riforme dei primi governi di centro-sinistra, quando si dimostrò, con i fatti, che alcune cose si potevano fare nei tempi giusti. Prendiamo proprio la Salerno-Reggio Calabria. Forse, la prima dimostrazione, da parte del nuovo ministro, Mancini, di quella efficienza, meglio di quel "genio della praticità e della concretezza", che gli riconobbe Francesco Cossiga, commemorando l'amico, alla Camera dei deputati, l'8 maggio del 2002, un mese dopo la scomparsa. Con Giacomo Mancini ministro dei Lavori pubblici del governo Moro-Nenni, fu dato il disco verde all'autostrada per rompere l'isolamento del Sud. L'ANAS cominciò i lavori, nel 1964, dopo che Mancini decise di licenziare il direttore generale, Giuseppe Rinaldi, sino ad allora abituato a considerare i politici, in primis quelli della DC, subordinati all'alta burocrazia. L'infrastruttura, attesa da decenni, si concluse, con il raggiungimento di Reggio Calabria, nel 1972, pur avendo dovuto attraversare tante zone montuose e superare le catene montuose del Pollino e della Sila. Il tratto calabrese, per gran parte in zona montagnosa ( si inerpica, infatti, fino a oltre mille metri di altitudine) fu una vera e propria sfida ingegneristica, con decine di nuove gallerie, più del 30 per cento del tracciato, e 45 chilometri di viadotti, uno dei quali, lungo 1160 metri, è il più lungo d'Europa. I viadotti sono considerati dei capolavori di ingegneria: solo 8 anni per 443 chilometri. Lo stesso tempo impiegato per realizzare, dal 1956 al 1964, l'autostrada del Sole, che collegò Milano a Napoli. Il meridionalista Giovannino Russo definì l'autostrada "il compimento dell'Unità d'Italia", che impedì che i collegamenti con il Sud si fermassero a Eboli, come Cristo, nel libro di Carlo Levi. E il ministro Mancini spiegò, nel 1968 : "Le opere, che sono state costruite, hanno avuto, più di mille discorsi, la capacità di convincere migliaia di calabresi, che nel 1964 erano molto scettici a credere nella realizzazione dell'A3 in tempi brevi. Se è vero che, da sola, l'autostrada, da sola, non fa il miracolo, è ancora più vero che, senza autostrada, senza strade, senza porti, senza aeroporti, la Calabria sarebbe destinata a restare un'appendice periferica". Purtroppo, negli anni successivi, governanti e dirigenti dell'ANAS non hanno dimostrato la stesse rapidità nelle decisioni e l'efficienza dei loro predecessori. L' ammodernamento dell'autostrada ha avuto tempi biblici. E la aspra Calabria, purtroppo, non è molto di più di "un'appendice periferica".

Pietro Mancini

 
Roma - Istat e Famiglia. L'Italia scelga di investire sul futuro Stampa E-mail
Scritto da Daniele Nardi   
Domenica 10 Aprile 2016 10:32

 

«Il rapporto presentato oggi dall’Istat dimostra che nella società italiana c’è ancora tanta voglia di famiglia e di figli, ma che vengono meno le condizioni per realizzare questo desiderio» afferma Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Famiglie.
«Se anche il Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo mostra come la stragrande maggioranza dei ragazzi italiani sogna di costruirsi una famiglia e di mettere al mondo 2 o più figli e se le donne italiane ne desiderano almeno 2 invece dell'1,37 della media del nostro Paese, la situazione è molto più grave di quanto immaginiamo».
«Da troppo tempo, il nostro, è un Paese dove non si riescono più a realizzare i sogni degli italiani. Quando le coppie sanno che mettendo al mondo un figlio rischiano di diventare povere o quando le donne sono costrette a nascondere la loro gravidanza altrimenti vengono licenziate, o quando le famiglie italiane non arrivano alla fine del mese perché costrette a fare i conti con un fisco iniquo e vecchio che non tiene conto del numero dei figli è difficile convincere un i giovani a non emigrare».
«Per questo chiediamo con forza che il governo e la società nel suo insieme mostrino di voler provare a vincere la sfida del futuro: la denatalità non è solo un problema sociologico, legato alle nascite, ma un problema di speranza e di fiducia».
Daniele Nardi, capo ufficio stampa, Forum delle associazioni familiari.

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Melendugno - Grande eco su social e stampa sta avendo la lettera del PD di Melendugno a T.Bellanova Stampa E-mail
Scritto da Pantaleo Candido   
Domenica 06 Marzo 2016 10:52

Melendugno. Grande eco sta avendo su social,  stampa e televisione, la lettera aperta che di seguito pubblichiamo, che il Circolo PD di Melendugno a scritto su Tap al Viceministro Teresa Bellanova che da pochi giorni ha avuto le deleghe su energia, reti trasnazionali, attività produttive ecc. ecc. Il circolo in buona sostanza gli chiede di unirsi a Michele Emiliano nel sostenere lo spostamento dell'approdo di Tap a Brindisi, per poter anche permettere la ricoversione della centrale a carbone di Cerano a Gas, con enorme vantaggio sulla salute pubblica. Gli ricorda inoltre la posizione di netta contrarietà all'approdo del gasdotto a San Foca espressa dalla oggi viceministro, in occasione di più incontri pubblici tenuti in più occasioni a Melendugno e San Foca. La invita a un' incontro pubblico da tenersi a breve a Melendugno, si presume in un confronto costruttivo con il Presidente della Regione Michele Emiliano, dove potrà spiegare ai cittadini cosa sta mettendo in campo in qualità di viceministro, per spostare l'approdo del gasdotto da San Foca a Brindisi.

Alla luce di quanto ha dichiarato alla stampa il Viceministro Del Rio nei giorni scorsi, chi scrive crede, che la Bellanova abbia in realtà pochissimi margini di manovra, vista la posizione che il governo nazionale tramite i suoi ministri continuamente ribadisce e cioè che "da San Foca l'approdo Tap non si sposta". Anzi se la vogliamo dire tutta, sembra che il Presidente Renzi, con l'incarico affidato alla Vice Ministro, abbia voluto scaricare la patata bollente, interamente su gli esponenti del PD salentino e pugliese; come a dire: vi do il potere anche di firma degli atti necessari all'avvio dei lavori, quindi, vedetevela voi in Salento.

Staremo a vedere, quali atti assumerà la Vice Ministro Bellanova; se difenderà gli interessi dei Melendugnesi e del Salento o quelli delle grandi multinazionali del Gas.

LETTERA APERTA AL VICEMINISTRO On. Teresa BELLANOVA

Il circolo del Partito Democratico di Melendugno e Borgagne apprende con soddisfazione della nomina di Teresa Bellanova a viceministro dello sviluppo economico con delega all’energia. Una nomina che La premia per l’impegno instancabilmente profuso sul territorio salentino. In considerazione di una frequentazione politica di vecchia data del Circolo PD di Melendugno e Borgagne con l’On. Bellanova, lo stesso sente come un dovere politico e morale di ricordare al neo viceministro le sue dichiarazioni rilasciate sulla questione Tap sia in occasione di un incontro a San Foca nel corso della campagna elettorale per le ultime elezioni politiche, sia in occasione della presentazione, nel cine-teatro di Melendugno, del contro rapporto Tap a cura della commissione di studio coordinata dal prof. Borri. Dette dichiarazioni esternavano con chiarezza e onestà intellettuale una serie di criticità concernenti soprattutto la scelta dell’approdo Tap a San Foca.

L’ on. Bellanova in un passaggio del suo intervento aggiungeva: “ a rendere sconsigliabile questa localizzazione sarebbero la conformazione idrogeologica, il patrimonio artistico e naturale, la vocazione turistica del territorio, visto che esistono aree più idonee. Già troppo spesso, in passato, è stato sottovalutato l’impatto che ha la mano dell’uomo sui delicati equilibri che la natura ha impiegato milioni di anni per costruire. Di quelle sottovalutazioni sono già stati pagati cari prezzi e ancora di più rischiamo di doverne pagare noi e le generazioni future”.

Come già chiarito in più occasioni, la nostra è una battaglia di buonsenso : spostare l’approdo del gasdotto da San Foca a Brindisi, luogo più idoneo a ricevere tale struttura, oltre che meno dispendioso, eviterebbe l’attraversamento a terra di buona parte del Salento e di innumerevoli centri abitati e tra l’altro, consentirebbe l’attuazione del piano del Presidente Emiliano, di trasformare la Centrale di Cerano da carbone a gas con enormi vantaggi ambientali e di salute pubblica.

Siamo certi che nel suo ruolo attuale, oltre che a lavorare per la risoluzione delle molteplici problematiche nazionali, non farà mancare il suo impegno anche a questa battaglia.

La invitiamo fin da subito a un’incontro da tenersi a Melendugno, dove potrà evidenziare le iniziative intraprese.

Melendugno 04/03/2016

Il Circolo PD di Melendugno e Borgagne

 
Meno precari, ma la crescita è ancora un problema Stampa E-mail
Scritto da Pietro Garibaldi tratto da lavoce.info   
Giovedì 18 Febbraio 2016 19:53

Uno degli obiettivi del governo era ridurre la precarietà. E i dati dell’Inps ci dicono che nel 2015 è in effetti diminuita. In ogni caso, un aumento dell’occupazione dello 0,5 per cento con una crescita economica dello 0,7 non è da buttare. Perché il male italiano resta sempre la ripresa debole.

Crescita sempre deludente

Abbiamo finalmente tutti i dati per analizzare i risultati delle politiche del lavoro a sostegno dell’occupazione del governo Renzi nel 2015.
La decontribuzione per i nuovi assunti e il Jobs act – in particolare il nuovo contratto a tutele crescenti – rappresentavano il pezzo forte della politica di rilancio del governo. Le aspettative su questi provvedimenti erano davvero forti.
La crescita economica nel 2015 è stata deludente: 0,7 per cento su base annua – come rivisto dall’Istat la scorsa settimana – è uno dei dati più bassi d’Europa, particolarmente deludente se pensiamo che l’Italia arrivava da tre anni col segno negativo e un “filotto” di undici trimestri di crescita negativa. Difficile dire che il Jobs act e la decontribuzione abbiano invertito il male italiano per cui “quando l’Europa cresce, l’Italia cresce meno, mentre quando l’Europa decresce, la recessione italiana è sempre più profonda”.
Il 2015 verrà così archiviato come un altro anno in cui cresciamo meno dell’Europa. Che – ricordiamolo – è un continente che cresce sempre meno della media mondiale.

I dati sulla precarietà

Alla luce della bassa crescita, i dati occupazionali relativi al 2015 appaiono buoni. L’Inps ha appena pubblicato i numeri dell’osservatorio sulla precarietà, una nuove fonte statistica particolarmente utile per analizzare i flussi di lavoro.
Nel 2015, l’Inps registra un aumento delle assunzioni nel settore privato pari a 600mila posizioni. L’incremento è essenzialmente dovuto a posti di lavoro a tempo indeterminato, in crescita del 47 per cento rispetto all’anno precedente. Le cessazioni di lavoro – per pensionamento, licenziamento o altri motivi – sono in riduzione del 2 per cento.
Il dato forse più importante e atteso è quello delle trasformazioni dei contratti a tempo indeterminato. Si tratta di lavoratori che avevano già un contratto con l’azienda (a tempo determinato) che vedono trasformata la loro posizione in un contratto a tempo indeterminato. L’Inps registra 500mila trasformazioni, con una crescita del 50 per cento sul 2014. Guardando, più in generale, al totale dei contratti a tempo indeterminato, nel 2015, quattro nuovi rapporti di lavoro su dieci sono a tempo indeterminato, mentre erano circa tre nel 2014.
Uno degli obiettivi del governo era quello di ridurre la precarietà. I dati dell’Inps ci dicono – quasi incontrovertibilmente- che la precarietà nel 2015 è in effetti diminuita, come testimoniato dai 500mila contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato.
Possiamo anche stimare quanto il sussidio contributivo per stabilizzare i contratti sia costato al paese. Se i beneficiari della decontribuzione sono stati 1,44 milioni, si può stimare un costo per lo stato Stato di circa un miliardo e mezzo per facilitare la conversione di nuovi contratti. Una cifra non troppo lontana da quella che si era indicata nel 2015. Il governo non ha quindi “sfondato” il bilancio, anche se ci sarà un trascinamento nel 2016 da monitorare. La sorpresa è forse che delle 2,4 milioni di nuovi assunzioni a tempo indeterminato, chi ha beneficiato della decontribuzione rappresenti solo il 60 per cento.

Le differenze Istat- Inps

L’Inps segue i rapporti di lavoro e non il numero di occupati, che invece è stimato dall’Istat con l’indagine trimestrale delle forza lavoro. La differenza tra i due dati, come correttamente ricorda il comunicato Inps, sta nel fatto che uno stesso individuo può avere diversi rapporti di lavoro, mentre per l’Istat rappresenta uno e un solo lavoratore occupato. Secondo l’Istat, la crescita del numero di lavoratori- su base annua- è stati pari allo 0,5 per cento, corrispondente a circa 112mila nuovi posti di lavoro netti. È vero che negli Duemila l’incremento degli occupati era superiore alla crescita economica. Ma quella era una patologia di “crescita di lavoro senza crescita economica”, come a lungo abbiamo detto su queste colonne in quegli anni. Abbiamo poi visto – con la grande recessione iniziata nel 2008 – come sia finito quell’aumento di occupazione precaria. Per il 2015, un incremento di lavoro dello 0,5 per cento con una crescita economica dello 0,7 non è quindi da buttare. E se pensiamo che il mercato del lavoro è meno precario, possiamo guardare al bicchiere come mezzo pieno. Se invece pensiamo che nel 2016 la decontribuzione non ci sarà quasi più, il bicchiere appare mezzo vuoto.

 
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