Editoriale

Scritto il 01 Gennaio 2018 da tratto da lecceprima.it - Emilio Faivre
anno-2018-la-diplomazia-dello-scudo-di-fronte-allo-sviluppo-negatoLa sirena vibra nell’aria, avvisa sbraitando del passaggio del treno. Ma il muso del locomotore non si vede sfrecciare come ci si aspetterebbe dal ruggito. Piuttosto, appare all’improvviso da dietro un angolo, timido, impacciato, zoppicante sulla strada ferrata. Immagine stridente. Procede meno che a passo d’uomo, fa quasi tenerezza nel suo sussultare...

Turismo

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Redazione
nardo-nuove-opportunita-con-lavioturismoGALLIPOLI/NARDO’ - Le nuore rotte del turismo si tracciano ancora una volta sorvolando i cieli e solcando i mari dei litorali di Gallipoli e Nardò. Le due cittadine del versante ionico, a pochi giorni dalla notizia del finanziamento con circa 3 milioni di euro  grazie alle risorse del programma di cooperazione Interreg per collegare in idrovolante...

Politica

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Tratto da repubblica.it Chiara Spagnolo
alessano-insulti-alla-sindaca-che-nega-ai-leghisti-la-piazza-per-il-sit-in-contro-lo-ius-soliLa prima cittadina di Alessano, Francesca Torsello vieta il luogo dedicato a don Tonino Bello per la manifestazione di "Noi con Salvini". "Irrispettosi i cartelli 'no agli invasori' sotto la casa del vescovo simbolo dell'accoglienza. Manifestino altrove".La piazza di Alessano, intitolata al vescovo dell'accoglienza don Tonino Bello, non può essere...

Economia

Scritto il 07 Dicembre 2017 da Tratto da huffingtonpost.it
disoccupazione-stabile-crescono-solo-gli-occupati-a-tempo-determinatoNel terzo trimestre 2017 la disoccupazione è stabile all'11,2%, diminuiscono i disoccupati e gli inattivi, crescono gli occupati ma solo a tempo determinato, componente che registra livelli record. I dipendenti a termine risultano 2 milioni e 784 mila, il dato più alto dall'inizio delle serie storiche e quindi dal 1992. Questo in estrema sintesi il...

Diritto & Doveri

Scritto il 07 Dicembre 2017 da Tratto da Lavoce.info Andrea Resti
sofferenze-bancarie-i-poteri-dei-tecnici-i-doveri-della-politicaLa vigilanza europea sul sistema bancario non deve certo rinunciare alla propria indipendenza o ad affrontare il tema delle sofferenze. Ma dovrebbe fermarsi prima di dettare regole di carattere generale, rispettando le prerogative del legislatore.La nota Bce e le reazioni italianeSi è discusso molto nelle ultime settimane di sofferenze bancarie e in...

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Eventi

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Valentina Vantaggiato
otranto-torna-alba-dei-popoli-dal-2-dicembre-2017-al-7-gennaio-2018 Torna anche quest’anno l’Alba dei Popoli, rassegna organizzata dal Comune di Otranto giunta ormai alla sua XIV edizione, che pone l’accento su Otranto come luogo simbolo del Mediterraneo, crocevia di culture, intreccio di etnie. Una kermesse di arte, cultura, musica e spettacoli che prende spunto dalla forza simbolica esercitata dal primo sorriso del...

Comuni Salentini

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Tratto da Nuovoquotidianodipuglia.it Ilaria Marinaci
lecce-da-piazza-libertini-a-via-xxv-luglio-cosi-attraverseremo-il-castello«Apriremo il castello Carlo V anche da piazza Libertini e una nuova, grande area interna sarà visitabile». Sono le parole del sindaco Carlo Salvemini e la novità che consentirà l’attraversamento della fortificazione fino all’altro ingresso da via XXV luglio lungo un percorso mai finora fruibile. Tempi ravvicinati, come aggiungono da Palazzo Carafa:...

Sport

Scritto il 09 Dicembre 2017 da redazione
corigliano-dotranto-domenica-la-19esima-edizione-della-half-marathon-grecia-salentinaCorigliano d'Otranto – E’ uno degli appuntamenti più attesi della stagione podistica, la mezza maratona che chiude, di fatto, un anno di corse. Saranno in centinaia gli atleti al via della 19esima edizione della “Half marathon Grecìa salentina”, in programma domenica 10 dicembre (partenza alle ore 9), all’ombra della meraviglia cinquecentesca del...

Cultura

Scritto il 09 Dicembre 2017 da Redazione
merine-palazzo-magliola-qil-mare-dove-non-si-toccaq-di-fabio-genovesiLo scrittore Fabio Genovesi si racconta da bambino in "Il mare dove non si tocca", il suo nuovoromanzo uscito per Mondadori.La presentazione si svolgerà mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore 19.00 a Merine nel salone diPalazzo Magliola, evento promosso dal Comune di Lizzanello Settore Cultura, in collaborazionecon Libreria Idrusa di Alessano e Bene...
Editoriale
L’Italia dell’evasione fiscale Stampa E-mail
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati tratto da Nuovo Quotidiano di Puglia   
Lunedì 08 Dicembre 2014 16:28


Si calcola che l’evasione fiscale in Italia ammonta a un importo compreso (a seconda della metodologia di stima) fra i 90 e i 140 miliardi di euro. Non si tratta esclusivamente di una questione di ordine etico, sebbene quest’ordine di motivazione sia ovviamente di massima rilevanza, ma anche di un problema di massima rilevanza per la crescita economica e la distribuzione del reddito. Innanzitutto, va rilevato che, in presenza di un’elevata evasione fiscale e di un elevato debito pubblico, la tassazione su famiglie e imprese che non evadono né eludono è ovviamente molto elevata; cosa che contribuisce a spiegare l’elevatissima e crescente pressione fiscale in Italia, e il fatto che essa è strutturalmente più elevata della media europea.
E’ palese che l’illegalità ha un costo. Ed è possibile rilevare che un’elevata evasione fiscale è un problema non solo perché riduce il tasso di crescita, ma anche perché contribuisce a rendere sempre più diseguale la distribuzione del reddito. Ciò per le seguenti ragioni.
1) L’economia italiana sperimenta l’apparente paradosso di una costante riduzione della spesa pubblica e di un costante aumento del debito pubblico, non solo in rapporto al Pil ma anche in valore assoluto. Si tratta di un paradosso appunto apparente, la cui soluzione si rileva in questa sequenza. La riduzione della spesa pubblica comporta riduzione dell’occupazione e del tasso di crescita. La riduzione del tasso di crescita accresce il rischio di insolvenza da parte dello Stato, ovvero accresce la probabilità che lo Stato non sia più in grado di onorare il suo debito. Ciò impone allo Stato di emettere titoli con tassi di interesse crescenti, per far fronte alla loro maggiore rischiosità.
In più, in un assetto istituzionale nel quale è fatto divieto alla Banca Centrale di “monetizzare” il debito (ovvero di stampare moneta per acquistarlo), la tassazione finisce pressoché inevitabilmente per gravare sul lavoro e sulla piccola impresa. Nel Rapporto OCSE 2014 “Taxing wages”, si legge che la tassazione sul lavoro, in Italia, è la più alta fra quella dei maggiori Paesi industrializzati, e che la tassazione in Italia supera nettamente la media OCSE soprattutto sui salari più bassi (44,7% contro 32,2%). Ciò a ragione della duplice considerazione che non è conveniente né tassare i propri creditori né tassare potenziali contribuenti che godono di elevata mobilità territoriale. Si consideri, a riguardo, che il principale creditore dello Stato è il settore bancario, che potrebbe reagire a un aumento della tassazione sui suoi utili riducendo l’acquisto di titoli; e si consideri anche che le grandi imprese possono reagire a un aumento della tassazione minacciando la delocalizzazione (o realizzandola di fatto). In entrambi i casi, le entrate fiscali derivanti dalla tassazione di questi potenziali contribuenti potrebbero essere di entità irrisoria o, al limite, nulla.  E, ancor peggio, nel primo caso si determinerebbero ulteriori problemi di vendita di titoli di Stato e, con riferimento alle delocalizzazioni, si determinerebbero ulteriori riduzioni del tasso di crescita, come conseguenza dei minori investimenti.
A ciò si può aggiungere che l’incremento della tassazione sul lavoro genera un duplice effetto recessivo. Un’elevata evasione fiscale, in quanto si associa a maggiore tassazione sul lavoro dipendente, genera effetti ridistributivi a danno dei percettori di redditi bassi, ovvero di famiglie con più elevata propensione al consumo. Ne segue una riduzione dei consumi, della domanda, dell’occupazione e del tasso di crescita, che delinea una spirale viziosa per la quale, a fronte della contrazione del tasso di crescita e della conseguente maggiore rischiosità dei titoli del debito pubblico, si rende necessario accrescere ulteriormente la tassazione sul lavoro, per far fronte all’aumento dell’onere del debito. In più, un’elevata tassazione sul lavoro, e dunque la riduzione dei redditi disponibili, deteriora la qualità del lavoro stesso, dal momento che rende più difficile l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, con conseguente calo del tasso di crescita della produttività. Questo effetto è accentuato dal fatto che la contrazione dei consumi e della domanda riduce i profitti (e/o genera fallimenti), riducendo gli investimenti e producendo – anche per questa via – effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro
2) Assumendo data la “moralità fiscale” dei contribuenti, in quanto la riduzione della spesa pubblica si traduce in una riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (dove il prelievo fiscale è alla fonte ed è dunque limitato, se non nullo, lo spazio per l’evasione), ciò contribuisce quantomeno a rendere possibile ulteriori aumenti dell’evasione fiscale.
Si può anche rilevare che, come attestato dalla Ragioneria Generale dello Stato, l’incidenza dell’evasione fiscale non è uniforme sul territorio nazionale, ed è mediamente più alta nelle regioni settentrionali, così che essa contribuisce a produrre diseguaglianze distributive anche su scala regionale, a danno delle famiglie meridionali.
Se non vi può essere dubbio sul fatto che l’evasione fiscale contribuisce a frenare la crescita economica e ad accentuare le diseguaglianze distributive, si possono avanzare molte perplessità sulla linea che il Governo intende perseguire, e sintetizzata così dal nostro Presidente del Consiglio: “bisogna cambiare approccio verso il cittadino che si deve sentire moralmente accompagnato e il pubblico non è solo controllore ma diventa il consulente. Per chi sbaglia non ci sono scappatoie, va stangato ma le norme vanno rese più semplici, la semplicità è presupposto per il contrasto alla criminalità”. Le misure di semplificazione, come previsto nella Legge di Stabilità, dovrebbero consentire un recupero di gettito derivante dal contrasto all’evasione pari a 3.5 miliardi di euro.
Per provare a capire se la strategia governativa possa rivelarsi efficace, occorre partire da un dato. Su fonte Banca d’Italia, si registra che la gran parte dell’evasione è generata da imprenditori e lavoratori autonomi, ed è prevalentemente concentrata al Nord. Il fenomeno non sembra avere andamenti ciclici, e si registra che le normative di contrasto fin qui poste in essere sono state sistematicamente ed efficacemente aggirate. La convinzione che si possa recuperare gettito attraverso semplificazioni del sistema di pagamento delle imposte (convinzione che si basa sull’idea che si evade perché è difficile pagare) è ormai un topos delle strategie di contrasto all’evasione, essendo stata alla base dei tentativi di contrastarla almeno a partire dal secondo Governo Berlusconi (e riproposta dai Governi Monti e Letta). In tal senso, le proposte di Renzi non sono affatto nuove e, data l’evidenza suggerita dall’esperienza recente, laddove i recuperi di gettito sono stati assolutamente irrisori, non vi è da aspettarsi che la semplificazione sia risolutiva. Ed è anche legittimo ritenere che l’aumento delle entrate derivante dalla minore evasione, così come previsto dalla Legge di Stabilità, sia ampiamente sovrastimato.

 
Una cultura “flessibile” per misurarci col futuro Stampa E-mail
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 28 Novembre 2014 08:06

Di quale cultura si avrà bisogno fra vent’anni, fra dieci; che cosa sarà indispensabile sapere e saper fare; quali strumenti si dovrà essere in grado di usare per poter avere consapevolezza delle esperienze, per potersi confrontare con i codici del sapere, con le faccende da sbrigare, per attribuire significatività alle relazioni sociali, per praticare una cittadinanza reale, per poter affrontare situazioni di lavoro nuove o continuamente rinnovate. Probabilmente non è un interrogativo che coinvolge soltanto chi in questo tempo  si trova in una fase di formazione, che fra dieci anni ne avrà venti, fra venti ne avrà trenta e si ritroverà al centro di scenari che in qualche modo avrà anche contribuito a conformare.
Interessa tutti senza distinzione di generazioni, di condizione sociale. Riguarderà qualsiasi adulto che dovrà semplicemente prendere un aereo o un treno, prenotare una camera d’albergo, leggere le istruzioni per qualcosa, chiedere informazioni a uno sportello o per la strada, pagare la bolletta all’ufficio postale, annotare un nome e un numero sull’agenda.
Forse anche le cose più semplici e consuete dovranno essere fatte in un modo nuovo, con nuovi mezzi, con linguaggi diversi da quelli di adesso.
Alcuni passaggi avverranno in modo graduale, che forse neanche ce ne accorgeremo. Ce ne saranno alcuni che avverranno all’improvviso, per esempio quelli determinati dalle macchine. Alcuni di essi riusciremo a governarli agevolmente; altri saranno piuttosto complicati; alcuni ci renderanno più comoda la vita, altri invece ci molesteranno. Com’è sempre accaduto e come accade per molte cose, in fondo. Ma quanto e come riusciremo a confrontarci con la mutazione improvvisa o graduale, dipenderà dalla cultura personale e da quella della comunità in cui ci troveremo. La cultura rigida avrà difficoltà di adattamento; quella mobile, flessibile, flessuosa, si modellerà abbastanza facilmente.
Per esempio sarà necessario conoscere le lingue. Non una, due. Molte lingue. Anche per parlare con il vicino di casa. Ma, forse, più che conoscere molte lingue, sarà necessario essere disponibili ad apprendere rapidamente quella che serve a seconda delle circostanze.
Poi bisognerà avere una capacità di selezione ancora  più scrupolosa di quella che serve oggi. Non è  agevole nemmeno immaginare la quantità di dati e di informazioni che avremo a disposizione. Ma questo non ci renderà più sapienti, non ci darà più conoscenze, e non sapremo che farcene della maggior parte delle informazioni se non avremo  la capacità di riportare ogni dato, ogni informazione, in un contesto di senso, di elaborare punti di riferimento, di organizzare l’informe in un forma, una struttura coesa, coerente. Resterà tutto sfilacciato e sospeso, non produrrà esperienza. Poi, chissà se non sarà necessario recuperare il significato di quello che Montale diceva in “Auto da fe’”: la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso. Forse servirà imparare a levare piuttosto che a mettere, a selezionare le cellule riproduttive del sapere, a tenere – trattenere- soltanto le fondamentali unità di quel tutto che si presenta nella forma di onda gigantesca o di rivolo davanti ai nostri occhi, alla mente, alla vita.
Bisognerà reimparare tanto a ricordare quanto a dimenticare.
Quello che alcuni ritengono con certezza è che fra venti anni, fra dieci, cambierà il nostro modo di apprendere, di conoscere, di studiare, cambieranno le cose che studieremo. E’ vero. Però poi viene da domandarsi se il modo di apprendere, di conoscere, di studiare, non sia sempre cambiato, non cambi continuamente, in relazione al tempo, ai mezzi che si hanno, alle finalità, per cui qualche volta si ha difficoltà a capire in che cosa consista veramente la novità.
Poi ci sono altri – i conservatori, i tradizionalisti – che sostengono il contrario: dicono che a un certo punto si tornerà all’antico, a quello che ha dato risultati, alla ricerca di una cultura del sostanziale; è un’idea che si può sintetizzare nella considerazione  che non conta la quantità di quello che si conosce ma la sua qualità, e per qualità intendono la competenza che si ha nel riprodurre le conoscenze, nel trasferirle, nell’applicarle.
Forse la difficoltà più grande consisterà nel riuscire ad attribuire una dimensione storica alla cultura, nell’elaborarla  nel contesto di  una struttura stabile e adattabile allo stesso tempo. Si assiste spesso, già da qualche decennio e negli ultimi anni in modo più diffuso, ad un’acritica, superficiale, estemporanea  adesione a mode e modelli dall’epistemologia inconsistente, che mancano di qualsiasi radice culturale. Accade anche in contesti, come quello della formazione, che non possono prescindere dalla dimensione storica della cultura se non con il rischio di rendere inefficace qualsiasi esperienza di conoscenza. Perché ogni cultura, in qualsiasi tempo, deve indispensabilmente avere una relazione sistematica con la realtà, con l’immaginario, con i miti, con i riti, con la scienza e anche con le superstizioni, con le mentalità e le modalità di rappresentare soggettivamente e collettivamente l’universo, con le coerenze e con le contraddizioni dell’epoca,  con il senso del passato e con quello del futuro.
Forse la sostanza della cultura è proprio in questa relazione. Forse senza questa relazione non c’è cultura ma un’amorfa mescolanza  di impulsi, richiami, di bip bip  insignificanti.


 
Introna: “questa Puglia regione virtuosa trascurata dai candidati alle primarie” Stampa E-mail
Scritto da Onofrio Introna   
Lunedì 03 Novembre 2014 19:17

Finanza regionale “allegra”, bilanci “truccati”, spese “indebite” o fuori controllo, “debiti non registrati”: non cercate la Puglia nelle relazioni severe delle Corte dei Conti sulle Regioni, perché non c’è. E nemmeno negli articoli di stampa che passano ai “raggi X” i bilanci regionali: la nostra è tra le Regioni italiane virtuose.
C’era la consapevolezza di avere agito bene e qualche classifica ha già riconosciuto il rispetto delle regole della buona amministrazione che caratterizza il modello di governo di una grande Regione del Mezzogiorno come la nostra. Ora arriva l’ennesima attestazione che in questi dieci anni la gestione è stata ispirata ai criteri del “buon padre di famiglia”, quelli che adotterebbe qualsiasi bravo cittadino.
Alla Puglia degli ultimi anni, sia pure a fatica, è attribuito come tratto distintivo la sobrietà. Siamo partiti con la rinegoziazione del prestito obbligazionario della banca d’affari americana Merrill Lynch, che ha cancellato il rischio di default finanziario. E sullo stesso percorso di bonifica dei titoli tossici abbiamo accompagnato anche l’Acquedotto Pugliese. I bilanci della Regione e in particolare quello del Consiglio hanno visto riconosciuta la loro legittimità, ottenendo il giudizio di parifica della Corte dei Conti su tutte le partite contabili. E questo va a merito di tutte le forze politiche dell’Assemblea.
Il Consiglio regionale pugliese è quello che costa meno ai propri cittadini. Nel 2013, ogni pugliese ha speso solo 71 millesimi per il trattamento di consiglieri, assessori e gruppi consiliari. Nessuno come noi.
Una Puglia che ha quindi operato, amministrato e speso bene, che ha visto crescere il suo impegno nelle tecnologie del futuro (aerospazio, meccatronica, mobilità sostenibili, energie alternative, lotta all’inquinamento), che è diventata leader nella battaglia a difesa dell’ambiente e dei mari, ha investito sui giovani (i progetti Ritorno al Futuro, Bollenti Spiriti, il sostegno alle Università, le borse di studio per master e dottorati di ricerca), si è battuta per il lavoro e le aziende in crisi, per la difesa dell’occupazione, per il riconoscimento delle pari opportunità, per i diritti degli immigrati, ha difeso le sedi minori dei tribunali, ha sostenuto le tv private nella  transizione al digitale, si è spesa contro il gioco patologico e per la disciplina dei compro oro.
La sanità è cambiata, pur tra tante difficoltà, in ragione anche di un piano di rientro penalizzante, rispondendo alla giusta domanda di tutela della salute dei cittadini e avvicinandosi alle loro vere esigenze. Introducendo nuovi strumenti e tecnologie avanzate, la Regione ha assicurato un miglioramento qualitativo, senza trascurare l’impegno verso la medicina di base  e potenziando al tempo stesso il sistema socioassistenziale e il welfare.
Abbiamo reso la Puglia una regione internazionale. Alla fine di questi dieci anni è conosciuta in tutto il mondo, i nostri prodotti agroalimentari sono tra i più apprezzati e il turismo pugliese vede crescere i suoi numeri ogni anno, con prevalenza di turisti stranieri sugli italiani.
Quanto abbiamo realizzato rappresenta un risultato e allo stesso tempo un punto di partenza significativamente importante. Ma proprio in considerazione di tutto questo, per un uomo di centrosinistra, quale sono orgoglioso di essere, è inaccettabile il deludente spettacolo andato in scena fino ad oggi, in preparazione delle Primarie della coalizione.
Credo che le forze politiche, i movimenti, le associazioni, anche i singoli debbano sentirsi motivati a ritrovare lo spirito della grande partecipazione popolare del 2005, a ridare la scossa che allora impresse il cambiamento e che portò al collasso della vecchia politica nelle regionali di aprile, con l’inattesa elezione di Nichi Vendola. Un entusiasmo che abbiamo rivissuto nelle Primarie del 2010, alla vigilia della conferma elettorale del presidente Vendola, alla guida di tutto il Centrosinistra.
Si tratta di tornare a coinvolgere i cittadini sulla Puglia da costruire. Oggi dovrebbe essere più facile, perché abbiamo dato prova di essere amministratori capaci e abbiamo reso la Puglia una Regione affidabile, quella che chiede meno ai propri cittadini ed offre di più.
Però, non sono questi i temi che ascolto dai candidati alle Primarie 2014. Ed è un errore grave. Sarebbe il caso, per loro, di tralasciare argomenti banali e di rinunciare alle contrapposizioni personali rumorose ma sterili. Che ci dicano, invece, “questa è la Puglia che abbiamo difeso e rilanciato, che ha bisogno ancora di tanta attenzione e di qualche miglioramento”. Abbiamo tutti bisogno di sentire parlare, finalmente, della Puglia che dovrebbe essere e di quella che sarà.

 

 
Lecce2019, la sfida da vincere e la sfida già vinta Stampa E-mail
Scritto da Claudio Scamardella tratto da Nuovoquotidianodipuglia.it   
Martedì 07 Ottobre 2014 12:23

Ci sono sfide che meritano di essere lanciate, vissute e combattute fino in fondo. Indipendentemente dal loro esito. Quella per Lecce capitale europea della cultura è sicuramente tra queste. Certo, c'è ancora il traguardo più importante da raggiungere, c'è l'ultimo tratto da percorrere per arrivare primi. Ma il “salto” verso il futuro è comunque cominciato.
Ed è un “salto” irreversibile perché indietro non si può e non si deve tornare. Da questo punto di vista, la città e il Salento hanno già vinto. Non solo per essere arrivati in finale e giocarsi con tutte le carte in regola la conquista del titolo. Ma soprattutto per l'originale e affascinante idea-forza che sta dentro il progetto, per la diffusa e attiva partecipazione del territorio, attraverso il coinvolgimento delle scuole, dell'università, delle associazioni e degli imprenditori alla produzione di proposte e progetti per reinventare e ridisegnare una città che possa diventare un modello per l'Europa dei decenni a venire sul piano della qualità della vita, delle relazioni sociali, dell'organizzazione urbana.
Questo significa diventare per un anno capitale europea della cultura, non - come pure qualcuno ha frainteso - l'organizzazione di spettacoli, eventi attrattivi, festival e convegni culturali nell'anno 2019.
Il progetto di Lecce, con le otto Eutopie, è unanimemente considerato tra i più competitivi, se non il più competitivo tra quelli delle altre cinque finaliste in gara, come raccontiamo nell'inserto speciale di 24 pagine che domani Quotidiano (e non l'organizzazione di Lecce 2019) regalerà ai propri lettori. Basterà per superare città che possono contare sul riconoscimento dell'Unesco per il loro patrimonio? Basterà a vincere la concorrenza di città ritenute meglio sponsorizzate, in Italia e in Europa, da settori della politica e dalle lobbies? Basterà a superare il gap infrastrutturale con le concorrenti del centro-nord? Aspettiamo sereni il verdetto. Con l'avvertenza, fin da ora, di non gridare allo scandalo o aggrapparci a presunti complotti, di natura dietrologica, nel caso non dovesse bastare.
Ci sono due rischi da cui, però, bisogna assolutamente rifuggire. In caso di vittoria, il Salento sarà ancora più appetibile di oggi come terra promessa per investimenti e affari. E già si intravedono all'orizzonte tentativi di salire sul carro per “colonizzare” il progetto. Tocca alla classe dirigente del Salento, innanzitutto, tenere alta la guardia e allontanare i “mercanti dal tempio”, tenere a bada gli eventuali assalti alla diligenza da parte di vecchi e nuovi “colonizzatori”. Senza innalzare barriere populistiche e senza cadere nel provincialismo - che resta il vero male oscuro, seppur curabile, di questa terra - ma anche senza espropriare il territorio, le sue intelligenze, le sue forze dalla realizzazone di Eutopia.
L'altro rischio è lasciare interrotta la sfida in caso di esito non positivo. Al contrario, la vera sfida che il nostro territorio ha di fronte deve continuare comunque dal 18 ottobre, il giorno dopo la decisione finale della commissione. E deve essere inverata dalla volontà di realizzare in ogni caso il progetto fin qui ideato. Sappiamo bene che i grandi eventi aiutano ad accelerare i processi di cambiamento, con ricadute concrete nella promozione del territorio ed anche nella riorganizzazione e nell'ammodernamento delle infrastrutture e dei servizi. Ma guai a credere che sia l'evento in sé il volano. Chi lo ha pensato in passato, chi ha creduto che il cambiamento fosse un atto (l'evento) e non un processo si è fatto molto male. Gli esempi delle grandi manifestazioni internazionali di sport o di esposizione in Grecia, Sudafrica, Brasile e anche in alcune città della Spagna sono lì a testimoniarlo. Governare il cambiamento, realizzare i processi di trasformazione è possibile anche con un'amministrazione ordinaria, puntuale, mirata del territorio, accompagnata da scelte lungimiranti nella gestione quotidiana delle città. È possibile raggiungere così gli stessi obiettivi prefissati con il grande evento. Magari con più tempo, più lavoro, più determinazione. E magari con meno riflettori, meno passerelle, meno protagonismi. Ma i risultati arriverebbero comunque, anche senza scorciatoia.
Realizzare Eutopia. Comunque. Questo deve essere l'impegno prima ancora del verdetto. E abbiamo le risorse umane e materiali per riuscirci. In questi due anni sono caduti molti muri grazie anche (ma non solo) alla sfida di Lecce 2019. Sono caduti i muri della separatezza e dell'incomunicabilità tra segmenti importanti della società civile salentina. La messa in rete di associazioni, scuole, università, imprese intorno al progetto ha diffuso e rafforzato la consapevolezza tra chi vive e lavora in questa terra che la cultura è tra i principali volani, se non il principale volano della riconversione del modello di sviluppo di questo territorio. Non solo e non tanto il consumo di cultura, ma la produzione attiva di cultura. Perciò Lecce e il Salento sono già un laboratorio dove si sta sperimentando, nonostante le tante criticità e le non poche contraddizioni ben note a chi legge questo giornale, un binomio sempre più inscindibile tra cultura e turismo.
Non si capiscono perciò la tensione, anzi la sovraeccitazione, il nervosismo e il frenetico attivismo in rete nelle ultime ore di Berg e del suo staff, quasi come se si cercassero già in anticipo responsabilità da scaricare su altri. Per fortuna, siamo a Lecce. Italia. Per fortuna, non siamo in guerra con nessuno. Non prendiamo ordini da nessuno, né tantomeno lezioni. Non riconosciamo “santuari” intoccabili o uomini della Provvidenza. Né ci fa impressione lo “squadrismo” da salotto, avendo combattuto gli squadristi veri. Preferiamo dirlo in latino, molto più bello e profondo dell’inglese: Unicuique suum. A ciascuno il suo (ruolo). Il nostro ruolo è stato quello di aver creduto fin dall’inizio nella candidatura. Di aver sfidato la generalizzata diffidenza e contribuito a farla superare anche a quanti oggi fanno i testimonial e sono saliti, novelli capipopolo, in passerella. Di aver accompagnato poi il progetto passo dopo passo per due lunghi anni. Ma con la nostra libertà, la nostra autonomia, le nostre idee. E anche le nostre critiche. Ora aspettiamo tranquilli e con fiducia le decisioni dei commissari. A testa alta. E continuando a svolgere il nostro ruolo di informazione della comunità, come dimostra l’inserto speciale che Quotidiano (non Lecce 2019: repetita iuvant) regalerà domani ai lettori. Appunto: Unicuique suum. Che significa anche: ognuno stia al suo posto.

 
IL TEMPO DELLE RINUNCE Stampa E-mail
Scritto da Elena D'Ettorre   
Domenica 21 Settembre 2014 09:44

1 2 3 4 5 6 … passi indietro. Un tuffo nel passato. Come il riflesso di un raggio di luce sulla cassa di un’acustica. Rinvia. Rimanda. Onde di pressione. Vibrazioni. Compone melodie amare sulle note del “si stava meglio quando si stava peggio”.  Quasi fosse un nuovo inno. Ci lasciamo trasportare, influenzare dalla logica dell’adattamento. Spirito creativo. Idee brillanti. Scoperta, forse inaspettata, di inclinazioni prima sconosciute. Ignote. Un sorriso di stupore nasce nel constatare come e quando la società, soprattutto meridionale, si sia reinventata. Sia rinata sotto altre vesti. Altre forme. Un ritorno al passato, si potrebbe definire. Rispolverare. Riportare alla luce splendidi tramonti quasi fossero resti di un antico villaggio. Come riaprire un baule riposto in soffitta. Un soffio. Via la polvere. E ci si affaccia a ieri. Ma, in fondo, i meridionali hanno da sempre imparato a costruirsi da sé. La condizione insana nella quale, oggi, versa la società è orientata alla politica del risparmio. Del risparmio fino al midollo. Dell’anti-spreco. Dell’anti-spreco elevato alla potenza. Tasche cucite. Portafogli impacchettati. “Tasche piene di sassi” canterebbe Jovanotti. E con i sassi, passo dopo passo, l’uno sull’altro si innalza un nuovo stile, modo (e moda) di vivere. Nella realtà quotidiana di piccoli paesi dimenticati da Dio e dagli uomini, specialmente nel sud Italia, i segni della regressione sono evidenti. Gli anni ’50 – 60. Il boom atteso. Il miracolo economico italiano tanto desiderato. A distanza di anni, da quel vecchio baule si è riscoperto il brivido del velocipede (ovvero, l’antenato dell’odierna bicicletta). Si apprezza il vento tra i capelli. Il senso di leggerezza, quasi ad eguagliare la leggiadria di una farfalla, non solo spirituale ma soprattutto economica. Zero consumi. Zero costi. Unico combustibile: l’energia fisica. Unica forza motrice: la volontà. Di pedalare. Di rinunciare alla comodità.          – Costi  + Vantaggi. Pare sia questa la nuova formula. La nuova equazione. L’alternativa alla sopravvivenza. Come non parlare dei viaggi. I viaggi low cost dopo aver gioito, festeggiato per l’evoluzione e i progressi dei mezzi di trasporto, le attrezzature e i servizi rivolte al turismo.B&B. Hotel. Resort & Spa. What’s? Why? Inutile dispendio. Meglio Camper, tende da campeggio, appartamenti in affitto dove è possibile dividere i consumi e ammortizzare i costi. Una vacanza da “Into the Wild”. A contatto con la natura. Alla scoperta e rivalorizzazione di posti stranieri. Nel 1986 veniva approvata la legge sul fisco. Il Testo unico delle imposte sui redditi. L’amato TURI. Oggi, quasi inutile. La disoccupazione e l’inoccupazione ha raggiunto e continua a raggiungere livelli spaventosi. Picchi inverosimili. Attività commerciali chiuse per fallimento. Piccole e medie aziende in affanno. A pieni polmoni si inspira profumo di antico nell’aria. Odore di vecchio. Innumerevoli bancarelle agli angoli delle strade. Dalla vendita di frutta e verdura a camioncini di genere alimentare. Pescherie ambulanti. Gelaterie porta a porta. Evasioni fiscali alle stelle. E nel frattempo, si dovrebbe dichiarare il reddito. Si. Ma quale?  Una società riciclata. Stirata. Stesa dopo l’accartocciamento. Una società che “differenziata” non ha reso solo la spazzatura ma è essa stessa simbolo di differenza è una società che merita di essere definita, un esempio. Un esempio di rinascita e arrangiamento.



 
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