Editoriale

Scritto il 13 Novembre 2018 da Tratto da lavoce.info
Senza dar retta alle obiezioni della commissione Ue, il governo presenta una manovra che tra più spesa e meno entrate mette insieme 38,1 miliardi di risorse. Coperte per meno della metà e frutto di un mix di provvedimenti che arriva a una vera magia: tanto rumore (per sforare i conti) per nulla, nemmeno una spinta alla crescita. Solo per il 2019, la...

Turismo

Scritto il 17 Novembre 2018 da Tratto da lecceprima.it
bari-turismo-e-vendita-diretta-dei-prodotti-750mila-euro-per-i-pescatori-delladriaticoBari - Un’azione di sostegno agli antichi sistemi della pesca, che rischiano di scomparire, arriva dalla Regione Puglia. L’ente di via Capruzzi ha previsto tre bandi pubblici, per diversificare l’attività del comparto, nell’ambito del Piano di azione locale Gal Porta a Levante.Il finanziamento è mirato alle attività di pescaturismo ed ittiturismo, per...

Politica

Scritto il 18 Novembre 2018 da Tratto da ilfattoquotidiano.it
roma-assemblea-pd-katia-tarasconi-applausi-solo-dai-delegati-di-serie-b-come-meL'intervento critico della consigliera dell'Emilia Romagna è diventato virale sui social, ma dai big del partito in sala neanche un applauso. "Stupita dal loro silenzio? No. Avranno pensato 'ok, dai, hai fatto il tuo sfogo'". E sul cordone che separava le prime file dal resto dell'assemblea dice: "Perché lo fanno se è vero che siamo tutti uguali?" “Mi...

Economia

Scritto il 15 Novembre 2018 da tratto da larepubblica.it
pensioni-boeri-qper-quota-100-mancano-le-risorse-per-il-2020-e-il-2021qL'introduzione di quota 100 per anticipare l'accesso alla pensione rischia di non essere strutturale, perché le risorse accantonate dal governo potrebbero essere insufficienti. È l'allarme lanciato dal presidente dell'Inps Tito Boeri secondo cui "mancano risorse per il 2020 e il 2021"."Secondo tutte le nostre simulazioni -ha spiegato Boeri a margine di...

Diritto & Doveri

Scritto il 17 Novembre 2018 da Redazione
fisco-annullati-avvisi-di-accertamento-per-mancanza-della-delega-di-firmaCon sentenze nn. 3227/18, 3228/18 e 3229/18 del 15 novembre 2018, la C.T.P. di Lecce – Sezione 1 – (Presidente Cordella Antonio - Relatore De Lecce Francesco – Giudice Vigorita Celeste) ha accolto i ricorsi presentati da una società esercente attività di commercio di olio nonché dai due soci, tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Maurizio Villani,...

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Eventi

Scritto il 14 Novembre 2018 da Redazione
lecce-torna-il-qcabaret-live-showq-al-teatro-apolloTorna “Cabaret Live Show”, l’evento promosso e organizzato da ALR - Associazione di Volontariato Lorenzo Risolo in programma al Teatro Apollo di Lecce per la sera di venerdì 23 novembre. Questa del 2018 è la seconda edizione e, anche quest’anno, vedrà la partecipazione di alcuni dei comici più importanti e amati del programma televisivo Colorado e sarà...

Comuni Salentini

Scritto il 19 Novembre 2018 da M.Maddalena Bitonti
otranto-ripristino-muretti-a-secco-mercoledi-21-novembre-ore-1800-castello-aragonesePunta ad Otranto, il terzo convegno informativo organizzato dal Parco Naturale Regionale Costa Otranto Santa Maria di Leuca – bosco di Tricase, avente ad oggetto il bando per il ripristino dei muretti a secco con un finanziamento pari al 100%. L’appuntamento è per mercoledì 21 novembre alle ore 18:30 presso il Castello Aragonese, Sala Triangolare.In...

Sport

Scritto il 18 Novembre 2018 da Tratto da lecceprima.it
leverano-la-bcc-leverano-non-va-oltre-un-set-amara-la-trasferta-a-lamezia-terme-Un’altra amara trasferta per la Bcc Leverano che nella settima giornata del campionato di A2, girone bianco, è stata sconfitta dalla Conad Lamezia per 3 a 1 e resta sul fondo della classifica davanti soltanto ai capitolini della Roma Volley.La reazione dei salentini si è avuta solo nel terzo set, mentre nel quarto non è bastato un vantaggio di 5 punti...

Cultura

Scritto il 19 Novembre 2018 da Pier Paolo Lala
lecce-cantieri-teatrali-koreja-ore-1830-qin-altre-paroleq-dialoghi-ininterrotti-con-a-leograndeIl 26 novembre ricorre il primo anniversario della scomparsa di Alessandro Leogrande. In questi dodici mesi il suo lavoro di giornalista, reporter, scrittore, librettista a le sua figura intellettuale e umana risuonano ancora prepotentemente e quotidianamente alle orecchie di chi si occupa di cultura e di chi vorrebbe che il suo lavoro fosse un modello...
Editoriale
Addio 2014 con il tuo mare di guai e strafottenza e che la tempesta svegli il Salento Stampa E-mail
Scritto da Emilio Faivre tratto da Lecceprima.it   
Giovedì 01 Gennaio 2015 19:19

Ricordi amari nell'anno che fugge: rifiuti sepolti, attentati, la mafia che rinasce nonostante i blitz. Le sterili risse verbali della politica, l'incuria dei cittadini, un imbarazzante turismo trash. Ma le due grandi emergenze delle ultime ore raccontano anche l'altra faccia del Salento. Da qualche tempo abito fuori porta. A cinque minuti dalla città esiste una cintura silenziosa che avvolge campagna e mare in un immenso abbraccio. La percezione del ritmo quotidiano che rallenta dalla sua frenesia provoca assuefazione. Ogni mattina un profondo respiro davanti alla spuma delle onde che s’infrangono sulla battigia, poi via. Narcotizzati da un surreale senso di pace, si prova sofferenza all’ingresso di Lecce. Ahia. L’impatto è ruvido. Nemmeno qualche fiocco di neve galleggiante in queste ore nell’aria addolcisce il cuore. Appena superate le uscite della tangenziale, il traffico si gonfia, i clacson starnazzano, il grigio di palazzi seriali spuntati dal nulla in pochi anni abbatte la linea dell’orizzonte e opprime gli occhi. Entrati nel cuore di una semiperiferia ben lontana dalle consolanti linee barocche, la maleducazione dilagante prende possesso di ogni pezzo d’asfalto e marciapiede. Doppie file, parcheggi a spina di pesce laddove le vie si restringono, svolte repentine senza frecce, abusivi che occupano interi angoli con furgoni squinternati, biciclette che ti vengono addosso contromano. Proprio accanto, una pista ciclabile attende con ansia che qualcuno vi pedali sopra. In parte è però resa inservibile da ostacoli in formato rifiuti ingombranti e dal solito Suv che l’ha scambiata per il proprio posto riservato. Lecce è una città con un basso tasso di autostima. Una città che tradizione vuole culturalmente di destra, ma con uno spirito anarchico, e non in senso politico. E’ proprio confusa, arruffona, strafottente e viziata. Per non guardarsi allo specchio e riscoprire i propri difetti, qualcuno dà ovviamente sempre la colpa ai politici, e qualche altro è subito pronto nella replica: “Tu li hai votati”. Ed è sempre così, un gioco eterno a rincorrersi senza trovare mai il nodo, che poi sarebbe anche semplice: la classe ai vertici non è null’altro che il frutto della base che l’ha espressa o da cui comunque proviene. Non si rigira il mondo se non cambiano prima gli uomini, il loro pensiero. Pensiamo alla candidatura a Capitale della cultura. Sappiamo tutti com’è finita, inutile riavvolgere il nastro della storia. Solo qualche considerazione: è possibile che il disfattismo debba sempre sopravanzare ogni cosa, che si trovi difficoltà di coesione? Ci saranno stati errori anche grossolani e ormai la frittata è fatta. La competizione è stata un atto di coraggio, ma infarcita di isterismi e terminata con la solita rissa verbale. Come gag ripetute all’infinito di certa commedia grezza all’italiana che non fanno ridere più. Nessuno si tiene mai nulla, dalla giunta all’opposizione e viceversa, si passa in ogni occasione al vituperio facile. Ho finito per non leggere più gli articoli dei miei stessi colleghi, stufo di sentire fumose chiacchiere. La solita Lecce. Bla, bla, bla e ancora bla.   Non è bello da dirsi, ma il Salento in generale offre pochi spunti nuovi da un anno all’altro. Penso a quanto scritto nel passato, a ogni giro di boa, e riscopro che i concetti sono fin troppo simili. Il 2015 entrante si lascia alle spalle un 2014 che non è stato molto diverso dal 2013, e via scendendo. Qualcuno direbbe: è chiaro, è un territorio immobile. E invece no. Si potrebbe affermare che cresca, ma maluccio, a macchia di leopardo, non certo in modo lineare e non come dovrebbe per le potenzialità che le ha regalato madre natura. Pensiamo al turismo. A cosa realmente aspira il Salento? Il “caso Gallipoli” è ormai un appuntamento fisso in Prefettura. Disordine, risse, droga, alcool a fiumi, orari dei locali sballati. In una parola: caos. E fosse solo quello. A Porto Cesareo dopo ere geologiche s’è deciso di mettere un po’ d’ordine. Abusivismo edilizio e licenze a occhi chiusi, lidi trasformati in discoteche, case spuntate sull’acqua manco fossero palafitte, villaggi turistici con difformità. In realtà, al di là di punte di massima concentrazione in certi lembi della provincia, un problema diffuso ovunque da nord a sud della penisola salentina.

Qualcuno, un giorno, fra coloro il quali hanno iniziato questa battaglia di civiltà, m’ha confidato: “Prima o poi si dovrà guardare anche a Casalabate, per dirne soltanto una. Il problema è che non si sa nemmeno più da dove partire”. Eroi quelli che hanno deciso di mettere toppe alle falle di una mala gestione atavica, pur con ritardi monumentali. Ma se devono essere gli inquirenti a spiegare come dovrebbe funzionare una terra a vocazione turistica, poi è chiaro che ti vengono i brividi. “Sì, ma noi abbiamo ereditato gli errori del passato”, rispondono puntuali i nuovi amministratori della cosa pubblica. Lo slogan trasversale del nuovo millennio, dal centrodestra al centrosinistra. E’ sempre colpa di altri. Meglio se defunti da un pezzo, così non rispondono nemmeno e muore anche il dibattito. Un discorso identico si può fare per i rifiuti sepolti. E si finisce giù, verso quel Capo di Leuca dai panorami mozzafiato ma dal sottosuolo avvelenato. Anche qui, inchieste che stanno mettendo a nudo crimini compiuti dieci o vent’anni addietro. Cave e terreni trasformati in megapattumiere in cui seppellire tonnellate di porcherie. Un po’ più grave della colf sfaccendata che solleva il tappeto e v’infila la polvere con la scopa. E poi ci sono tutti quegli scarti del calzaturiero che rievocano i fantasmi di un comparto, il Tac, a doppia faccia: la sua decadenza, oggi, una disdetta per migliaia di famiglie, ma bisogna vedere anche cosa successo nei momenti di massima floridezza. E qui le indagini sono praticamente ancora ai primi vagiti.

Ma andiamo avanti.

Pensiamo alla Scu. Questo marchio di fabbrica relativamente recente che non riusciamo più a scrollarci di dosso. Rinasce di continuo dalle ceneri, magari cambia giusto un po’ aspetto, e il procuratore Cataldo Motta, con la sua portentosa memoria storica, a ogni conferenza stampa riannoda i fili e ricostruisce rapporti e agganci che affondano nel passato, origini e successori, volti vecchi che si sovrappongono ai nuovi.

“Sono sempre gli stessi”, commentano spesso i nostri lettori. Al limite se ne aggiungono altri che, dopo qualche anno, diverranno anche loro “sempre gli stessi”, ma nel frattempo avranno fatto proselitismo creando nuovi “se stessi”. E, nei momenti di vuoto di potere fra un blitz e l’altro, anche bombe, incendi e sparatorie nelle vie della città con la disinvoltura con cui si consuma una birra al pub. Prima o poi un proiettile vagante colpirà un innocente, magari un bimbo. Dopo, a chi la racconteremo?

Il problema è che non si riesce a metterli davvero in un angolo. Il problema è che traffico di droga, estorsioni, usura e pure infiltrazioni nelle amministrazioni comunali proliferano in un’economia ferma al palo. E se il Mezzogiorno si porta sulle spalle un peso antico, ora che l’intero Paese è in ambasce, con il resto d’Europa che non scherza, il clima si fa ancor più torbido.

Giovani con poche speranze vengono calamitati dal guadagno facile e i clan si rigenerano puntando verso quelle poche sacche che producono ricchezza. Per esempio, i lidi balneari. Le inchieste in tal senso hanno fatto molto rumore. Anche perché il discorso si riaggancia a quello precedente, e si torna al punto di partenza: a quale forma di crescita si ambisce, se si vuol puntare soprattutto al turismo? E allora, nuove riunioni in Prefettura e protocolli d’intesa antimafia. Senza considerare che molti subiscono, pochi denunciano. E meno male che il Salento era un’isola felice.

Ma andiamo oltre.

Pensiamo alla sicurezza percepita. Non certo un capitolo a parte. Ogni passaggio di questo mio scritto si ricollega agli altri, in un immenso filo logico che accomuna tutto. Oltre i clan locali, c’è la microcriminalità, i cani sciolti. Rapine, topi d’appartamento, ma anche bande italiane e non che alzano il tiro e che – qui sta il brutto della faccenda – rischiano di fare da apripista a strutture potenti come la camorra. Guardiamo ai campi fotovoltaici presi d’assedio ogni notte e dove finiscono i pannelli di silicio. E poi, si sa, da sempre le mafie endemiche in altre regioni guardano con occhi famelici verso questa terra slanciata verso Est, strategica per certi traffici.

Ma il 2014 si ricorderà anche e soprattutto per i furti di armi e carte d’identità da caserme e uffici comunali. I mercati “neri” di riferimento, come stanno svelando le indagini, sembrano essere il Napoletano e persino organizzazioni criminali internazionali, indipendentemente che il furto di base possa essere stato eseguito da individui locali di basso spessore criminale o a volte persino da insospettabili.

Tutto questo avviene in una terra che non gode certo dei favori romani, in tema di sicurezza. I rinforzi alle forze di polizia stremate dalla carenza d’organico sono un’eterna promessa mai mantenuta fatta dal burocrate di turno, mandato qui a farsi divorare dai sindacati. E così non solo ne fa le spese il povero benzinaio giunto all’ennesima spaccata di infissi e di scatole (per non essere volgari), ma si rimediano anche le figuracce di mitra sottratti alla forestale e pistole alla polizia locale. In realtà non c’è da vergognarsi più di tanto. Non è un problema solo locale. Cercate sui motori di ricerca, in tutta Italia negli ultimi anni casi simili si sono susseguiti ovunque.

Ma allora, è tutto così buio? No.

Pensiamo al grande cuore di chi rende questa terra migliore. C’è un sole splendente e luminoso sorto due volte nel giro di poche ore dalle acque gelide del Canale d’Otranto, prima per l’immane tragedia della Norman Atlantic, poi – neanche il tempo di prendere fiato –per il salvataggio di quasi 800 siriani in fuga dalla guerra a bordo del Blu Sky M. E’ il volto dell’accoglienza, una vera vocazione millenaria, che si unisce allo spirito di sacrificio.

Con la Norman Atlantic a fondo e il Blu Sky M lasciato in balia del gelo con il suo carico umano di disperazione, il Salento è partito al fronte in prima linea, organizzando con invidiabile tempismo una macchina di soccorsi imponente ed efficiente, in grado di rapportarsi a una rete più ampia e di fare da punto di riferimento ultimo. E affrontare due tragedie di così ampia portata nello spazio di poche ore è qualcosa di eccezionale.

Sanitari del 118, infermieri, volontari, vigili del fuoco, Croce rossa, militari di vari corpi, forze dell’ordine, protezione civile, e scusate se dimentichiamo qualcuno. Un piccolo, grande esercito di uomini votati a turni massacranti, che non ha chiuso occhio, alcuni rimasti feriti o mezzi assiderati fra i marosi per poi magari farsi un viaggio di ritorno verso il molo nel catino nero in tempesta con cadaveri a bordo e pensieri neri nel cuore.

Hanno operato quasi in sordina. Erano le formiche che portavano silenziose avanti i soccorsi per terra e per mare, mentre, intorno, l’attenzione generale era puntata (come anche ovvio che fosse) sulle fiamme che avevano avvolto la nave nei pressi di Corfù, sui naufraghi, sui migranti in fuga. Questo spirito è una delle porzioni più nobili del Salento. Bisognerebbe partire da qui, prendere spunto ed esempio nella vita di tutti i giorni, se si vuole costruire un luogo veramente migliore.

Perché se si può gestire una doppia emergenza di tale portata, piombata sulla testa all’improvviso, senza una singola sbavatura, allora si può davvero rovesciare il mondo. Basta poco. Basta rimboccarsi le maniche smettendola con il solito esercizio di piangersi addosso aspettando che fantomatici “altri” cambino l’avvenire. Si può ridimensionare la criminalità avendo il coraggio di denunciare e si può uscire dall’imbuto delle estati trash avendo un’idea di turismo di qualità. Non si potrà forse risolvere tutto, ma almeno riacciuffare per i capelli una dignità ancora non del tutto perduta.

 
L’Italia dell’evasione fiscale Stampa E-mail
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati tratto da Nuovo Quotidiano di Puglia   
Lunedì 08 Dicembre 2014 16:28


Si calcola che l’evasione fiscale in Italia ammonta a un importo compreso (a seconda della metodologia di stima) fra i 90 e i 140 miliardi di euro. Non si tratta esclusivamente di una questione di ordine etico, sebbene quest’ordine di motivazione sia ovviamente di massima rilevanza, ma anche di un problema di massima rilevanza per la crescita economica e la distribuzione del reddito. Innanzitutto, va rilevato che, in presenza di un’elevata evasione fiscale e di un elevato debito pubblico, la tassazione su famiglie e imprese che non evadono né eludono è ovviamente molto elevata; cosa che contribuisce a spiegare l’elevatissima e crescente pressione fiscale in Italia, e il fatto che essa è strutturalmente più elevata della media europea.
E’ palese che l’illegalità ha un costo. Ed è possibile rilevare che un’elevata evasione fiscale è un problema non solo perché riduce il tasso di crescita, ma anche perché contribuisce a rendere sempre più diseguale la distribuzione del reddito. Ciò per le seguenti ragioni.
1) L’economia italiana sperimenta l’apparente paradosso di una costante riduzione della spesa pubblica e di un costante aumento del debito pubblico, non solo in rapporto al Pil ma anche in valore assoluto. Si tratta di un paradosso appunto apparente, la cui soluzione si rileva in questa sequenza. La riduzione della spesa pubblica comporta riduzione dell’occupazione e del tasso di crescita. La riduzione del tasso di crescita accresce il rischio di insolvenza da parte dello Stato, ovvero accresce la probabilità che lo Stato non sia più in grado di onorare il suo debito. Ciò impone allo Stato di emettere titoli con tassi di interesse crescenti, per far fronte alla loro maggiore rischiosità.
In più, in un assetto istituzionale nel quale è fatto divieto alla Banca Centrale di “monetizzare” il debito (ovvero di stampare moneta per acquistarlo), la tassazione finisce pressoché inevitabilmente per gravare sul lavoro e sulla piccola impresa. Nel Rapporto OCSE 2014 “Taxing wages”, si legge che la tassazione sul lavoro, in Italia, è la più alta fra quella dei maggiori Paesi industrializzati, e che la tassazione in Italia supera nettamente la media OCSE soprattutto sui salari più bassi (44,7% contro 32,2%). Ciò a ragione della duplice considerazione che non è conveniente né tassare i propri creditori né tassare potenziali contribuenti che godono di elevata mobilità territoriale. Si consideri, a riguardo, che il principale creditore dello Stato è il settore bancario, che potrebbe reagire a un aumento della tassazione sui suoi utili riducendo l’acquisto di titoli; e si consideri anche che le grandi imprese possono reagire a un aumento della tassazione minacciando la delocalizzazione (o realizzandola di fatto). In entrambi i casi, le entrate fiscali derivanti dalla tassazione di questi potenziali contribuenti potrebbero essere di entità irrisoria o, al limite, nulla.  E, ancor peggio, nel primo caso si determinerebbero ulteriori problemi di vendita di titoli di Stato e, con riferimento alle delocalizzazioni, si determinerebbero ulteriori riduzioni del tasso di crescita, come conseguenza dei minori investimenti.
A ciò si può aggiungere che l’incremento della tassazione sul lavoro genera un duplice effetto recessivo. Un’elevata evasione fiscale, in quanto si associa a maggiore tassazione sul lavoro dipendente, genera effetti ridistributivi a danno dei percettori di redditi bassi, ovvero di famiglie con più elevata propensione al consumo. Ne segue una riduzione dei consumi, della domanda, dell’occupazione e del tasso di crescita, che delinea una spirale viziosa per la quale, a fronte della contrazione del tasso di crescita e della conseguente maggiore rischiosità dei titoli del debito pubblico, si rende necessario accrescere ulteriormente la tassazione sul lavoro, per far fronte all’aumento dell’onere del debito. In più, un’elevata tassazione sul lavoro, e dunque la riduzione dei redditi disponibili, deteriora la qualità del lavoro stesso, dal momento che rende più difficile l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, con conseguente calo del tasso di crescita della produttività. Questo effetto è accentuato dal fatto che la contrazione dei consumi e della domanda riduce i profitti (e/o genera fallimenti), riducendo gli investimenti e producendo – anche per questa via – effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro
2) Assumendo data la “moralità fiscale” dei contribuenti, in quanto la riduzione della spesa pubblica si traduce in una riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (dove il prelievo fiscale è alla fonte ed è dunque limitato, se non nullo, lo spazio per l’evasione), ciò contribuisce quantomeno a rendere possibile ulteriori aumenti dell’evasione fiscale.
Si può anche rilevare che, come attestato dalla Ragioneria Generale dello Stato, l’incidenza dell’evasione fiscale non è uniforme sul territorio nazionale, ed è mediamente più alta nelle regioni settentrionali, così che essa contribuisce a produrre diseguaglianze distributive anche su scala regionale, a danno delle famiglie meridionali.
Se non vi può essere dubbio sul fatto che l’evasione fiscale contribuisce a frenare la crescita economica e ad accentuare le diseguaglianze distributive, si possono avanzare molte perplessità sulla linea che il Governo intende perseguire, e sintetizzata così dal nostro Presidente del Consiglio: “bisogna cambiare approccio verso il cittadino che si deve sentire moralmente accompagnato e il pubblico non è solo controllore ma diventa il consulente. Per chi sbaglia non ci sono scappatoie, va stangato ma le norme vanno rese più semplici, la semplicità è presupposto per il contrasto alla criminalità”. Le misure di semplificazione, come previsto nella Legge di Stabilità, dovrebbero consentire un recupero di gettito derivante dal contrasto all’evasione pari a 3.5 miliardi di euro.
Per provare a capire se la strategia governativa possa rivelarsi efficace, occorre partire da un dato. Su fonte Banca d’Italia, si registra che la gran parte dell’evasione è generata da imprenditori e lavoratori autonomi, ed è prevalentemente concentrata al Nord. Il fenomeno non sembra avere andamenti ciclici, e si registra che le normative di contrasto fin qui poste in essere sono state sistematicamente ed efficacemente aggirate. La convinzione che si possa recuperare gettito attraverso semplificazioni del sistema di pagamento delle imposte (convinzione che si basa sull’idea che si evade perché è difficile pagare) è ormai un topos delle strategie di contrasto all’evasione, essendo stata alla base dei tentativi di contrastarla almeno a partire dal secondo Governo Berlusconi (e riproposta dai Governi Monti e Letta). In tal senso, le proposte di Renzi non sono affatto nuove e, data l’evidenza suggerita dall’esperienza recente, laddove i recuperi di gettito sono stati assolutamente irrisori, non vi è da aspettarsi che la semplificazione sia risolutiva. Ed è anche legittimo ritenere che l’aumento delle entrate derivante dalla minore evasione, così come previsto dalla Legge di Stabilità, sia ampiamente sovrastimato.

 
Una cultura “flessibile” per misurarci col futuro Stampa E-mail
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 28 Novembre 2014 08:06

Di quale cultura si avrà bisogno fra vent’anni, fra dieci; che cosa sarà indispensabile sapere e saper fare; quali strumenti si dovrà essere in grado di usare per poter avere consapevolezza delle esperienze, per potersi confrontare con i codici del sapere, con le faccende da sbrigare, per attribuire significatività alle relazioni sociali, per praticare una cittadinanza reale, per poter affrontare situazioni di lavoro nuove o continuamente rinnovate. Probabilmente non è un interrogativo che coinvolge soltanto chi in questo tempo  si trova in una fase di formazione, che fra dieci anni ne avrà venti, fra venti ne avrà trenta e si ritroverà al centro di scenari che in qualche modo avrà anche contribuito a conformare.
Interessa tutti senza distinzione di generazioni, di condizione sociale. Riguarderà qualsiasi adulto che dovrà semplicemente prendere un aereo o un treno, prenotare una camera d’albergo, leggere le istruzioni per qualcosa, chiedere informazioni a uno sportello o per la strada, pagare la bolletta all’ufficio postale, annotare un nome e un numero sull’agenda.
Forse anche le cose più semplici e consuete dovranno essere fatte in un modo nuovo, con nuovi mezzi, con linguaggi diversi da quelli di adesso.
Alcuni passaggi avverranno in modo graduale, che forse neanche ce ne accorgeremo. Ce ne saranno alcuni che avverranno all’improvviso, per esempio quelli determinati dalle macchine. Alcuni di essi riusciremo a governarli agevolmente; altri saranno piuttosto complicati; alcuni ci renderanno più comoda la vita, altri invece ci molesteranno. Com’è sempre accaduto e come accade per molte cose, in fondo. Ma quanto e come riusciremo a confrontarci con la mutazione improvvisa o graduale, dipenderà dalla cultura personale e da quella della comunità in cui ci troveremo. La cultura rigida avrà difficoltà di adattamento; quella mobile, flessibile, flessuosa, si modellerà abbastanza facilmente.
Per esempio sarà necessario conoscere le lingue. Non una, due. Molte lingue. Anche per parlare con il vicino di casa. Ma, forse, più che conoscere molte lingue, sarà necessario essere disponibili ad apprendere rapidamente quella che serve a seconda delle circostanze.
Poi bisognerà avere una capacità di selezione ancora  più scrupolosa di quella che serve oggi. Non è  agevole nemmeno immaginare la quantità di dati e di informazioni che avremo a disposizione. Ma questo non ci renderà più sapienti, non ci darà più conoscenze, e non sapremo che farcene della maggior parte delle informazioni se non avremo  la capacità di riportare ogni dato, ogni informazione, in un contesto di senso, di elaborare punti di riferimento, di organizzare l’informe in un forma, una struttura coesa, coerente. Resterà tutto sfilacciato e sospeso, non produrrà esperienza. Poi, chissà se non sarà necessario recuperare il significato di quello che Montale diceva in “Auto da fe’”: la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso. Forse servirà imparare a levare piuttosto che a mettere, a selezionare le cellule riproduttive del sapere, a tenere – trattenere- soltanto le fondamentali unità di quel tutto che si presenta nella forma di onda gigantesca o di rivolo davanti ai nostri occhi, alla mente, alla vita.
Bisognerà reimparare tanto a ricordare quanto a dimenticare.
Quello che alcuni ritengono con certezza è che fra venti anni, fra dieci, cambierà il nostro modo di apprendere, di conoscere, di studiare, cambieranno le cose che studieremo. E’ vero. Però poi viene da domandarsi se il modo di apprendere, di conoscere, di studiare, non sia sempre cambiato, non cambi continuamente, in relazione al tempo, ai mezzi che si hanno, alle finalità, per cui qualche volta si ha difficoltà a capire in che cosa consista veramente la novità.
Poi ci sono altri – i conservatori, i tradizionalisti – che sostengono il contrario: dicono che a un certo punto si tornerà all’antico, a quello che ha dato risultati, alla ricerca di una cultura del sostanziale; è un’idea che si può sintetizzare nella considerazione  che non conta la quantità di quello che si conosce ma la sua qualità, e per qualità intendono la competenza che si ha nel riprodurre le conoscenze, nel trasferirle, nell’applicarle.
Forse la difficoltà più grande consisterà nel riuscire ad attribuire una dimensione storica alla cultura, nell’elaborarla  nel contesto di  una struttura stabile e adattabile allo stesso tempo. Si assiste spesso, già da qualche decennio e negli ultimi anni in modo più diffuso, ad un’acritica, superficiale, estemporanea  adesione a mode e modelli dall’epistemologia inconsistente, che mancano di qualsiasi radice culturale. Accade anche in contesti, come quello della formazione, che non possono prescindere dalla dimensione storica della cultura se non con il rischio di rendere inefficace qualsiasi esperienza di conoscenza. Perché ogni cultura, in qualsiasi tempo, deve indispensabilmente avere una relazione sistematica con la realtà, con l’immaginario, con i miti, con i riti, con la scienza e anche con le superstizioni, con le mentalità e le modalità di rappresentare soggettivamente e collettivamente l’universo, con le coerenze e con le contraddizioni dell’epoca,  con il senso del passato e con quello del futuro.
Forse la sostanza della cultura è proprio in questa relazione. Forse senza questa relazione non c’è cultura ma un’amorfa mescolanza  di impulsi, richiami, di bip bip  insignificanti.


 
Introna: “questa Puglia regione virtuosa trascurata dai candidati alle primarie” Stampa E-mail
Scritto da Onofrio Introna   
Lunedì 03 Novembre 2014 19:17

Finanza regionale “allegra”, bilanci “truccati”, spese “indebite” o fuori controllo, “debiti non registrati”: non cercate la Puglia nelle relazioni severe delle Corte dei Conti sulle Regioni, perché non c’è. E nemmeno negli articoli di stampa che passano ai “raggi X” i bilanci regionali: la nostra è tra le Regioni italiane virtuose.
C’era la consapevolezza di avere agito bene e qualche classifica ha già riconosciuto il rispetto delle regole della buona amministrazione che caratterizza il modello di governo di una grande Regione del Mezzogiorno come la nostra. Ora arriva l’ennesima attestazione che in questi dieci anni la gestione è stata ispirata ai criteri del “buon padre di famiglia”, quelli che adotterebbe qualsiasi bravo cittadino.
Alla Puglia degli ultimi anni, sia pure a fatica, è attribuito come tratto distintivo la sobrietà. Siamo partiti con la rinegoziazione del prestito obbligazionario della banca d’affari americana Merrill Lynch, che ha cancellato il rischio di default finanziario. E sullo stesso percorso di bonifica dei titoli tossici abbiamo accompagnato anche l’Acquedotto Pugliese. I bilanci della Regione e in particolare quello del Consiglio hanno visto riconosciuta la loro legittimità, ottenendo il giudizio di parifica della Corte dei Conti su tutte le partite contabili. E questo va a merito di tutte le forze politiche dell’Assemblea.
Il Consiglio regionale pugliese è quello che costa meno ai propri cittadini. Nel 2013, ogni pugliese ha speso solo 71 millesimi per il trattamento di consiglieri, assessori e gruppi consiliari. Nessuno come noi.
Una Puglia che ha quindi operato, amministrato e speso bene, che ha visto crescere il suo impegno nelle tecnologie del futuro (aerospazio, meccatronica, mobilità sostenibili, energie alternative, lotta all’inquinamento), che è diventata leader nella battaglia a difesa dell’ambiente e dei mari, ha investito sui giovani (i progetti Ritorno al Futuro, Bollenti Spiriti, il sostegno alle Università, le borse di studio per master e dottorati di ricerca), si è battuta per il lavoro e le aziende in crisi, per la difesa dell’occupazione, per il riconoscimento delle pari opportunità, per i diritti degli immigrati, ha difeso le sedi minori dei tribunali, ha sostenuto le tv private nella  transizione al digitale, si è spesa contro il gioco patologico e per la disciplina dei compro oro.
La sanità è cambiata, pur tra tante difficoltà, in ragione anche di un piano di rientro penalizzante, rispondendo alla giusta domanda di tutela della salute dei cittadini e avvicinandosi alle loro vere esigenze. Introducendo nuovi strumenti e tecnologie avanzate, la Regione ha assicurato un miglioramento qualitativo, senza trascurare l’impegno verso la medicina di base  e potenziando al tempo stesso il sistema socioassistenziale e il welfare.
Abbiamo reso la Puglia una regione internazionale. Alla fine di questi dieci anni è conosciuta in tutto il mondo, i nostri prodotti agroalimentari sono tra i più apprezzati e il turismo pugliese vede crescere i suoi numeri ogni anno, con prevalenza di turisti stranieri sugli italiani.
Quanto abbiamo realizzato rappresenta un risultato e allo stesso tempo un punto di partenza significativamente importante. Ma proprio in considerazione di tutto questo, per un uomo di centrosinistra, quale sono orgoglioso di essere, è inaccettabile il deludente spettacolo andato in scena fino ad oggi, in preparazione delle Primarie della coalizione.
Credo che le forze politiche, i movimenti, le associazioni, anche i singoli debbano sentirsi motivati a ritrovare lo spirito della grande partecipazione popolare del 2005, a ridare la scossa che allora impresse il cambiamento e che portò al collasso della vecchia politica nelle regionali di aprile, con l’inattesa elezione di Nichi Vendola. Un entusiasmo che abbiamo rivissuto nelle Primarie del 2010, alla vigilia della conferma elettorale del presidente Vendola, alla guida di tutto il Centrosinistra.
Si tratta di tornare a coinvolgere i cittadini sulla Puglia da costruire. Oggi dovrebbe essere più facile, perché abbiamo dato prova di essere amministratori capaci e abbiamo reso la Puglia una Regione affidabile, quella che chiede meno ai propri cittadini ed offre di più.
Però, non sono questi i temi che ascolto dai candidati alle Primarie 2014. Ed è un errore grave. Sarebbe il caso, per loro, di tralasciare argomenti banali e di rinunciare alle contrapposizioni personali rumorose ma sterili. Che ci dicano, invece, “questa è la Puglia che abbiamo difeso e rilanciato, che ha bisogno ancora di tanta attenzione e di qualche miglioramento”. Abbiamo tutti bisogno di sentire parlare, finalmente, della Puglia che dovrebbe essere e di quella che sarà.

 

 
Lecce2019, la sfida da vincere e la sfida già vinta Stampa E-mail
Scritto da Claudio Scamardella tratto da Nuovoquotidianodipuglia.it   
Martedì 07 Ottobre 2014 12:23

Ci sono sfide che meritano di essere lanciate, vissute e combattute fino in fondo. Indipendentemente dal loro esito. Quella per Lecce capitale europea della cultura è sicuramente tra queste. Certo, c'è ancora il traguardo più importante da raggiungere, c'è l'ultimo tratto da percorrere per arrivare primi. Ma il “salto” verso il futuro è comunque cominciato.
Ed è un “salto” irreversibile perché indietro non si può e non si deve tornare. Da questo punto di vista, la città e il Salento hanno già vinto. Non solo per essere arrivati in finale e giocarsi con tutte le carte in regola la conquista del titolo. Ma soprattutto per l'originale e affascinante idea-forza che sta dentro il progetto, per la diffusa e attiva partecipazione del territorio, attraverso il coinvolgimento delle scuole, dell'università, delle associazioni e degli imprenditori alla produzione di proposte e progetti per reinventare e ridisegnare una città che possa diventare un modello per l'Europa dei decenni a venire sul piano della qualità della vita, delle relazioni sociali, dell'organizzazione urbana.
Questo significa diventare per un anno capitale europea della cultura, non - come pure qualcuno ha frainteso - l'organizzazione di spettacoli, eventi attrattivi, festival e convegni culturali nell'anno 2019.
Il progetto di Lecce, con le otto Eutopie, è unanimemente considerato tra i più competitivi, se non il più competitivo tra quelli delle altre cinque finaliste in gara, come raccontiamo nell'inserto speciale di 24 pagine che domani Quotidiano (e non l'organizzazione di Lecce 2019) regalerà ai propri lettori. Basterà per superare città che possono contare sul riconoscimento dell'Unesco per il loro patrimonio? Basterà a vincere la concorrenza di città ritenute meglio sponsorizzate, in Italia e in Europa, da settori della politica e dalle lobbies? Basterà a superare il gap infrastrutturale con le concorrenti del centro-nord? Aspettiamo sereni il verdetto. Con l'avvertenza, fin da ora, di non gridare allo scandalo o aggrapparci a presunti complotti, di natura dietrologica, nel caso non dovesse bastare.
Ci sono due rischi da cui, però, bisogna assolutamente rifuggire. In caso di vittoria, il Salento sarà ancora più appetibile di oggi come terra promessa per investimenti e affari. E già si intravedono all'orizzonte tentativi di salire sul carro per “colonizzare” il progetto. Tocca alla classe dirigente del Salento, innanzitutto, tenere alta la guardia e allontanare i “mercanti dal tempio”, tenere a bada gli eventuali assalti alla diligenza da parte di vecchi e nuovi “colonizzatori”. Senza innalzare barriere populistiche e senza cadere nel provincialismo - che resta il vero male oscuro, seppur curabile, di questa terra - ma anche senza espropriare il territorio, le sue intelligenze, le sue forze dalla realizzazone di Eutopia.
L'altro rischio è lasciare interrotta la sfida in caso di esito non positivo. Al contrario, la vera sfida che il nostro territorio ha di fronte deve continuare comunque dal 18 ottobre, il giorno dopo la decisione finale della commissione. E deve essere inverata dalla volontà di realizzare in ogni caso il progetto fin qui ideato. Sappiamo bene che i grandi eventi aiutano ad accelerare i processi di cambiamento, con ricadute concrete nella promozione del territorio ed anche nella riorganizzazione e nell'ammodernamento delle infrastrutture e dei servizi. Ma guai a credere che sia l'evento in sé il volano. Chi lo ha pensato in passato, chi ha creduto che il cambiamento fosse un atto (l'evento) e non un processo si è fatto molto male. Gli esempi delle grandi manifestazioni internazionali di sport o di esposizione in Grecia, Sudafrica, Brasile e anche in alcune città della Spagna sono lì a testimoniarlo. Governare il cambiamento, realizzare i processi di trasformazione è possibile anche con un'amministrazione ordinaria, puntuale, mirata del territorio, accompagnata da scelte lungimiranti nella gestione quotidiana delle città. È possibile raggiungere così gli stessi obiettivi prefissati con il grande evento. Magari con più tempo, più lavoro, più determinazione. E magari con meno riflettori, meno passerelle, meno protagonismi. Ma i risultati arriverebbero comunque, anche senza scorciatoia.
Realizzare Eutopia. Comunque. Questo deve essere l'impegno prima ancora del verdetto. E abbiamo le risorse umane e materiali per riuscirci. In questi due anni sono caduti molti muri grazie anche (ma non solo) alla sfida di Lecce 2019. Sono caduti i muri della separatezza e dell'incomunicabilità tra segmenti importanti della società civile salentina. La messa in rete di associazioni, scuole, università, imprese intorno al progetto ha diffuso e rafforzato la consapevolezza tra chi vive e lavora in questa terra che la cultura è tra i principali volani, se non il principale volano della riconversione del modello di sviluppo di questo territorio. Non solo e non tanto il consumo di cultura, ma la produzione attiva di cultura. Perciò Lecce e il Salento sono già un laboratorio dove si sta sperimentando, nonostante le tante criticità e le non poche contraddizioni ben note a chi legge questo giornale, un binomio sempre più inscindibile tra cultura e turismo.
Non si capiscono perciò la tensione, anzi la sovraeccitazione, il nervosismo e il frenetico attivismo in rete nelle ultime ore di Berg e del suo staff, quasi come se si cercassero già in anticipo responsabilità da scaricare su altri. Per fortuna, siamo a Lecce. Italia. Per fortuna, non siamo in guerra con nessuno. Non prendiamo ordini da nessuno, né tantomeno lezioni. Non riconosciamo “santuari” intoccabili o uomini della Provvidenza. Né ci fa impressione lo “squadrismo” da salotto, avendo combattuto gli squadristi veri. Preferiamo dirlo in latino, molto più bello e profondo dell’inglese: Unicuique suum. A ciascuno il suo (ruolo). Il nostro ruolo è stato quello di aver creduto fin dall’inizio nella candidatura. Di aver sfidato la generalizzata diffidenza e contribuito a farla superare anche a quanti oggi fanno i testimonial e sono saliti, novelli capipopolo, in passerella. Di aver accompagnato poi il progetto passo dopo passo per due lunghi anni. Ma con la nostra libertà, la nostra autonomia, le nostre idee. E anche le nostre critiche. Ora aspettiamo tranquilli e con fiducia le decisioni dei commissari. A testa alta. E continuando a svolgere il nostro ruolo di informazione della comunità, come dimostra l’inserto speciale che Quotidiano (non Lecce 2019: repetita iuvant) regalerà domani ai lettori. Appunto: Unicuique suum. Che significa anche: ognuno stia al suo posto.

 
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