Politica Nazionale
Pd, Minniti si candida alla segreteria: “Non sono l’uomo di Renzi. Il Partito va rivoltato Stampa E-mail
Scritto da Tratto da ilfattoquotidiano.it   

All’assemblea Pd di sabato è rimasto in disparte. Qualcuno lo ha visto chiacchierare con Martina, poi una presenza fugace nella sala dell’Ergife, lasciata anzitempo. Marco Minniti ha aspettato la vetrina dell’intervista a Repubblica per annunciare la sua candidatura alla segreteria del Partito democratico. L’ex ministro precisa subito di non essere “lo sfidante renziano. In campo c’ è solo Marco Minniti”. E ritiene questa decisione obbligata per “evitare l’estinzione del Partito democratico”.  Un Pd contro cui è durissimo: “Ora si parla di cambiare il nome, quando il problema vero è cambiare radicalmente il partito, rivoltarlo come un calzino“, dice a In Mezz’ora in più a Lucia Annunziata. La trasmissione di Rai3 è la seconda vetrina per il lancio della sua candidatura e un palco da cui attaccare soprattutto le correnti: “Non oso immaginare quale sia il senso dello scacco politico se nessuno dei candidati riuscisse ad arrivare al 51%, se nessuno lo raggiungerà l’assemblea nazionale sancirà che il Pd è una confederazione di correnti“.
E per questo Minniti non vuole a sua volta essere marchiato come l’uomo di una corrente, quella renziana: “Penso di aver dimostrato in questi anni di aver una capacità di autonomia politica e una cosa che non si può dire è che io non abbia dimostrato carattere”, ribadisce su Rai3, smentendo anche l’ipotesi di un ticket con Teresa Bellanova: “È una brava parlamentare, ha fatto bene al governo. Ma il ticket non è all’ordine del giorno“.
L’intervista a In Mezz’ora in più “I renziani decideranno loro per chi votare: ma noi dobbiamo fare un congresso per parlare al Paese”, afferma l’ex ministro dell’Interno. “Un congresso ripiegato su se stesso, in cui si tiene a segnare la distanza tra una personalità, è sconfitto in partenza: dobbiamo parlare di politica, non di persone. Poi è certo che ci sia un nucleo riformista che va salvato”, dice Minniti. Che sullo stesso Matteo Renzi aggiunge: “Penso che si sia assunto delle responsabilità importanti dopo la sconfitta. Si è dimesso prendendosi anche colpe non sue. Io considero sbagliato e diseducativo che tutte le persone che quando Renzi era al potere gli erano vicine, adesso non fanno che marcare le distanze”.
Non saranno i renziani,dopo la bocciatura del ticket con Bellanova, il “riferimento” di Minniti che invece nello studio di Lucia Annunziata cita “i sindaci“, dopo la raccolta firme a suo favore. “La mia candidatura non è espressione di una corrente o di un’area politica”, afferma. “Ora si parla di cambiare il nome del Pd – continua l’ex ministro – il problema vero è cambiare radicalmente il partito, rivoltarlo come un calzino”. “Io voglio rinnovare, mettere in campo persone capaci indipendentemente dalle correnti”, promette Minniti parlando di “una piccola riforma copernicana”. Poi insiste nella critica alle correnti: “Non oso immaginare quale sia il senso dello scacco politico se nessuno dei candidati riuscisse ad arrivare al 51%, lo raggiungerà l’assemblea nazionale sancirà che il Pd è una confederazione di correnti“.
L’intervista a Repubblica
Minniti teme l’estinzione del Pd: è il vero pericolo che ”stiamo correndo noi e la democrazia italiana. So bene – dice a Repubblica – che le scorse elezioni sono state più di una sconfitta. C’è stata una rottura sentimentale con i nostri elettori. Questa è la sfida del Congresso. Io non cerco scorciatoie”. L’obiettivo dunque non è ”tornare semplicemente al governo. La sconfitta del nazionalpopulismo è possibile solo si riesce a parlare con la società italiana. Va ricostruita una connessione. Serve un Congresso che parli all’Italia, non un regolamento dei conti interni”, spiega Minniti.

 
Il centrodestra si sgretola, Berlusconi: “Clima illiberale”. Salvini: “Sciocchezze da burocrati Ue Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Ilfattoquotidiano.it   

Il centrodestra si sgretola sotto i colpi a distanza tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Se i due storici alleati fino a questo momento avevano cercato di salvare le apparenze del dialogo per governare insieme almeno sul territorio, oggi sono arrivati allo scontro frontale. La prima provocazione è stata dell’ex Cavaliere che da settimane soffre la posizione defilata in cui lo ha rifilato il leader del Carroccio: “C’è un’aria di illibertà, siamo in una democrazia illiberale, anticamera della dittatura, se continua così”. Un attacco preciso al governo Lega-M5s che Berlusconi ha anche assicurato “cadrà” presto perché “gli alleati della Lega non deluderanno gli elettori di centrodestra”. La delusione però per l’ex Cavaliere è arrivata subito dopo e per bocca di Matteo Salvini: “Io certe sciocchezze le lascerei dire ai burocrati di Bruxelles e ai frustrati di sinistra. Chi parla di rischio dittatura in Italia non ha ben presente che l’Italia sta bene. Mi dispiace che Berlusconi usi le parole che di solito usano i Renzi, le Boldrini e gli Juncker“. Il clima è quello della rottura definitiva tra i due, anche se ancora a livello locale Lega e Forza Italia si presentano come alleati e l’accordo prevede che così continuino a fare anche nei prossimi appuntamenti elettorali. In realtà la tensione non è cosa nuova da quelle parti: l’ultimo caso a fine ottobre quando Salvini ha fatto “ripartire il centrodestra” convocando Giorgia Meloni e ignorando per il momento proprio il leader Fi.
Video di M.Episcopo
Berlusconi attacca il governo Lega-M5s ad ogni occasione. “Di Maio e Salvini”, ha detto anche oggi tra gli applausi dei giovani Fi a Roma, “non dureranno molto insieme e, quando si aprirà la crisi, ci saranno solo due possibilità. La prima: il Capo dello Stato valuterà la situazione e darà un mandato a un governo di centrodestra, espressione della maggioranza che ha vinto le ultime elezioni politiche, che trovi i voti necessari mancanti in parlamento”. E ha quindi assicurato: “Nel gruppo misto e nelle opposizioni ci sono molti parlamentari che non vorranno andare a casa. Ci sono poi alcuni parlamentari che faranno i conti anche con il loro portafogli, perché partecipando a un gruppo autonomo potranno tenersi i 14mila euro dello stipendio anziché versarne 8mila al loro partito”. Un concetto sottolineato dal leader azzurro anche nel discorso di 25 pagine consegnato alla stampa: “Sono certo che siano molti, nel gruppo misto, ma anche fra i deputati e dei 5 stelle e del Pd, a non volere una fine anticipata della legislatura che per loro sarebbe esiziale. L’altra strada possibile è quella del voto dove il centrodestra otterrebbe una maggioranza solida e sufficiente a governare”. L’attacco di Berlusconi sul “clima illiberale” è arrivato invece al momento di parlare delle critiche ai giornalisti fatte dal Movimento 5 stelle in riferimento a come il processo a Virginia Raggi sarebbe stato trattato sui giornali. Nel merito Salvini non ha voluto esporsi troppo contro gli alleati M5s e ha difeso la loro posizione, evitando le accuse dirette: “Solidarizzo con i colleghi giornalisti che fanno bene il loro lavoro, non con chi applica pregiudizi“, ha detto. “Faccio il giornalista e apprezzo la libertà di pensiero e critica, ma a volte non c’è informazione ma pregiudizio nei confronti di questo. Ma me lo tengo per me e vado avanti”.

Le parole di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che hanno criticato apertamente articoli e giornalisti sulla sindaca di Roma, continuano a far discutere. E le opposizioni chiedono che il governo prenda le distanze da quelle dichiarazioni. E in particolare dal post su Facebook dell’ex deputato Di Battista che ha definito i cronisti “pennivendoli puttane”. Il candidato alla segreteria Pd Nicola Zingaretti ad esempio, ha detto che l’unica strada è quella delle scuse: “Sono contento che Virginia Raggi sia stata assolta”, ha scritto su Facebook. “Lo sono dal punto di vista personale e umano. E lo sono politicamente perché ho sempre sostenuto nella mia vita il rifiuto totale di scorciatoie giudiziarie per affrontare nodi e battaglie che sono politiche. Ora tutti si aspettano che, comunque, a Roma si volti pagina perché così non si può andare avanti. Noi siamo pronti a dare una mano. Ma, per cortesia, vergognatevi per la vostra aggressività questa volta verso i giornalisti”. Intanto la Federazione nazionale della stampa italiana ha annunciato una manifestazione per il 13 novembre. “Basta attacchi ai giornalisti. Gli insulti e le minacce di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista non sono soltanto l’assalto ad una categoria di professionisti, ma rappresentano anche e soprattutto il tentativo di scardinare l’articolo 21 della Costituzione e i valori fondamentali della democrazia italiana”.


Sul fronte 5 stelle però, la linea rimane la stessa. “Ciascuno ha il suo stile”, ha detto il ministro M5s della Giustizia Alfonso Bonafede a “Mezz’ora in più”, “non avrei usato quei termini, ma non commento post di colleghi che esprimono il proprio pensiero. Non mi scandalizzano quei termini, mi scandalizzano di più i due anni di massacro e fango sulla Raggi”. Sul Blog delle Stelle è invece intervenuto il giornalista e ora senatore M5s Gianluigi Paragone: “Evidentemente spiazzati dall’assoluzione di Virginia Raggi e dalla impossibilità di chiudere il film che avevano già preparato nelle riunioni di redazione, il problema ora sono le parole di Luigi e di Alessandro sui giornalisti”. E ha continuato: “Le grandi firme del giornalismo italiano hanno consumato il loro transito dall’estrema sinistra (ah, quanti di loro militavano nelle file dei gruppi extraparlamentari…) ai salotti buoni del capitalismo italiano. Ai salotti, se va bene. Non sarebbe giusto svelare ai propri lettori che il commentatore PincoPallino prende soldi come relatore o moderatore ai dibattiti curati dalla banca X o dal fondo Y? Guarda caso sempre gli stessi. Perché non facciamo una bella lista di giornalisti furbini che partecipano a pagamento alle convention di grandi gruppi finanziari?”. Ha chiuso parlando del “marchettificio che c’è nelle redazioni“: “E chiediamo anche quanto gli editori pagano alle firme d’oro per commentare argomenti di cui non sanno nulla, come ho dimostrato nel caso del Tav, o di cui non hanno capito nulla come dimostrano le figuracce memorabili da Trump a Brexit, dal referendum costituzionale al voto del 4 marzo scorso”.

 
Quirinale: Stefàno (Sel), "Mattarella guardiano rigoroso della Costituzione" Stampa E-mail
Scritto da Redazione   

“Sergio Mattarella sarà il Presidente degli Italiani. Ha già dimostrato in passato di essere una persona perbene e sono certo sarà garante dei processi democratici, svolgendo con autorevolezza e affidabilità il ruolo per il quale è stato chiamato". E’ il commento del senatore Dario Stefàno a pochi minuti dalla elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. 
“Abbiamo contribuito convintamente alla sua elezione - continua Stefàno - perché ne riconosciamo la statura morale, politica e istituzionale e perché questa scelta può premiare chi si è opposto da sempre alle logiche del Patto del Nazareno. L’obiettivo politico dichiarato fin dall’inizio era, infatti, quello di superare e andare oltre uno strano patto che rischiava di trasformarsi in una palude per gli stessi partiti di centrosinistra al governo e, ancor peggio, per il Paese”.
“L’elezione di Mattarella apre sicuramente una stagione nuova per le istituzioni ma anche per le forze politiche in campo perché potrebbe essere una buona occasione per segnare un cambio di rotta con cui si può recuperare una traccia comune e un rapporto “sano” e genuino tra i partiti di centrosinistra. E questo il centrodestra l’ha capito, agendo scomposto e non riuscendo a nascondere la propria agitazione".
"Chi però utilizza questa elezione per immaginare automaticamente nuove maggioranze si sbaglia. La scelta per il Quirinale è una cosa, il giudizio sugli indirizzi e sulle politiche di questo governo è un’altra. Da domani continueremo a batterci per i lavoratori colpiti dal jobs act, contro gli effetti dello Sblocca Italia e della Legge di Stabilità e contro una legge elettorale peggiore del Porcellum”.
“Oggi però -conclude Stefàno - festeggiamo l’elezione di Mattarella che, in una fase importante di riforme costituzionali e istituzionali, ci dà tranquillità sull’indipendenza di un ruolo fondamentale a garantire l'autonomia dell'assemblea legislativa rispetto all’esecutivo e assicurare l’equilibrio tra poteri. Sarà un Presidente sobrio ma autorevole, un guardiano rigoroso del rispetto della Costituzione. Quello di cui l’Italia ha bisogno”.

 
Ecco come cambierà l'Italicum. Preferenze e soglie: le novità Stampa E-mail
Scritto da Tratto da affari italiani.it del 19 settembre 2014 di Alberto Magni   

Nell'ultimo faccia a faccia a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio e l'ex Cavaliere hanno trovato un sostanziale accordo sui cambiamenti alla riforma elettorale. Compromesso per quanto riguarda il capitolo spinoso delle preferenze (ecco cosa cambia) e modifiche alle soglie di sbarramento (tutte le novità). Una soluzione che cerca di accontentare sia la minoranza Pd sia Alfano e i centristi dell'Udc
L'accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi su come modificare l'Italicum è stato sostanzialmente trovato nell'ultimo faccia a faccia a Palazzo Chigi. Le proposte del premier e segretario del Pd - secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it - sono state accettate dall'ex Cavaliere. La più importante è quella che riguarda la mediazione sulle preferenze: il capolista nei collegi o circoscrizioni (comunque relativamente piccole) sarà bloccato, mentre gli altri candidati verranno scelti dai cittadini. La minoranza dem vorrebbe le preferenze classiche, come per le Europee, ma il leader di Forza Italia ha detto chiaramente al presidente del Consiglio che questa è l'unica soluzione possibile e che oltre non può andare.

L'altro tema di rilievo è quello delle soglie di sbarramento. La prima verrà innalzata al 40%, livello oltre il quale scatterà il premio di maggioranza evitando così il ricorso al ballottaggio. Si trattà di uno sbarramento che varrà sia per le singole liste sia per i raggruppamenti di partiti. L'obiettivo è quello di favorire così la formazione di coalizioni. La soglia per i partiti in coalizione, come chiesto da Angelino Alfano e dai centrisi dell'Udc (ma anche da Fratelli d'Italia), scenderà ulteriormente dal 4,5 al 4%. Previsto anche l'abbassamento dall'8 al 6 o 6,5% dello sbarramento per i partiti che si presentano da soli e quindi al di fuori di coalizioni.

 
Il Financial Times boccia il piano del governo Renzi: " Non è la cura per l'Italia". Stampa E-mail
Scritto da Tratto dal Fatto Quotidiano di venerdì 14 marzo 2014   

"La medicina di Matteo Renzi non curerà l'Italia". E' il titolo di un editoriale pubblicato dal Financial Times, che boccia il piano annunciato dal premier per far ripartire il Paese. "Una riduzione delle tasse per coloro che guadagnano poco (80 euro in più in busta paga a 10 milioni di italiani), ha un buon senso politico, ma non aumenterà la competitività del Paese", osserva il quotidiano britannico parlando della" ricetta per l'Italia" presentata mercoledì scorso dal presidente del Consiglio italiano.

"Renzi vuole finanziare una parte delle sue elargizioni attraverso un misto di tagli alla spesa e tasse più alte sul reddito di capitale", scrive il giornale, sollevando dubbi sulle coperture. "Questo ha senso, ma questi soldi finanzieranno solo una parte delle promesse fatte dal premier". Lo stesso presidente del Consiglio, ricorda il FT, ha ammesso che " una parte dei fondi necessari dovrà essere reperita attraverso il debito".

Quanto al debito pubblico, salito a gennaio a oltre 2.089 miliardi di euro, l'Italia dovrebbe cercare di tagliarlo di 2mila miliardi, non aumentarlo. Quindi la domanda principale è come spenderà i soldi che intende prendere in prestito". Mentre per la ripresa dell'economia, secondo il quotidiano inglese, bisogna abbassare le tasse alle aziende, non ai dipendenti. "Sarebbe stato meglio concentrare la limitata capacità di fuoco per aiutare le imprese, tagliando in modo più profondo le tasse che pagano. Questo permetterebbe alle aziende di abbassare i prezzi dei prodotti che vendono all'estero e di assumere di più.

Il FT ribadisce infine che l'uscita dalla crisi è ancora lontana per l'Italia. "La speranza era che Renzi ravvivasse l'economia italiana", spiega il quotidiano. " Ma mentre la crescita è finalmente tornata, le previsioni restano fragili, con la disoccupazione bloccata attorno al 13% e la produzione industriale 25 punti sotto i livelli pre-crisi".

Mentre la Germania prende tempo aspettando di prendere una posizione riguardo al piano di Renzi, "il governo tedesco è consapevole dell'ambizioso progetto di riforme dell'esecutivo italiano", annuncia il portavoce Steffen Selbert, spiegando che "certamente lo illustrerà alla cancelliera Angela Merkel e ne parleranno. Ma non voglio anticipare i contenuti di quel che diranno subito dopo". Il premier vedrà lunedì la cancelliera, mentre sabato sarà all'Eliseo per un incontro con il presidente francese Francois Hollande.

 
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