Eventi
Lecce – Teatro Politeama Greco - Octavio De la Roza- Etoile de Béjart Sabato 16 marzo Stampa E-mail
Scritto da Pantaleo   

 

Lecce. Iniziano oggi alle 21,00 con il balletto Life del coreografo e ballerino Octavio de la Roza presso il Teatro Politeama Greco di Lecce, una serie di spettacoli curati dal direttore artistico Avv.Sonia Greco, che si protrarranno fino a Maggio 2013. A parte pubblichiamo il calendario degli eventi. Adamo ed Eva. La giovane coppia percorsa dal vigore dell' amore, scrive una pagina di quel dialogo amoroso dei corpi, delle anime e dello spirito, incisa per lʼeternità in ciascuno dei loro discendenti che tuttavia la reinventano quando sʼincontrano i loro due respiri.

 

La vita, lʼamore, il desiderio e la passione, la nascita e la morte convivono per creare questo spazio unico. La coppia diventa allora quel luogo nuovo, dai corpi perfettamente lavorati dalla tensione dei sentimenti,attraverso movimenti sensuali e tecnici che esplodono con furia e voluttà fino ad consumarsi in una straordinaria padronanza della propria arte. La grande danza, linguaggio allʼombra dellʼanima, talvolta realistica o fantasiosa, onirica o prosaica, trasporta verso lʼintimo, accarezza lʼorizzonte portando nella sua ebbrezza i ballerini come il pubblico.

Octavio de la Roza, coreografo imprevedibile e incantatore, ci ha già conquistato con le sue precedenti creazioni “Voulez-vous danser, Gainsbourg?” e “Tango, mon amour” particolarmente apprezzate dal pubblico del Festival di Avignon 2011 e 2012 porta in scena e in ritmo unʼopera che apre il campo ad un un tema così logorato pertanto con lo slancio nuovo della coppia innamorata per la prima volta. Viaggio fragile e possente attraverso le regioni confinanti della danza e degli arcani dei cuori presi.

OCTAVIO DE LA ROZA Coreografo - Ballerino
Nato a Buenos Aires Octavio Stanley, ha deciso nel 2007 di adottare il nome di Octavio de la Roza. Ha iniziato a ballare all'età di 6 anni con lezioni di tip tap e successivamente entra nella Scuola di Ballo dell'Istituto Superiore d'Arte Teatro Colón. Notato da Maurice Béjart, ha ricevuto una borsa di studio per l'Ecole Atelier Rudra Béjart e segue un corso presso l'Ecole de Danse de l'Opéra de Paris. Nel 2000, si è unito al Bejart Ballet Lausanne. Maurice Béjart gli assegna presto il primo ruolo nel "Bolero" e molti altri principali come "l’Elu" in " La sagra della primavera ", "Tamino" in "Il flauto magico".... Béjart ha creato per Octavio de la Roza "L'après-midi d'un faune ", "Solo greco", " L'aigle noir ", "Che, Quijote y bandoneon ", " Le chant du clown errant " e gli dedica il libro "lettere a una giovane ballerino". Nel 2008, Octavio de la Roza inizia le sue creazione coreografiche e fonda la società Octavio de la Roza. Ha vinto il Primo Premio nel Concorso Coreografico 2011 nella città di Millau.

PREZZI

PLATEA/PALCHI Intero euro 15,00 + 1,50 (prevendita); PLATEA/PALCHI Ridotto* euro 10,00 + 1,00 (prevendita); PLATEA/PALCHI Bambini under 8 euro 5,00 + 0,50 (prevendita); * over 65, under 28, abbonati Stagione Teatrale 2012-13; I biglietti sono in vendita esclusivamente presso la Biglietteria del Teatro ed on-line da questo sito. L'acquisto online dei biglietti a prezzo ridotto (*) ed Under 8 deve essere provato al momento del ritiro del biglietto al Botteghino del Teatro dall'appartenenza alle categorie indicate

 

 
OTRANTO: Il 18 e 19 marzo le Tavole di San Giuseppe Stampa E-mail
Scritto da Luigi Martano   

Il 19 marzo di ogni anno a Otranto ma più in particolare nei comuni limitrofi di Giurdignano, Uggiano la Chiesa e Minervino di Lecce si celebra il rito delle "Tavole di San Giuseppe" a Otranto preparate dagli alunni dell’Istituto Alberghiero. Si tratta di una cerimonia antichissima che alcuni fanno risalire all'epoca Medioevale allorquando i nobili locali offrivano dei banchetti ricchi di pietanze ai più bisognosi. Col tempo si è evoluta divenendo la celebrazione in onore a San Giuseppe di oggi. In cosa consiste È un rito particolarissimo che consiste nella preparazione, a casa di ogni devoto al Santo, di tavole ricche di pietanze, alcune delle quali legate esclusivamente a questa ricorrenza. Il 19 marzo, intorno a mezzogiorno, si da avvio ad una cerimonia che si conclude con il dono dei piatti ai "Santi", ovvero persone invitate dal devoto alla celebrazione e che ricoprono il ruolo di una delle tredici figure sacrali previste. Chi prepara la tavola Si tratta di persone che hanno ricevuto una grazia da San Giuseppe e che con questo rito, che molto spesso li accompagnerà per tutta la vita, danno compimento al voto fatto.I "Santi" Il devoto alcuni giorni prima della celebrazione individua le persone che dovranno poi ricoprire il ruolo di un Santo. Le Tavole, a seconda del voto espresso, possono essere composte da un minimo di tre fino ad un massimo di tredici Santi; non possono però essere in numero pari. Le tre figure "sacre" minime, presenti quindi in ogni tavola, sono la Vergine Maria (ruolo quasi sempre ricoperto da una giovane vergine), Gesù bambino (solitamente un bambino o un giovane) e San Giuseppe (spesso una persona anziana). A questi si aggiungono, per la tavola da cinque elementi, Sant'Anna, e San Gioacchino; a quella da sette Sant'Elisabetta e San Giovanni; a quella da nove San Zaccaria e Santa Maria Maddalena; da undici Santa Caterina e San Tommaso; infine da tredici San Pietro e Sant'Agnese. La Tavola Nei giorni che precedono la celebrazione, nelle case domina la frenesia dei preparativi. La tavola deve essere curata nei minimi dettagli ed imbandita con i prodotti della terra e i piatti tipici della tradizione contadina. Tra le varie pietanze un ruolo importante è ricoperto da un grosso pane (visibile in foto) di forma circolare e vuoto al centro. Sulla crosta riporta dei simboli che identificano il "Santo" a cui è destinato il pane; le tre sfere simboleggiano Gesù bambino, il rosario la vergine Maria, il bastone San Giuseppe. Il rito Il pomeriggio antecedente le celebrazioni il Parroco si reca nelle famiglie che hanno imbandito una tavola e provvede alla benedizione. Anche i "Santi" avranno cura di redimere i propri peccati attraverso la confessione e di arrivare alla celebrazione puri. Giunge così il 19 marzo. Intorno a mezzogiorno, subito dopo la fine della celebrazione religiosa in chiesa, i vari "commensali" si riuniscono intorno alla Tavola. Si dà così inizio al rito. Il soggetto che impersona San Giuseppe detta i tempi; egli inizia con l'assaggio di una pietanza accompagnata dalla preghiera. Una volta terminato tocca agli altri commensali procedere con gli assaggi, fino a che "San Giuseppe" non batte per tre volte la forchetta sul suo piatto; I commensali interrompono il pasto e iniziano con la preghiera. Quindi un devoto introduce una nuova pietanza ed il ciclo si ripete. Tutto il rito è scandito dalle preghiere e dal rosario; tutti i partecipanti, commensali e presenti sono guidati da una voce narrante. Le pietanze che si succedono nell'assaggio sono nove e sono rispettivamente: 1. i lampascioni, 2. i vermiceddhri, 3. i bucatini al miele e con mollica di pane fritta, 4. i ceci bolliti in "pignata" (pentola in terracotta), 5. i cavoli lessi con olio d'oliva, 6. il pesce fritto, 7. lo stoccafisso al sugo e cipolle, 8. le pittole e i "fritti" al miele 9. il finocchio. La bevanda presente è il vino. Un altro modo di adempiere al voto La devozione al Santo e l'adempimento del voto può essere effettuato anche attraverso la preparazione di un pane particolare detto, appunto, pane di San Giuseppe. I devoti, nei giorni che precedono la festività, lo distribuiscono ai fedeli all'uscita dalla chiesa o procedono alla sua consegna passando casa per casa. Il ricevente del dono avrà cura di ringraziare il devoto recitando una preghiera, in genere il Padre Nostro e dedicandola al devoto. Il pane può essere accompagnato, o sostituito, da una piatto particolare del posto, una pasta chiamata "vermiceddhri". Le tavole in Italia La tradizione pare avere degli eguali in Italia, tracce sono segnalate in alcuni comuni della Sicilia e della Lucania. Proprio il comune di Giurdignano da alcuni anni, grazie all'opera dell'associazione culturale "Sant'Arcangelo de Casulis" ha avviato dei gemellaggi con questi comuni.

 
“LA TRAVIATA”: VENERDI’ 8 MARZO AL POLITEAMA DI LECCE Stampa E-mail
Scritto da Redazione   

Gran finale della 44^ Stagione Lirica Tradizionale della Provincia di Lecce 2013: venerdì 8 marzo, alle ore 20.45, nel Teatro Politeama Greco a Lecce, si alzerà il sipario sull’ultima opera in cartellone, “La Traviata” di Giuseppe Verdi. Oggi, nella Pinacoteca del Museo provinciale “Sigismondo Castromediano” a Lecce, sono stati illustrati tutti i particolari della messa in scena del capolavoro verdiano. Ospiti due artisti di calibro internazionale come Lindsay Kemp, il celeberrimo coreografo, attore, ballerino, mimo e regista britannico, che di “Traviata” sarà il regista, e il coreano Min Chung, maestro concertatore e direttore d’orchestra dell’opera verdiana, giovanissimo figlio di uno delle più rinomate “bacchette” al mondo, che a Lecce farà il suo debutto europeo. A passarsi la parola, rispetto ai vari aspetti della serata, erano presenti la vice presidente e assessore provinciale alla Cultura Simona Manca, il direttore artistico della Stagione Sergio Rendine e il regista collaboratore David Haughton. A moderare l’incontro il direttore di produzione Antonio De Lucia, ringraziato da tutti presenti per il suo impegno e la sua competenza. “Quale migliore opera di Traviata, che oltretutto va in scena l’8 marzo, da dedicare a tutte le donne che spendono la loro vita in funzione di un sentimento importante quale è l’amore”, ha esordito la vice presidente assessore alla Cultura della Provincia di Lecce Simona Manca che, soffermandosi sui ringraziamenti a tutti coloro che ha reso possibile questa 44^ Stagione, ha encomiato il direttore artistico Sergio Rendine, “che ha portato un’ondata di fresco e di novità e ci ha fatto registrare il tutto esaurito”. Un accenno poi, al progetto per i giovani: “I ragazzi leccesi e salentini sembrano diventati tutti melomani”, ha detto, “le richieste quest’anno sono state tantissime”. Un breve bilancio della Stagione è stato tracciato dal direttore artistico Sergio Rendine, che ha sottolineato “la gioia di vedere il teatro sempre pieno, per produzioni che si sono distinte per qualità. Chiudiamo doverosamente l’anno verdiano con l’opera più eseguita, un capolavoro di dramma ed interiorità. Non ho vergogna di dire che al mio millesimo ascolto di Traviata mi scendono ancora le lacrime. In questa produzione le sensazioni dell’animo escono di più rispetto ad altre, altrettanto pregevoli. Qui non si cerca il colpo sulla novità, si cerca l’emozione, lo sguardo, il patos dei personaggi con la raffinatezza e la maestria di Lindasay Kemp”. Citazione anche per il direttore d’orchestra, da lui definito “giovane e bravissimo, che unisce alla forza dirompente e all’entusiasmo della giovinezza, il rigore e la conoscenza. La sua sarà un’interpretazione filologica. Mi vanto di aver catturato il suo debutto in Europa”. E’ intervenuto anche il maestro Min Chung: “E’ un onore essere qui in Italia; anche 160 anni dopo la prima rappresentazione continuiamo a metterla in scena con le stesse emozioni, perché i sentimenti umani non cambiano mai”. La prima rappresentazione di Traviata andò in scena il 6 marzo 1853 alla Fenice di Venezia; a Lecce approdò nel 1859, al Teatro San Giusto. La simpatia, le parole, il carisma di Lindsay Kemp hanno poi incantato la platea della conferenza. “E’ un grande piacere essere tornato a casa mia a Lecce”, ha dichiarato l’eclettico artista. “Sono stato qui tante volte come ballerino con la mia compagnia e con quella di Fredy Franzutti, ma questa è la prima volta col mio cappello da regista. Ed è ancora più bello perché Traviata è la mia opera preferita, con un gruppo di collaboratori eccellenti e un cast di cantanti-attori veramente splendidi. Mi sono trovato molto bene con il Coro, del quale ho cercato di esaltare ogni carattere, ogni identità”. “Tutto suona bellissimo all’orecchio, ho cercato di renderlo bellissimo anche per gli occhi. Sappiamo che ci sono meno soldi per tutto, soprattutto per la cultura, ma non sento di aver fatto alcun compromesso artistico. Il mio sforzo è quello di seguire il più possibile le intenzioni e lo spirito di Verdi. Ogni movimento, ogni gesto, ogni colore (dei costumi e delle scene) è un tentativo di tradurre la musica e le emozioni di Verdi. Non cerco mai di essere originale, se accade è un incidente e, per fortuna, sono soggetto a molti incidenti. Mi sono ispirato a pittori come Degas e Toulouse Lautrec e il mio tentativo è portare bellezza in palcoscenico e di incantare il pubblico. Spero ardentemente che questa produzione di Traviata trasmetta la sua magia al pubblico leccese”. L’opera romantica in tre atti, su libretto di F. Maria Piave e musica di Giuseppe Verdi, di scena l’8 marzo, sarà replicata sabato 9 marzo 2013, ore 20.45, e domenica 10 marzo ore 18. L’11 marzo, poi, sarà al Teatro Verdi a Brindisi (sipario 20.45). Il cast di “Traviata”: Violetta Valéry Burku Uyar (8 e 10 marzo), Mina Yamazaki (9 marzo); Alfredo Germont Massimiliano Pisapia (8 e 10), Marco Iezzi (9); Giorgio Germont Giampiero Ruggeri (8 e10), Pierluigi Dilengite (9); Flora Bervoix Letizia Del Magro, Annina Martina Capasso, Gastone Orlando Polidoro, Barone Douphol Francesco Baiocchi, Marchese D’Obigny Angelo Nardinocchi, Il Dottore Grenvil Gianfranco Zuccarino, Giuseppe - domestico Fabio De Benedetto, Domestico e Commissario Giorgio Schipa. Ballerini solisti: Daniela Maccari, Antonio Aguila. Nella serata si esibirà il Coro lirico di Lecce; maestro del coro Emanuela De Pietro. L’Orchestra è la “Tito Schipa” di Lecce. Regista assistente e coreografo è Daniela Maccari, aiuto regista Francesca Rollo. La scenografia è a cura di Alfredo Troisi, mentre i costumi sono di Lindasay Kemp. Anche per “Traviata” è in programma l’incontro, l’ultimo, del ciclo di conferenze di introduzione alle opere intitolato “Ouverture”, promosso dall’associazione “Amici della lirica”, che si terrà presso il Museo “Castromediano” a Lecce, giovedì 7 marzo alle ore 18.30. La conferenza su “Traviata” sarà curata dalla professoressa Wanda Gianfalla, che illustrerà al pianoforte, con esempi diretti, la struttura di Traviata.

 
CALIMERA: SAN BIAGIO E LI CRAUNARI Stampa E-mail
Scritto da Massimo Negro   

 

CALIMERA. Dal mal di gola ai carbonari, o craunari in dialetto. Capita a Calimera dove il 3 febbraio il Vescovo Biagio viene festeggiato non solo come protettore contro il mal di gola ma anche come protettore di coloro che trasformavano la legna in carbone. San Biagio della Macchia, perché proprio ai margini di una macchia, di una boscaglia, sorgeva l’attuale sito dedicato al santo. Attualmente l’edificio, di cui racconterò dopo le caratteristiche, è inglobato all’interno dell’area della Masseria San Biagio; un grande complesso agrituristico molto noto per il suo allevamento e per i prodotti molto apprezzati. Qualche settimana prima vi era stata mia figlia con la scuola e, personalmente, avendo sentito parlare molto bene del posto, non vedevo l’ora di andare a visitarlo. La struttura è in aperta campagna sulla strada che conduce a Melendugno. Lasciata la macchina e chiesto il permesso di entrare e scattare qualche foto, mi sono avviato borsa in spalla lungo il sentiero che porta verso l’edificio religioso. Il sito appare in ampio spiazzo verde e, da subito, è evidente lo stato precario in cui si trova. Avvicinandomi il contesto risulta più chiaro. Questo piccolo edificio è suddiviso su due piani. Il piano ipogeo dove si trova l’ambiente dedicato alle pratiche religiose, e il piano superiore il cui tetto è crollato e ora vi è un’ampia impalcatura la cui funzione dovrebbe essere quella di impedire che l’acqua piovana indebolisca ulteriormente la struttura. Al piano superiore non è possibile accedere, per quanto all’esterno, sul lato destro vi sono delle scale che conducono alle due stanze che lo compongono. La parte superiore dovrebbe risalire al XVIII secolo ed utilizzata per fini abitativi. Non mi risulta che vi siano elementi degni di nota all’interno.
Intorno alla chiesa, ove la roccia non è stata tolta per aumentare il terreno coltivabile, vi sono ancora i segni del passaggio di carri. La sezione più interessante è quella semi-ipogea, articolata in due vani. Il primo è quello di accesso, con le scale che conducono all’interno della successiva stanza, ove è collocato l’altare. Scendendo i gradini, sui due lati il piano resta ad un livello pari a quello esterno. Sulla sinistra ci sono tre vasche servite per dar da mangiare agli animali, mentre sulla parte destra non vi è nulla di rilevante ad eccezione di una sorta di rozza acquasantiera posta nelle vicinanze della porta di accesso alla chiesa-cripta. E sopra l’arco della porta d’ingresso vi è un’iscrizione su lastra lapidea datata 1758, sulla quale vi è scritto – “INGREDERE LIMINA PURUS” (il puro varchi la soglia). Entrando nel secondo vano, puntellato per dare maggior sicurezza visto lo stato precario del sito, sul lato opposto a quello di accesso vi è un rozzo altare, preceduto da un ampio gradino su cui molto probabilmente si poneva il celebrante. Sopra l’altare, un affresco in cui sono ritratti San Biagio e Sant’Eligio. Quest’ultimo è il patrono dei maniscalchi e dei massari. Il tutto a testimoniare l’ambiente tipicamente agricolo che caratterizza il contesto nella sua interezza. L’affresco è databile anch’esso nel XVIII secolo. Entrambi i vani semi-ipogei hanno la volta a botte. Per quanto concerne le origini, personalmente ritengo che la data menzionata sulla lapide sia sostanzialmente veritiera, per lo meno per quanto riguarda la trasformazione in chiesa o cappella votiva. La struttura e i contrafforti esterni ricordano molto la chiesa di Apigliano, per cui è probabile che prima dei rimaneggiamenti del ‘700, il sito possa far risalire le sue origini al medioevo. Vi è anche l’ipotesi che, quello che è giunto sino a noi, possa essere ciò che rimane di un antico insediamento di laure basiliane. Personalmente non conosco bene quanto nei dintorni della struttura e se queste eventuali origini basiliane possano essere in qualche modo provate. Lascio lo spazio ad esperti per integrare con ulteriori considerazioni e informazioni. Considerando la struttura, l’unico affresco all’interno e l’assenza di ulteriori tracce lungo le pareti, una sorta di mangiatoia posta nel primo vano di accesso, sembrerebbe che questo luogo non fosse nato con funzioni religiose e che queste le abbia assunte solo in un secondo momento. Ma torniamo ai crauni e alli craunari. Questa espressione nel passato pare che si usasse per identificare gli abitanti di Calimera. Mestiere antico, documentato già nel Settecento, diffusosi in particolare dopo l’inizio dell’Ottocento quando, dopo una lunghissima vertenza, le “Università” di Calimera e Martano la spuntarono nei confronti dei feudatari (che dai Bucali del 1500 erano passati ai Gadaleta del 1700) per quanto riguardava i diritti legati all’immensa distesa di lecci che costituiva il Bosco di Calimera. Metà del bosco fu espropriato ai feudatari per essere diviso ed assegnato ai contadini con il fine di essere trasformato in appezzamenti di terreno coltivabile. Sorse così l’esigenza di una gran quantità di mano d’opera che procedesse al disboscamento e, per un uso intelligente del legname tagliato, si diffuse quindi il mestiere del carbonaio affinché si trasformasse la legna in carbone. E San Biagio ne divenne il protettore, e qui si ritrovavano per festeggiarlo. Quest’ultima parte del racconto mi fa venire in mente alcune considerazioni scambiate tempo addietro con un amico. Il nostro paesaggio, caratterizzato in particolare dalla ricchezza di alberi di ulivo, è un prodotto “artificiale”, non da intendersi come “non naturale”, bensì come modificato ad arte dall’uomo per i suoi bisogni nel corso dei secoli. Nel passato, nei pressi di San Biagio, dove sorgeva un bosco, ora vi una distesa di ulivi. L’ambiente è stato profondamente modificato, ma questo cambiamento nel corso dei secoli è avvenuto all’insegna dell’uso intelligente e rispettoso della natura. Oggi il contesto è profondamente diverso e l’agricoltura ha smesso da tempo di essere il settore economico trainante. Oggi distese di alberi vengono tagliati per lasciare spazio a cemento ed asfalto, per opere il più delle volte discutibili se non, in molti casi, da condannare senza esitazioni. L’edificio non mi ha lasciato sul piano emozionale un qualche ricordo particolare. Merita sicuramente una visita soprattutto in considerazione del contesto rurale nel quale si trova e alla luce dell’interessante complesso della Masseria San Biagio, dei suoi allevamenti e di quanto di buono è in grado di offrire.

 
PREMIO FOCARA DI NOVOLI 2013 – MARTEDI’ 13 GENNAIO LETIZIA BATTAGLIA Stampa E-mail
Scritto da PIER PAOLO LALA   

L’articolato programma della Fòcara di Novoli, in provincia di Lecce, che si chiuderà con l’accensione del grande falò di 25 metri di altezza e 20 metri di diametro, ospita Letizia Battaglia, Premio Fòcara Fotografia 2013. Martedì 15 gennaio alle ore 20.30 presso la Saletta della Cultura in via Matilde si terrà infatti la proiezione e proiezione del film “Amore Amaro” che racconta la storia della fotografa siciliana a cura del regista salentino Francesco Raganato, andato in onda su Sky Arte. L’incontro è a cura di Loris Romano.

NOVOLI. C’è chi insegue i vip per documentarne tonfi e trionfi; chi rischia la vita, per offrire l’immagine più fedele possibile della realtà. C’è chi la carica di alti valori simbolici, facendone forma d’arte; e c’è chi, immerso nel mondo della moda, si lascia conquistare dal fascino della bellezza. Impossibile parlare di fotografia al singolare: troppe le sfaccettature, i tagli, i modi di interpretare il più straordinario linguaggio della modernità. Più corretto, dunque, parlare di Fotografi. Una serie in esclusiva su Sky Arte HD per imparare a conoscere, attraverso lo sguardo dei protagonisti, tutte le gradazioni possibili della fotografia: un viaggio irripetibile nelle più svariate filosofie dell’immagine, lette e interpretate dal confronto unico con otto maestri del contemporaneo. Dalle passerelle delle sfilate più intriganti fino a inquietanti scenari bellici: una panoramica a tutto tondo su un universo dai mille volti. Primo ospite è stata proprio Letizia Battaglia, energica Signora della Cronaca, appassionata testimone della propria terra. Una Sicilia amara e splendida, raccontata nei suoi scatti senza nessun filtro ideologico, ma così com’è: intensa, estrema. In una parola: reale. Memorabili i reportage della Battaglia che hanno contribuito a svelare scomode verità nel rapporto tra Stato e mafia; altrettanto celebri i ritratti colti nei quartieri popolari di Palermo, magnifici e struggenti. Una capacità di lettura della società, quella di Letizia Battaglia, riconosciuta anche all’estero: innumerevoli le sue mostre tra Parigi, dove è stata accolta nella prestigiosa cornice del Centre Pompidou, Londra e le Americhe. Omaggio sentito quello tributato da New York, dove ha ritirato nel 1985, prima donna europea, il Premio Eugene Smith, istituito per ricordare uno tra i più eclettici fotografi della mitica rivista Life. Promossa da Regione Puglia, Provincia di Lecce e Comune di Novoli in collaborazione con numerosi partner pubblico-privati, “La Fòcara” è stata inserita tra i beni della cultura immateriale della Regione Puglia e partecipa alla catalogazione Ministeriale per il riconoscimento dell’Unesco quale Patrimonio Intangibile dell’Umanità, da valorizzare e tutelare.

 

 

 
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