Cronaca
Perché è sbagliata la task force sulle fake news (ammesso che esista) Stampa E-mail
Scritto da Alfredo Mantovano - tratto da centrostudilivatino.it   
    1. Il 4 aprile i media hanno riportato la notizia della costituzione, da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri on Andrea Martella, dell’Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al COVID-19 sul web e sui social network.
      Abbiamo cercato dettagli sul sito della Presidenza del Consiglio, ma non abbiamo trovato nulla. Andando alla voce Dipartimento per l’informazione e l’editoria – della quale il sottosegretario Martella ha la delega politica – si scopre che esso sarebbe ancora guidato dall’on Luca Lotti: è propagandare fake news dire che non sembra un sito particolarmente aggiornato? Non si rintraccia alcun elemento informativo né azionando il motore di ricerca della Presidenza del Consiglio, né procedendo a una verifica senza motore di ricerca.
      Il primo dato obiettivo è che viene istituita una task force contro le fake news (che fatica parlare in italiano!), e dopo due giorni manca una fonte ufficiale dalla quale attingere news. È un rilievo troppo formalistico? Tutt’altro: la pubblicazione sul sito del Governo permetterebbe di leggere il decreto di costituzione della nuova struttura, e quindi:
      a) di comprendere quali sono le norme di riferimento, remote e prossime, in virtù delle quali l’Esecutivo ha istituito la task force (pure questo è un dato non formale);
      b) di capire con esattezza quali saranno i compiti e i limiti operativi del nuovo organismo, e in che modo esso interferisce con realtà che nell’ordinamento italiano affrontano già la questione;
      c) di verificare se prima che la nuova struttura inizi a lavorare non sia il caso che il Governo si confronti col Parlamento: nel momento in cui entrano in gioco le “news” – da verificare se e in che misura “fake” -, vi è infatti qualche disposizione costituzionale con cui fare i conti, in primis l’art. 21. In proposito è assai strano che l’Ordine dei Giornalisti non abbia avuto finora nulla da dire;
      d) infine, di avere conferma dei suoi componenti (una parte dei quali è stata già resa nota da informazioni non ufficiali).
  1. Alla ricerca di ragguagli non forniti dalle fonti ufficiali, la Repubblica ci informa (https://www.repubblica.it/politica/2020/04/05/news/task_force_anti_fake_news_martella_meloni-253198490/) che “scopo (della task force) è quello di combattere le cattive informazioni, che potrebbero indurre a comportamenti scorretti, i quali a loro volta rischierebbero di indebolire le misure di contenimento del contagio in questa fase così delicata”, cioè quella della pandemia Covid19.
    Qui dobbiamo intenderci. Il Centro studi Livatino ha dedicato al tema un seminario il 23 marzo 2018 (Fake news: il difficile equilibrio fra libertà e verità; cf. in particolare la relazione del prof. Alessandro Candido). Su questo sito da circa 20 giorni, con cadenza quotidiana, esaminiamo i profili di quadro e di dettaglio delle “norme di emergenza”, varate a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza, il 31 gennaio scorso: la verifica che facciamo prende in esame differenti aspetti della normativa che si sta formando, nella consapevolezza che essa mai sarebbe entrata in vigore se il contesto non fosse di eccezionalità gravità.
    Dunque, è l’emergenza che giustifica la compressione di diritti costituzionalmente fondati, in vista del bene superiore della salute di chi vive sul territorio italiano. Ma, proprio perché la limitazione di diritti esiste ed è forte, va presidiato con cura il confine fra le disposizioni – e le correlative privazioni per i cittadini – che sono assolutamente necessarie, e le disposizioni che invece questa necessità non lasciano intravvedere. Con la task force in questione il limite viene superato, per le ragioni che seguono.
  1. La materia delle fake news non è sconosciuta al nostro ordinamento. Almeno tre realtà – due costituenti articolazione dello Stato, una di natura privatistica -, presidiano il terreno:
    a) la prima è la Polizia postale e delle comunicazioni, che dal gennaio 2018, in virtù di un provvedimento del Capo della polizia, d’intesa con l’allora ministro dell’Interno Minniti, ha istituito il c.d. “Red button”, all’interno del sito commissariatodips.it . Il sito informa che “grazie ad esso il cittadino, giovandosi di un’interfaccia web semplice ed immediata, capace di guidarlo passo dopo passo nel più corretto utilizzo dell’applicazione, sarà in grado di comunicare alla Polizia l’esistenza di contenuti assimilabili a fake news. Attivata la procedura, la Polizia postale verificherà, per quanto possibile, l’informazione, con l’intento di indirizzare la successiva attività alle sole notizie manifestamente infondate o apertamente diffamatorie. In particolare, verrà presa in carico da un team dedicato di esperti del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) che, in tempo reale (…) effettuerà approfondite analisi, attraverso l’impiego di tecniche e software specifici”. A conferma della tempestività e dell’efficacia di questo lavoro, in piena emergenza Covid19 e a essa in qualche modo collegata, l’ultimo intervento in ordine di tempo è avvenuto tre giorni fa, allorché (citiamo dal sito della Polizia postale) “gli specialisti (…) rinvenivano una massiva campagna di spamming mediante la diffusione di messaggi pubblicitari inerenti un presunto concorso a premi indetto dal noto marchio di birra Heineken. Il concorso, citando lo slogan “Resta a Casa e bevi 4 barili di birra gratis”, riportava i loghi della nota casa produttrice di birra. Nel messaggio veniva inoltre indicato un link che reindirizzava a un portale contenente un sondaggio caratterizzato da domande a risposta multipla. Alla fine del sondaggio l’utente veniva avvertito di aver vinto 4 barili di birra Heineken. Per completare la vincita doveva cliccare sulla finestra che reindirizzava a una pagina contenente un falso messaggio di errore del sistema operativo con la proposta di download per correggerlo con fantomatici aggiornamenti. Dall’analisi della pagina è emerso che si tratta di un FAKE e che la stessa non è in alcun modo collegata al famoso marchio. Inoltre il download proposto per correggere gli errori di sistema potrebbe inoculare malware e ransomware  per sottrarre dati personali o infettare il dispositivo elettronico.”
    b) La seconda è l’Autorità giudiziaria. Le disposizioni penali tutelano in vario modo da notizie deliberatamente false: a solo titolo di esempio, è sufficiente ricordare gli articoli 658 e 656 del codice penale, che sanzionano rispettivamente – dalla rubrica di ciascuno di essi – i reati di “procurato allarme presso l’autorità” e di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”; è stata depenalizzata, ma resta comunque sanzionata per via amministrativa, la condotta di cui all’art. 661 cod. pen. consistente nell’“abuso della credibilità popolare”. La tutela è prevista sul piano finanziario, con l’art. 501, che punisce il “rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio”. Per non parlare delle norme di carattere generale che sanzionano le condotte di ingiuria (art. 594 cod. pen.), di diffamazione (art. 595) di minaccia (art. 612), e così via, o quelle introdotte dalla c.d. legge Mancino, il D.L. 26 aprile 1993 n. 122 conv. nella legge 25 giugno 1993 n. 205, riguardanti ogni tipo di discriminazione.
    c) Infine ci sono i social network. In questo momento Facebook et similia, prima di permettere l’accesso in rete di notizie, effettuano una verifica di tutto ciò che rappresenta una campagna “sostenuta”, sulla scia di quell’autoregolamentazione per l’inserimento in rete di notizie già da tempo avviata.
  1. Né l’emergenza ha eliminato la possibilità di correggere la disinformazione attraverso la verifica delle notizie stesse, ovvero col fact checking. È possibile raccogliere informazioni pubbliche e libere in rete, attraverso l’OSINT, acronimo di Open Source Intelligence, che rappresenta tutte le tecniche e gli strumenti di investigazione su fonti aperte, finalizzato a scoprire la veridicità di un’informazione e a portare alla luce quelle false. Esistono delle vere e proprie applicazioni specialistiche, come “Bellingcat” o “Maltego”, solo per citarne un paio, che consentono in poco tempo all’utente di verificare le fonti e le notizie, permettendogli di non dare per buono tutto ciò che legge. Da più authority è venuto l’invito a implementare la responsabilizzazione dei motori di ricerca e dei social, con adeguate misure di filtraggio. Senza escludere quel contrasto principe alla disinformazione che deriva dalla critica, dalla discussione e dall’educazione all’utilizzo consapevole di internet: cioè la “democrazia partecipativa” e il contraddittorio in rete, la trasparenza, il pluralismo e la tutela della libertà di espressione.
    Sono quel contraddittorio e quella trasparenza che – purtroppo solo col tempo e con l’avanzare della pandemia – ci hanno permesso di considerare “fake” le iniziali “news” di una emergenza soft, che non avrebbe provocato alcuna vittima, diffuse da virologi che continuano a essere ospiti dei talk show sull’emergenza; o quelle che, a fronte di chi nei primi giorni sollecitava la totale chiusura a ingressi provenienti anche indirettamente da Wuhan e dalla regione di Hubei, proclamava che la vera emergenza era la discriminazione etnica e il razzismo; o, prima ancora della diffusione del virus, quelle che contrastavano la pratica dei vaccini, o quelle che si opponevano a interventi di respirazione artificiale, evocando l’accanimento terapeutico.

Alla fine non vorremmo che la censura della task force di Palazzo Chigi colpisse in prima battuta consulenti del Governo, o esponenti autorevoli dell’attuale maggioranza. O, con maggiore probabilità, chi avanza critiche all’operato del Governo e dei suoi “esperti”.

Alfredo Mantovano – magistrato

 
Coronavirus, Rai nel 2015: “Cina, ricerca su virus in pipistrelli". Stampa E-mail
Scritto da tratto da affaritaliani.it   

“Il Tg Leonardo del 16 novembre 2015, trasmesso su Rai Tre parlò di un preoccupante esperimento fatto da scienziati cinesi innestando una proteina presa da topi e pipistrelli sul virus della Sars. Il virus doveva restare chiuso nei laboratori ‘a scopo di studio’. L’esperimento confermò che l’uomo poteva esserne colpito. La coincidenza sembra del tutto inverosimile. L’intera trasmissione è reperibile su Rai Play, dunque non è una fake news. Le autorità cinesi dovranno dare molte spiegazioni”. Lo scrive in una nota Lucio Malan, vicecapogruppo vicario dei senatori di Forza Italia.

“Il ministro Di Maio chiarisca subito con le autorità cinesi l’origine del Covid-19. Si riveda in proposito la puntata di TgR Leonardo del 16 novembre 2015 su Rai 3. Potrà constatare lui stesso la notizia secondo cui un gruppo di ricercatori cinesi aveva creato in laboratorio un super virus polmonare dai pipistrelli e topi. Abbiamo presentato in proposito un’interpellanza urgente”,  afferma il capogruppo della Lega in commissione esteri, Eugenio Zoffili, richiamando il video che Matteo Salvini ha rilanciato su Facebook.

“Nello stesso servizio – osserva l’esponente leghista – venivano peraltro sottolineate anche le forti preoccupazioni per questo esperimento da parte della comunità scientifica internazionale. Nonostante le rassicurazioni cinesi, il rischio che potesse contagiare l’uomo era già evidente. Di Maio attivi subito tutti gli accertamenti del caso. La verità deve venire a galla”.

“Presenteremo un’interrogazione urgente al ministro Di Maio perché faccia immediatamente luce con le autorità cinesi, circa i contenuti della trasmissione della TgR Leonardo del 16 novembre 2015”, dice il senatore della Lega Tony Iwobi, vicepresidente della commissione Esteri al Senato.

“Nella puntata in causa, si riportava la notizia, secondo la quale, un gruppo di ricercatori cinesi aveva creato in laboratorio un super virus polmonare dai pipistrelli e topi. Il servizio riportava anche la forte contrarietà della comunità scientifica, mettendo in guardia dall’uso improprio di una minaccia così pericolosa per l’uomo. Di Maio chiarisca con la massima celerità gli inquietanti contorni di una vicenda che merita la massima attenzione possibile”.

 

 
Il coronavirus, l’alleato dei criminali invisibili „ Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Lecceprima.it   

Il coronavirus, l’alleato dei criminali invisibili

LECCE - Sono tempi duri per gli spacciatori, i ladri e i rapinatori, ostacolati dalle disposizioni governative per contrastare l’emergenza Covid-19: vie presidiate dalle forze dell’ordine, chiusura della maggior parte delle attività commerciali, troppe presenze nelle abitazioni. E poi c’è la paura del contagio che non risparmia neppure i malviventi della strada, sebbene qualcuno più audace, nei giorni scorsi, sia riuscito a mettere a segno un paio di rapine, utilizzando la mascherina come “doppia protezione”.

Ma il coronavirus non ha messo in ginocchio l’intera economia criminale. Questo mostro invisibile sta rafforzando chi ha gli affari loschi ha sempre saputo farli proprio senza mostrarsi, tra le mura domestiche, all’ombra di un pc.

L’emergenza per loro non è che una ghiotta opportunità per architettare nuove e più insidiose trappole informatiche, approfittando del maggior numero di utenti connessi e della loro fragilità emotiva dovuta alla paura.

Sono aumentati i reati sul web e a lanciare l’allarme è la polizia postale. Il suo centro nazionale protezione infrastrutture critiche (Cnaipic) e delle comunicazioni è venuto a conoscenza di una nuova campagna mirata di phishing e malware (software malevolo) legata al tema del virus.

Sono state inviate numerose e-mail contenenti il malware Azorult che è in grado di raccogliere informazioni come nome, password, numero della carta di pagamento, cryptovalute e altri dati sensibili presenti nei browser o di installare “robot invisibili” capaci di spiare l’utente senza che se accorga. mappa virus-2

In particolare, i criminali hanno lanciato la minaccia informatica, mascherandola come un’applicazione che mostra la mappa della diffusione del virus nel mondo con una veste grafica simile a quella diffusa quotidianamente da giornali, tg e siti d’informazione (nella foto).

Altre e-mail, invece, che hanno in oggetto comunicazioni urgenti legate al Covid-19, tentano di indurre la vittima a cliccare sul link presente nel testo per poi reindirizzarla a un sito di phishing ed invitarla a digitare le proprie credenziali per l’home banking.

In ogni caso, bisogna diffidare di questi messaggi e non aprire mai gli allegati.

Non solo. Imperversano sul web, ma soprattutto sui social, informazioni false sull’emergenza che generano panico, in alcuni casi “confezionate” come articoli pubblicati su testate on line, come è accaduto per Lecceprima, o notizie di note agenzie stampa come l’Ansa, o  documenti con tanto di loghi istituzionali come quello che annunciava la chiusura delle scuole a data da destinarsi, smentito e denunciato due giorni fa dal ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina.

Verificare la fonte è l’unico modo per rompere catene pericolose.

Ma non finisce qui. Ci sono false raccolte fondi per contrastare l’emergenza sanitaria, come quella finalizzata all’acquisto di materiale destinato alla terapia intensiva dell’ospedale “San Raffaele” di Milano che indicava un Iban non corrispondente a quello della struttura.

Aumentano anche le denunce per adescamento online di minorenni (anche detto grooming), un fenomeno che ha un’escalation molto variabile in relazione all’età della vittima, alla capacità dialettica del pedofilo, alla disponibilità di mezzi informatici.

La polizia postale rende noto che sempre più spesso i tentativi di adescamento sono aggravati da molestie e minacce come quella, in caso di rifiuto da parte della vittima, della divulgazione di immagini e conversazioni intime sul web.



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Puglia: medico va in ospedale con sintomi: 7 sanitari infetti. Stampa E-mail
Scritto da tratto da Ilfattoquotidiano.it   

“Gravissimo, inaudito, inconcepibile”. Sono le parole di Giovanni Gugliotti, sindaco di Castellaneta, piccolo comune di provincia di Taranto nel quale si teme la nascita di un focolaio di coronavirus nell’ospedale. Sono sette i medici, infermieri e personale sanitario risultati positivi ai tamponi e contagiati, secondo quanto trapelato, per i contatti con un medico che pur avendo avvertito nelle scorse settimane i sintomi causati dal virus avrebbe continuato a recarsi al lavoro nella struttura sanitaria.

Il fronte della Puglia
A questo si aggiunge un secondo punto: non è chiaro se il medico nelle scorse settimane sia stato a Milano per riportare a casa un parente o se il parente sia tornato autonomamente. Il nodo dei rientri dal Nord Italia in Puglia, ancora una volta, resta cruciale. Come spiegato negli scorsi giorni dal primario di Malattie Infettive del Policlinico di Bari che ha denunciato molti ricoveri tra i genitori dei figli rientrati dal Nord.

Il caso dell’ospedale di Castellaneta
Dalla sua pagina Facebook, il sindaco Gugliotti, che venerdì mattina si è sottoposto al tampone, ha spiegato che “un medico, che lavora in ospedale, è andato lì, in nosocomio, e invece di passare dal pre-triage come prevedono la procedura e i protocolli, è andato regolarmente al pronto soccorso, come se nulla fosse, e da lì è andato poi nei reparti” della struttura sanitaria. “Si è permesso il lusso di girare vari reparti e ora abbiamo medici, caposala e impiegati della direzione sanitaria positivi”, denuncia. La struttura ospedaliera si era infatti dotata di una tenda in cui veniva effettuato il pre-triage, cioè una pre analisi per individuare casi sospetti ed evitare il loro transito nel pronto soccorso e nei vari reparti. Un sistema che invece sarebbe ignorato causando un danno che ora mette a rischio l’operatività dell’ospedale.

Emiliano: “Procedimento disciplinare. E indaghi la procura”
Sul tema è intervenuto anche il governatore Michele Emiliano che ha chiesto al direttore generale dell’Asl di Taranto di avviare la procedura di licenziamento del medico e ha poi contattato il procuratore Carlo Maria Capristo e l’aggiunto Maurizio Carbone perché indaghi la magistratura. “A causa di quanto accaduto – ha spiegato Emiliano in una nota – saranno probabilmente chiusi molti reparti dell’ospedale e posti in quarantena moltissimi sanitari”. Il danno alla comunità, aggiunge il governatore, “è enorme”. E sottolinea: “Si aggiunga che molto probabilmente queste condotte violano diverse norme penali che prevedono gravi conseguenze sull’autore dell’eventuale reato. Ho dato indirizzo al dg Rossi di avviare un procedimento disciplinare finalizzato all’eventuale sospensione e successivo licenziamento ove i fatti ipotizzati venissero oggettivamente accertati”. Al momento l’ospedale di Castellaneta è ancora funzionate: nelle prossime ore dovrebbero arrivare i risultati di altri tamponi effettuati sul personale ed è a quel che punto che Asl e Regione Puglia decideranno sulle misure da adottare. Nel Palazzo di giustizia di Taranto, invece, la procura attende che l’Asl invii una relazione sulla vicenda per aprire un fascicolo di indagine e valutare eventuali responsabilità penali.

Il primario di Bari: “Ricoveri tra genitori di chi è tornato dal Nord”
In Puglia, insomma, la situazione sembra peggiorare giorno dopo giorno. La causa, come detto, potrebbe essere principalmente legata ai rientri dal Nord Italia e in particolare dalla Lombardia. Nei giorni scorsi il professor Gioacchino Angarano, direttore del reparto di Malattie infettive al Policlinico di Bari, in una intervista al Corriere del Mezzogiorno aveva denunciato il ricovero di persone “i cui figli sono tornati dal Nord nei giorni scorsi: prevedo – aveva a aggiunto – per questo grandi o piccoli focolai che a loro volta creeranno altri focolai. L’epidemia durerà ancora”. L’ultima ondata di rientri è stata monitorata dall’Asl che dopo aver provveduto alla scansione termometrica degli arrivati, ha scoperto che una parte di loro è giunta nelle destinazioni pugliesi – come ha raccontato oggi Repubblica – con la febbre. Non un elemento che sancisca la positività al test, ma certamente un indizio che avrebbe dovuto indurre a maggiore attenzione.
 
Coronavirus, la protesta di videogiornalisti e cameraman: “Ecco come siamo costretti a lavorare. Stampa E-mail
Scritto da tratto da Ilfattoquotidiano.it   

Tutti vicini, nonostante le normative. Così cameraman tv, fotografi, giornalisti-videomaker e giornalisti si ritrovano a lavorare in questi giorni mentre le misure anti-contagio da coronavirus imporrebbero di rimanere a una distanza di almeno un metro.

Così il gruppo di video-cronisti GvPress chiede che istituzioni e politici tengano solo conferenze stampa, dando la possibilità di porre domande da remoto, e la Rai impegni con una singola troupe a fornire le immagini a tutte le testate che ne facessero richieste. Mentre il segretario dell’Asa, l’Autonomo sindacato audiovisivo, Nicola De Toma, proclama una sciopero perché viale Mazzini non avrebbe informato gli operatori della positività di un cameraman in una società che fornisce le troupe televisive alla rete pubblica.

Postando diverse foto delle condizioni di lavoro (come quella in evidenza, ndr) in queste settimane, il gruppo Gv Press spiega di ritenerle “inaccettabili” e quindi per “tutelare la salute di tutti gli operatori dei media” chiedono che la Rai “s’impegni con una singola troupe a fornire immagini a tutte le testate che ne facessero richiesta” sia attraverso “la messa a disposizione del segnale in diretta” durante gli eventi istituzionali sia rendendo “il materiale video utile al lavoro di cronaca scaricabile per le altre testate”.

Oltre alla possibilità di “fare domande in conferenze stampa da remoto” con strumenti digitali come WhatsApp e Skype “in modo da garantire a tutti la possibilità di lavorare senza dover uscire”. In giornata Nicola De Toma, segretario dell’Asa, ha invece attaccato la Rai: nei giorni scorsi, spiega il sindacalista, “c’è stato il caso di un cameraman positivo al coronavirus in una società che fornisce le troupe televisive alla Rai”.

La società, ricostruisce, “lo ha immediatamente comunicato alla stessa Rai la quale, però, non ha chiamato l’albo dei fornitori e cioè i service che forniscono in appalto il servizio alle società televisive in modo da allertarle a tutela di tutti i cameraman” che, pur lavorando in appalto per diverse società televisive, “si trovano poi a condividere gli stessi spazi e assembramenti” durante interviste e conferenze stampa.

“Non so se la legge obbligasse la Rai a farlo, ma il senso morale sì. È accaduta una cosa grave”, dice ancora De Toma. “So che la Rai non ha avvisato nessuno perché – aggiunge ancora il sindacalista – non è arrivata nessuna e-mail a nessuna società che fornisce troupe televisive”. Se l’Asa, conclude, “non si fosse mossa avvisando tutti nelle sue chat, nessuna informazione sarebbe arrivata dalla Rai. Ecco il motivo dello sciopero che abbiamo indetto. È uno sciopero (che inizia oggi e dura fino al 18 marzo) di protesta nei confronti delle testate televisive, a partire dalla Rai”.

 

 
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